Maureen Gibbon.
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Rosso Parigi.
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Titolo originale: Paris Red. 2015.
Traduzione di: Giulia Boringhieri.
2016. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Parigi, 1862. Una ragazza con dei provocanti stivaletti verdi  ferma davanti a una vetrina. Sul suo blocco sta disegnando il gatto che dorme dentro la bottega quando l'avvicina un uomo, misterioso e affascinante, che la fissa. Poi le chiede se pu prendere in mano il disegno e con pochi tratti sicuri riesce a infondervi la vita. Lui  Edouard Manet, lei Victorine Meurent.
Il loro incontro: questo incontro, cambier la loro vita e la storia dell'arte mondiale. Per sempre.
All'inizio Manet stabilisce un torrido mnage  trois con Victorine e la sua coinquilina Denise, ma presto la relazione diventa qualcosa di pi e lei gli chiede di scegliere. Cos la diciassettenne Victorine abbandona la sua vecchia vita per immergersi nella Parigi degli impressionisti, dei caf della bohme viziosa e sentimentale di Baudelaire, dei circoli dei canottieri dipinti da Renoir, delle soffitte romantiche e degli atelier pi promiscui.
Narrando la storia vera di Victorine Meurent, la musa di Manet, la donna che gli far da modella per tanti dei capolavori che hanno fondato l'arte moderna da Colazione sull'erba alla celebre Olympia e che diventer lei stessa rinomata pittrice, Maureen Gibbon ha scritto un romanzo sensuale come i colori di una tavolozza impressionista.
Rosso Parigi  il racconto dell'educazione artistica ed erotica di una giovane donna avida di vita e di esperienze, affamata dei colori della felicit e delle gioie del corpo.
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L'Autrice.
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Maureen Gibbon vive in Minnesota. Ha pubblicato altri due romanzi: Swimming Sweet Arrow (2001) e Thief (2010).
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Rosso Parigi.
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Precisione non  sinonimo di verit.
SHIRLEY HAZZARD.
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CAPITOLO 1.
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Ho diciassette anni, quel giorno, e ai piedi gli stivaletti di una puttana.
Ho gli stivaletti di una puttana e sono davanti alla vetrina
di un negozio insieme a Denise. Dall'altra parte del vetro,
appese ai ganci, ci sono delle forbici. In alto quelle con
le lame pi grandi, sotto una fila di forbici pi piccole, poi
le cesoie, le forbici da giardiniere, i temperini e i coltelli a
serramanico. Qua e l hanno messo qualche piatto d'argento
rotondo e qualche coppa, come a controbilanciare tanta
affilatezza. Il padrone della coutellerie ci ha detto di essere
originario dell'Aveyron. La capitale dei coltelli, ha detto.
Con i miei stivaletti verde bottiglia, sto disegnando un
gatto che dorme su una mensola della vetrina, esattamente
dietro la R e la e di Repassage tous les jours, arrotatura
quotidiana garantita. Che bravo gatto, penso, a dormire
cos placidamente fra tutte quelle lame. Il padrone dice
che non gli d fastidio se stiamo l a disegnare. La nostra
presenza fa s che la gente rallenti o si fermi davanti al negozio, il che gli va bene.
Insomma,  un gatto bianco, dello stesso bianco delle
lettere sulla vetrina, e come si fa a rendere il bianco con
una matita? Mi pongo questa domanda, cercando di capire
come disegnare il gatto e quel che gli sta intorno, ma
non ne ho la minima idea. Denise nemmeno. Continuiamo
imperterrite a disegnare. Offriamo uno spettacolo insolito.
Due ragazze con un album e una matita in mano. Ma
Denise con il suo sguardo trasognato, e io con gli stivaletti
verdi di una puttana, pi che altro attiriamo l'attenzione.
 quel che dico a chi ci chiede cosa facciamo, e la
gente ride. Ma  vero. Quel che non dico  che disegnare
mi aiuta a vedere le cose,  un modo per documentare la
mia giornata. Eppure anche questo  vero.
Insomma, siamo in piedi di fronte a una coutellerie, io
ho gli stivaletti verde prato e cerco di copiare un gatto che
continua a dormire dietro la R e la e, ma ho la testa
altrove. Guardo il gatto e le forbici ma dentro di me penso
al mio soldato, al soldato che ieri notte baciavo in piedi
per strada. L'attaccatura della lingua, quella piccola increspatura
che c' sotto, mi fa ancora un po' male, e mi viene
naturale passarci sopra la punta. C' una tale pace a stare
l vicina a Denise, concentrata sul gatto ma con la testa
altrove, presa nel ricordo del bacio. Il soldato mi stringeva,
appoggiato al muro dell'edificio alle sue spalle. Bench
mi facesse da cuscino, sentivo la pietra dietro il suo petto
e le sue cosce. Quasi fossero la parete di una stanza tutta
nostra. Non so dire quanto tempo siamo rimasti l. Abbastanza
da sentire arrivare il fresco della notte. Ma io non
avevo freddo, e lui neppure. All'inizio la sua bocca aveva
un sapore che era il suo, all'inizio un sapore ce l'aveva di fumo, di alcol e della sua bocca. Poi per quel sapore 
diventato il mio, e nel bacio eravamo una cosa sola.
Guarda, dice Denise. Si sta per stirare.
Il gatto apre un po' gli occhi e allunga tutte e quattro
le zampe, come se si stesse spingendo contro una parete
invisibile. Poi si rilassa nuovamente. L'unica differenza rispetto
a prima  che ha reclinato la testa di lato mostrando
il rovescio del mento e della gola.
Adesso mi tocca modificare il disegno, dice Denise.
Guardo anch'io il mio foglio, la forma sferica che avevo
dato al gatto. Ed  allora che sento la sua presenza. Non
del mio soldato di uno sconosciuto.
 dietro da qualche parte, un po' spostato di lato. Lo
intuisco prima di vederlo, e poi lo vedo con la coda dell'occhio.
E mi domando da quanto tempo sia l a guardarmi
disegnare e fantasticare. Un qualunque altro giorno avrei
avvertito la sua presenza all'istante, appena si fosse avvicinato,
l'avrei avvertita nella schiena e nelle spalle. Ma
oggi stavo pensando al mio soldato, alle sue cosce che tra
le mie erano un cuscino, e non mi sono accorta della presenza
dello sconosciuto. Non avevo cognizione di nulla se
non del fastidio alla lingua.
Dietro le spalle, al limite del mio campo visivo: l'ho avvertita
li la presenza dello sconosciuto. Sta osservando me
e Denise come noi stiamo osservando il gatto.
Ma ho diciassette anni, indosso stivaletti verde foglia,
e so che verr verso di noi. E so che a quel punto si inventer
qualcosa da chiederci. Una cosa qualunque.
Ed  esattamente ci che fa. Fuoriesce dall'estremit
del mio campo visivo e si accosta. Sceglie di rivolgere la
parola a me, di sbirciare oltre la mia spalla.
So che non ha alcun interesse per il mio blocco da disegno,
la vetrina o il gatto appallottolato. So che  solo una
scusa per avvicinarsi e attaccare discorso. E so che dicendo
Pardon e Posso? cerca solo un modo per proseguire la
conversazione. Ma Denise e io disegniamo anche per questo:
per essere notate, perch qualcuno attacchi bottone.
Un'altra cosa che so, infatti,  che non ho proprio niente
di speciale, ma allo stesso tempo ho diciassette anni e non
sono uguale a nessun altro.
Quando chiede se pu vedere il mio album da disegno,
glielo do. E quando mi chiede la matita, gli do anche quella.
Non sono un artista, mi dice, prendendola.
Potrei farmi bella con lui, penso. Potrei dirgli che disegno
dalla pi tenera et. Potrei raccontargli di come, da
piccola, supplicavo il carbonaio di regalarmene qualche
pezzetto per disegnare sul selciato. Ma non glielo dico.
Non gli dico niente. Forse perch la lingua mi fa ancora
male e sto ancora pensando al mio soldato. O forse perch
so che non ho bisogno di dire niente, tanto non se ne
andr. Cos sto zitta e lo osservo come lui osservava me
all'inizio, quando era vicino e io non lo sapevo, quando era
una semplice ombra che percepivo con la coda dell'occhio.
Lui guarda prima la vetrina, poi il mio foglio. Rapidissimo,
aggiunge un'ombreggiatura dietro il gatto. Questo
l'avrei fatto anch'io. Poi per fa una cosa che a me non
sarebbe mai venuta in mente, neanche fossi rimasta tutta
la vita a fissare il gatto addormentato sulla mensola. Dopo
aver dato un'altra occhiata alla vetrina del negozio, inserisce
un tratteggio incrociato nell'angolo in alto a destra
sopra il gatto.
Non me l'aspettavo, quel segno. Mi colpisce enormemente,
eppure lui l'ha fatto senza esitare. Senza pensarci
un attimo.
Da un certo punto di vista il tratteggio  una semplice
macchia sulla carta, ma da un altro ha trasformato la carta
in una vetrina. Adesso il disegno  esattamente ci che
dev'essere: l'immagine di un gatto dietro un vetro. Fatto
salvo che  tutto su carta, ed  un mistero come la carta
possa prendere le sembianze del vetro.
Ci siamo, dice Denise. Adesso si che sembra vero!
Non trovi?
Ha ragione senza quel tratteggio incrociato non si capisce
che  una vetrina, e senza vetrina il disegno non ha
alcun senso. A questo punto mi dispiace che il gatto non
sia venuto meglio.  tutto sbagliato, sembra fatto da un
bambino. Tuttavia annuisco e dico: a marche.
Denise continua a voltarsi per guardare lo sconosciuto,
e da come abbassa il mento sulla spalla capisco che le
piace. Le piace il suo aspetto fisico.  smilzo e ha i capelli
piuttosto lunghi pettinati all'indietro sulle tempie. 
pi vecchio di noi ma tiene le spalle dritte come i giovani.
I lineamenti del viso, per via della barba e dei baffi, non
si vedono bene, ma gli occhi sono pesti e stonano con il
resto. A differenza della bocca, gli occhi non li pu nascondere,
come non pu nascondere il fatto che sta dedicando
un po' del suo tempo a parlare con noi, due ragazze
incontrate per strada.
Come ti  venuto in mente di metterla?
Cosa?
L'ombra, dico, non riuscendo a togliere gli occhi da
quel segno, rispetto al quale il mio gatto  diventato una
figura piatta, un mero contorno.
 un semplice riflesso. Quel riflesso, dice, indicando
la vetrina e poi dietro di s, dall'altra parte della strada,
l'edificio di colore chiaro da cui proviene.
Mi basta sentirla per capire che  la parola giusta. Il
segno non  un'ombra! E capisco anche che cosa c'entra
l'edificio dall'altra parte della strada. Solo che emana una
luce bianca, mentre il segno sul foglio  grigio: la cosa non
mi torna. Non ha senso che un tratto di matita nera possa
rappresentare un riflesso bianco. Eppure  cos. Poi ci
arrivo: il bianco del riflesso  comunque meno bianco del
foglio. Niente pu essere bianco come la carta.
La carta  il vetro, dico.
Non pu capirmi, lo so. Carta e riflesso non gli interessano,
erano solo una scusa per togliermi il disegno di
mano e continuare a parlare con me e Denise. Tuttavia fa
lo stesso un cenno di assenso, dimostrando cos un animo
gentile. All'inizio mi era sembrato pi vecchio, ma ora vedo
che non lo  poi tanto. Sono la barba e i baffi, e i capelli
tirati indietro sulle tempie, a invecchiarlo. Lo sguardo 
giovane ed  giovane la pelle intorno agli occhi. A Denise
piace, l'ho gi capito, perci decido che piace anche a me. 
cos che lo scegliamo.
O che lui sceglie noi. Poco importa.
Non ho dimenticato il mio soldato e la forza con cui
mi stringeva, ma voglio anche quest'uomo. Perch indosso
gli stivaletti verde bottiglia di una puttana, perch ho
diciassette anni e posso decidere chi mi piace.
L per strada, davanti ai coltelli che luccicano, ci scegliamo
tutti quanti a vicenda.
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CAPITOLO 2.
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Sono di Gennevilliers, ci dice nel piccolo caff vicino
alla coutellerie.
Ci ha ordinato bab al rhum, e quando arrivano guardo
di sottecchi Denise. Avremmo preferito un vero pasto anzich
un dolce, ma dal momento che ci ha invitate lui ed
 lui che paga, non possiamo mettere becco.  meglio che
niente, comunque. Denise non risponde al mio sguardo,
cos smetto di sbirciarla e comincio a mangiare.
Io non ho mai viaggiato, dice lei.
Potresti andare a Gennevilliers. Tanto per dire. Non
 lontano.
Tu che ci fai l?
Faccio l'esattore delle imposte, risponde lui, poi indica
i nostri piatti. Non basta, vero?
Mi ha letto nel pensiero, mi dico l per l. Un attimo
dopo capisco che non c'entra niente, perch gli  bastato
vedere la voracit con cui ci siamo buttate sul cibo. Poso
la forchetta, facendo finta di essere sazia.
Delizioso, dice Denise.
Buono, s, aggiungo io, non volendo fare la figura
della zotica.
Lui sorride e distoglie lo sguardo, dirigendolo sugli altri
tavoli, oltre il fumo della sua sigaretta. Chiss che impressione
gli facciamo, con le nostre facce lucide e i nostri vestiti
brutti, sempre gli stessi da settimane, di cui laviamo
solo le ascelle nel lavabo di camera nostra. Ma possiamo
permettercelo: siamo giovani. Il resto non conta. E per
questo che ci ha portate in un caff.  per questo che 
seduto qui insieme a noi. Non importa se abbiamo la faccia
unta o i vestiti lisi. Ci che conta siamo noi, Denise
con i suoi capelli scuri e gli occhi trasognati, io con i miei
capelli rossi e gli stivaletti verde bottiglia. L'altro giorno,
quando il mio soldato e il suo amico ci hanno offerto da
bere, quest'ultimo continuava a indicarci con il pugno e a
dire: Rouge et brune. Denise et Louise.
Hai fatto confusione, gli aveva spiegato il mio soldato.
La bruna  Denise. Louise  la rossa Invece dei
pugni, aveva alzato il mento, prima nella direzione di Denise
e poi nella mia.
Volete del caff? ci chiede adesso Eugne  cos
che si chiama, o per lo meno ha detto di chiamarsi vedendo
il cameriere venire verso di noi.
Non ho neanche bisogno di guardare Denise. Se deve
investire altri soldi su di noi, questa volta vogliamo avere
voce in capitolo. Da principio, quando siamo entrate nel
caff, non sapevamo chi di noi due fosse la sua preferita.
Ero convinta di essere io, per dedicava la sua attenzione
anche a Denise. Dopo un po' di tempo avevo capito.
Gli piacciamo tutte e due. La rossa e la bruna: entrambe.
No, grazie, rispondo. Preferisco fare due passi.
Una passeggiata non costa nulla. Non si deve ringraziare
nessuno e la si pu interrompere in qualsiasi momento.
Se qualcosa non ti aggrada, trovi un pretesto e te ne vai,
sfruttando il fatto di essere gi in movimento. Oppure prosegui,
chiacchierando, senza una mta. Con il mio soldato
avevo continuato a camminare finch mi era piaciuto abbastanza
da baciarlo.
Sta bene, dice lui. Spegne la sigaretta e si alza. Lascia
qualche moneta sul tavolo.
Fuori dal locale ci offre il braccio, uno per ciascuna.
Cominciamo a passeggiare e Denise tiene viva la conversazione.
Io vorrei intervenire, ma ho paura di farlo a sproposito,
e ogni volta che finalmente trovo qualcosa da dire
l'argomento cambia e io non riesco a dirla. Perci preferisco
restare in silenzio. Rimanere zitta e aspettare. Sto anche
cominciando a capire che a fare cos, a tenersi le cose
per s, si esercita un certo potere. Se non ci fosse Denise,
tuttavia, sarebbe imbarazzante. Senza di lei sarei costretta
a parlare.
Se quel tipo pensa che la vita sia tanto tragica, dovrebbe
uccidersi, il nostro amico sta dicendo a Denise.
Insomma, che la faccia finita e la smetta di deprimere
anche noi. Non credete?
Stanno parlando di uno spettacolo teatrale, fin l ci sono
arrivata, ma quando si gira per sentire la mia risposta
dico solo: Di tristezza ne abbiamo tutti a sufficienza.
Meglio ridere.
Mi fissa. Glielo lascio fare non m'importa se ha capito
che non stavo ascoltando. Tanto non gli interessa, 
evidente. Gli camminavo a fianco e gli stringevo il braccio:
solo questo gli interessa.
Non ne sono cos sicura, commenta Denise. La
tragedia ha un suo perch.
Al diavolo la tragedia! ribatte lui. La vita  gi
abbastanza tragica.
Le parole che gli escono di bocca sono vere, lo so, e le
pensa seriamente. Ma per me sono semplici suoni nell'aria.
Di vero c' solo il suo braccio premuto contro il mio fianco.
Sotto la morbida stoffa della sua giacca sento anche il muscolo,
e perfino l'osso. Bench sia magro, il suo braccio ha
una durezza che io non ho, che nessuna donna ha. Quando
incrociamo qualcuno ci tira di pi verso di s, ed  un
primo modo di conoscerlo, un primo accenno di intimit.
Si gira verso Denise e le dice qualcosa, poi lei ride e
mi guarda. Non ho sentito niente. Non so che cosa l'abbia
fatta ridere.
Scusa, gli chiedo, che cos'hai detto?
Domandalo alla tua amica.
Nise, che cos'ha detto?
Mmm... Preferisco che te lo dica lui.
Non sorride pi ma ha gli occhi dolci, e capisco che era
una battuta ne sono sicura. Fa parte del gioco. Lui mi
d un'occhiata e poi torna a guardare dritto davanti a s.
Era una sciocchezza, dice allora lui. Ho detto solo
che ho una moglie chiacchierina e una silenziosa.
Alle sue parole la mia espressione cambia, non so in che
maniera ma cambia. Me lo sento dentro. Pur sapendo che
era solo una battuta, sono sbalordita.
Continuiamo a camminare, ma siamo quasi in Rue La
Maube, e all'altezza della nostra strada Nise dice: Eccoci
arrivate.
Poteva starsene zitta e non interrompere la passeggiata.
Invece adesso lui ci lascia andare il braccio, e quel po'
di intimit che si era creata dal contatto con il suo fianco
svanisce. Un vuoto che percepisco nella mano, nel braccio
e sul fianco.
Venite a cena con me domani sera, propone. Nise
gli risponde: D'accordo, volentieri, ma lui non si accontenta
e mi fissa.
Tu che ne dici? mi chiede.
S, volentieri.
Ci bacia un rapido bacio sulla guancia e ci spiega
dove raggiungerlo l'indomani.
Ci salutiamo cos, davanti al portone dell'edificio d'angolo
di Rue Maitre-Albert con la vetrina che dice: Enseignes
Mdailles Dcorations Spcialit. Un perfetto sconosciuto,
a parte il nome.
Nel tragitto verso casa avverto sul braccio e sul fianco
il vuoto che ha lasciato. Lo avverto con la stessa intensit
con cui sento ancora il bacio del soldato.  il mio corpo a sentirla.
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CAPITOLO 3.
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 innocuo, dice Denise quando siamo in camera e
ci prepariamo per la notte. Lei  gi a letto, mentre io sono
ancora in piedi e mi sto lavando la faccia con un panno
bagnato.
Non ne sono tanto sicura, ribatto. Che cosa vuole
da noi?
Secondo te? Ci ha chiamate mogli. Vuole portarci
a letto.
Non rispondo e Nise continua: Che c'? Non lo pensi
anche tu?
Non saprei. Non mi sembra che stia correndo.
Si annoia. Ha tempo da vendere.
Pu darsi, dico.
A me  piaciuto. E un bell'uomo.
Visto? dico. Forse tanto innocuo non .
Possiamo anche non andare all'appuntamento, se non
siamo convinte, ribatte allora lei. Volevo solo dire che
non dobbiamo per forza dargli peso.
Vorrei ribattere che nessuno deve necessariamente dare
peso a un'altra persona,  proprio questo il problema.
Ma sto zitta e Nise si agita nel letto.
Quindi domani non andiamo? mi chiede.
Scherzi? Vuoi che mi perda la cena?
Sono riuscita a farla sbuffare e mi infilo anch'io a letto.
Ma c' una cosa che mi agita. Continuo a ripensare al
modo in cui il nostro amico mi aveva guardata prima di
dire che aveva una moglie chiacchierina e una silenziosa.
Le sue parole mi avevano dato fastidio allora, e continuano
a darmelo adesso. Credevo di sapere perch, ma ora
non lo so pi.
Rimango l al buio a pensare, attenta a cogliere o udire
qualsiasi movimento proveniente da Nise, a sentire il
suo respiro cambiare quando si addormenta, ma direi che
 ancora sveglia. Forse sta pensando a lui, proprio come
me. Forse stiamo entrambe facendo finta di dormire, e invece
pensiamo a lui.
Cerco di concentrarmi sul mio soldato, ma i ricordi sono
confusi, e quando scivolo fra i miei pensieri nel tentativo
di assaporare di nuovo il bacio, ne ricavo una sensazione
flebile, quasi inesistente. Nel momento di addormentarmi,
non sto pi pensando al mio soldato, ma al nostro nuovo
amico. A noi tre insieme.
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CAPITOLO 4.
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Abitiamo in Rue Maitre-Albert 17, nel punto esatto in
cui la strada curva a gomito. L'arredamento della nostra
stanza  costituito da un letto, un tavolo di legno d'abete,
una sedia spelacchiata e un bacile appoggiato sopra un
vecchio cassettone. Il mio bauletto funge da comodino
e la prima cosa che vedo al risveglio  la scatola azzurra
delle candele La Favorite appoggiata sopra. Exiger le nom
c' scritto sulla scatola Brulant sans huile, 8 heures,
Lacorre Frres, Paris. Solo che non  affatto azzurra, quando
la guardo, ma grigia. Alle prime luci del mattino niente
ha ancora acquistato colore: n la scatola di candele, n
la vernice rosso scuro che qualcuno ha dato alle pareti, n
il bianco sporco degli altri muri, n il mio vestito azzurro
o quello marrone di Nise e non ce l'hanno neppure i
miei stivaletti verdi.  tutto grigio o nero, o una sfumatura
di grigio.
Insomma, la stanza fa schifo. Ma almeno ha una finestra.
 in alto e per vedere fuori devo stare in punta di
piedi, ma c'. E se salgo sulla sedia sgangherata e metto
fuori la testa, a destra vedo la Maison Perrier, il Quai de la
Tournelle e perfino il fiume. Esattamente di fronte, dall'altra
parte della strada, c' un negozio che espone spazzole,
scope e secchi, e se potessi guardare dietro l'angolo, dietro
la curva a gomito della via, in Place Maubert vedrei il
mio negozio preferito. Bois et charbon, legna e carbone,
dice l'insegna, ma quello che mi piace tanto sono le piccole
targhe dipinte che ricoprono la facciata dell'edificio,
su cui sono raffigurati tronchi tagliati, alberi di ogni tipo
e foglie in tutte le sfumature di verde. Qualche volta il
negoziante esce fuori in maniche di camicia e grembiule,
e fra la barba che sembra una pelliccia e gli occhi non so
che cosa sia pi nero.
Quel negozio  come una foresta dentro la citt.
Ma stamattina non vado subito alla finestra. Rimango
a letto a guardare i colori che non sono colori e la scatola
di candele. Combustion parfaite. Sono tentata di cercare il
punto che mi fa male all'attaccatura della lingua, per ricordarmi
il bacio del soldato, ma ripenso a ieri notte e non lo
faccio. Non voglio che la sensazione del bacio vada completamente
perduta. O magari lo  gi e non lo voglio sapere.
In compenso mi lascio andare al ricordo della mia mano
che sfiorava il viso del soldato, vicino alla bocca, mentre
ci baciavamo. Sentivo la voracit con cui mi mordeva. La
sentivo non solo con la bocca ma anche con i polpastrelli.
Il bacio di ieri sera  stato insignificante. Una breve
sensazione di morbidezza quando le sue labbra mi hanno
sfiorato la guancia. I baffi e la barba degli uomini normalmente
odorano di fumo e del cibo che hanno mangiato,
ma il bacio che mi ha dato lui per strada  stato cos rapido
che mi ha sfiorata appena, e odori non ne ho sentiti. Per
mi ricordo com'erano i suoi occhi quando mi  venuto vicino.
 questo che continua a frullarmi in testa.
Nise si gira nel letto e si aggrappa pi forte al guanciale.
La vedo di sfuggita un attimo prima di chiudere gli occhi.
Non voglio che sappia che ero sveglia a pensare 
l'unica intimit che mi  concessa. Per lungo tempo per
riuscire a dormire dovevo nasconderla completamente alla
vista, perch non mi piaceva l'idea di condividere uno
spazio cos ristretto con qualcun altro, neppure qualcuno
che conoscevo bene, ma ora non  pi cos. Adesso riesco
a isolarmi anche standole accanto. E poi la conosco meglio,
mentre prima pensavo di conoscerla ma non era vero.
Adesso per me  come una sorella. Denise ha:
una piccola voglia marroncina sulla schiena, simile a
un'isoletta;
un triangolino vuoto fra le cosce quando tiene le gambe
chiuse, subito sotto il sesso;
un occhio appena un po' storto.
Quando mi guarda dritta in faccia  evidente che sta
guardando me, vedendo me, ma sembra anche che stia guardando
qualcosa oltre la mia spalla. Come se ci fosse uno
spazio intorno a me che solo lei pu percepire. Talvolta,
ho notato, le persone la studiano attentamente per capire
che cos'abbia di strano il suo occhio, ma dopo un po'
ci rinunciano. Cominciano a pensare che quello sguardo
contribuisce alla bellezza del suo viso, e in breve sentono
anche loro di essere avvolte in uno spazio speciale. Si rilassano
e addolciscono. Se l'occhio guardasse verso l'interno
sarebbe un difetto, invece cos aggiunge qualcosa di
unico al suo viso.
A me sono i difetti che interessano, sempre.
Dal canto suo, lei potrebbe rivelare cose molto personali
di me. Per esempio, che talvolta dormo con una mano fra
le gambe per riscaldarla, o che ho un pelo biondo-rossiccio
vicino al capezzolo destro. Appena riesco ad afferrarlo con
le dita, lo strappo. All'inizio cercavo di non farmi vedere
da Nise e lo toglievo quando non mi guardava, poi mi sono
detta che era una preoccupazione inutile.
Si arriva a conoscere piuttosto bene una persona quando
si dividono con lei un letto e un bugliolo.
Aprendo gli occhi, stamattina, e guardando la scatola
di candele, noto che sta cominciando proprio ora a riprendere
il suo azzurro. Cerco di vedere il colore ritornare gradualmente,
ma tenere gli occhi fissi mi fa male.  meglio
se ogni tanto li giro altrove. Dopo un po' di tempo passato
a osservare la scatola, non mi sorprenderebbe se cominciasse
a muoversi, si sollevasse dal bauletto e si librasse in
aria. E penso che tutto a questo mondo dovrebbe andare
cos; Dovrebbe essere possibile, quando si pensa a qualcosa
molto intensamente, farle fare quello che si vuole. Chiss,
magari  veramente cos che funziona. Magari non ho ancora
imparato a pensare abbastanza intensamente.
Dentro il bauletto su cui  appoggiata la scatola di candele
c' poca roba. Due federe che mia madre mi aveva
fatto ricamare da bambina e uno scialle color rame a cui
manca quasi tutta la frangia. Un regalo della puttana anche
questo. Me l'ha dato insieme agli stivaletti verdi. Un giorno,
venendo a ritirare le cose che aveva dato a mia madre
da cucire, aveva scoperto che ero malata e le aveva chiesto
se poteva regalarmi, senza offesa, qualche suo capo di
abbigliamento smesso. Mia madre aveva risposto che ogni
distrazione era ben accetta.
Gli stivaletti sono troppo appariscenti, aveva detto
a mia madre quando era venuta a portarci le cose che
intendeva regalarmi. Non stanno bene con niente. E lo
scialle  triste.
Come puttana si faceva chiamare la Belle Normande,
ma io conoscevo il suo vero nome: Julie. Ogni volta che la
incontravo per strada rimanevo affascinata dal suo abbigliamento:
aveva un vestito azzurro, uno color oro, e un
soprabito granata. A dieci anni, non capivo perch non
volesse pi gli stivaletti verdi.
Sono troppo vistosi, aveva spiegato. Mime pour
moi.
Carini, avevo detto dopo averli infilati e abbottonati.
Ma appena avevo provato a fare due passi i piedi mi
erano scivolati in avanti, e i talloni non erano neanche lontanamente
sopra i tacchi.
Potresti usarli per travestirti, mi aveva detto Julie.
Giochi mai a travestirti?
In casa non c'erano vestiti in sovrappi, solo le cose
che mia madre usava tutti i giorni, e un velo di pizzo nero
che si metteva di tanto in tanto per andare in chiesa. Un
paio di volte, da piccola, me l'ero provato sui capelli. Cos
a Julie ho detto: S, ogni tanto ci gioco.
Allora gli stivaletti sono tuoi. E anche lo scialletto
triste.
Adesso gli stivali sono della misura giusta. Secondo me
sono di un colore che va bene con tutto, come l'erba va
d'accordo con il cielo, i fiori o la terra. Anche quando si
bagna, il cuoio non cambia colore. Continua a essere verde
smeraldo. Ovviamente non ho mai visto uno smeraldo
in vita mia, ma qualcosa mi dice che  simile agli stivaletti.
Quel che  certo  che indossarli mi d sempre sicurezza,
come ieri, quando ho avvertito la sua presenza alle mie
spalle ed ero sicura che ci avrebbe rivolto la parola. Forse
 cos che facciamo accadere le cose che vogliamo: non
tanto pensandole intensamente, quanto avendo la certezza
che accadranno.
O forse quel che  successo ieri  semplicemente questo:
che quando piaci a un uomo, piaci anche ad altri.  una
cosa che ti porti addosso, come un profumo sulla pelle o
un'espressione del viso. Forse ieri avevo un modo diverso
di stare in strada per via del lungo tempo passato a baciare
il mio soldato la sera prima. Forse il fatto che stessi ripensando
al bacio con il soldato, mentre ero davanti alla
vetrina della coutellere e disegnavo quello stupido gatto,
dava al mio viso un'espressione diversa.
Passo la punta della lingua sull'attaccatura e non mi fa
pi male. Il soldato sta gi svanendo. Ma fa lo stesso, mi
dico, tanto sta cominciando una nuova avventura.
Come mai sei gi sveglia a quest'ora? mi chiede Denise.
Ha aperto gli occhi, allungato le gambe e buttato in
alto le braccia. Si sta stirando proprio come il gatto della vetrina. Raccontami tutto.
Se le dicessi la verit mi starebbe a sentire, come sempre,
poi per mi prenderebbe in giro perch mi sveglio
presto al mattino a pensare al soldato o al nuovo venuto.
Sono solo uomini, direbbe.
Perci scuoto la testa. Non c' niente da raccontare, le dico. Sta semplicemente facendo giorno.
...
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...
CAPITOLO 5.
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...
La sera dopo lui ci porta a cena in una via dietro un boulevard.
Molto pi carino di tutti quelli di Rue La Maube,
ma non ci vuole molto. La cosa bella  che non  genere La
Maube, ma neanche cos carino da farti sentire a disagio.
Non  vero che vivi a Gennevilliers, esordisce Denise
dopo che ci siamo accomodati. Conosci troppo bene
le strade. Abiti in questo quartiere?
Ho detto solo che sono di Gennevilliers, ribatte lui.
Non sei neanche un esattore delle imposte, vero?
gli chiede lei.
E se fossi un soffiatore di vetro veneziano? Cambierebbe
qualcosa?
Potrebbe, risponde Denise. Se vuoi che crediamo
a quello che ci racconti.
Credete quello che vi pare. Mio cognato  un esattore
delle imposte. Vi basta?
Ci hai detto il tuo vero nome? Ti chiami sul serio
Eugne?
Eugne  mio fratello, risponde lui. Io mi chiamo
Edouard.
Le domande di Denise non lo fanno arrabbiare, e l capisco
una cosa: vuole instaurare un rapporto alla pari. O
ci mettiamo in qualche modo al suo livello o la cosa non
gli interessa. Potrebbe pagare una donna, se volesse. Da
noi, con noi, vuole qualcos'altro.
Nise dice: Be', se sei autorizzato a dire le bugie, lo
siamo anche noi. Deve valere per tutti.
Quanti anni avete? Diciotto? Non avete bisogno di
mentire.
Io ne ho diciannove, gli dice Nise.
Cambia poco.
Tutti hanno bisogno di mentire, aggiungo io.  la
prima volta che apro bocca da quando ci ha dato un bacio
di saluto e portate al ristorante. Non lo correggo per dirgli
che io ho diciassette anni, e non giro gli occhi quando
si volta verso di me. Mi sottopongo al suo sguardo.
La mia mogliettina silenziosa, dice.
Che frase stupida, mi dico.  tutto un gioco. Lo vedo
dalla sua faccia. Nise e io per lui siamo solo uno svago, un
passatempo. Che cos'altro potremmo essere per uno che va
in giro in giacca e cravatta? Ma se ci considera un gioco,
 anche vero che vorrebbe che giocassimo con lui. Ce lo
chiede. Glielo leggo nello sguardo e nelle borse viola sotto
gli occhi. Ma non giro la testa, non intendo dargli questa
soddisfazione, e alla fine  lui che abbassa gli occhi sulla
scatola di sigarette.
Ti concedo di chiamarti Edouard, gli dico, se anche
noi possiamo scegliere il nostro nome.
Che nomi volete avere? chiede.
Dobbiamo pensarci un attimo, dice Nise. Anzi,
no: io lo so. Il mio  Pquerette.
Pquerette, ripete lui scrollando la testa. Come
no. Che ridicolo. E tu?
Victorine, rispondo.
Victorine?
Non si pronuncia cos, rispondo. Meno elegante.
Bisogna dire Vic'trine. O anche semplicemente Trine.
Un suono deciso.
Esatto.
Non dolce, tipo Florence.
Esatto.
Bene bene, facciamo progressi, dice, prendendo
in mano un menu. Ordinate quello che volete. Stasera
niente soupe aux choux o quel che mangiate di solito in
Rue La Maube.
Lo dice in tono ironico, ma non  molto lontano dal vero.
Solo che talvolta ci accontentiamo di molto meno di
una minestra di cavolo, molto meno di quel che si immagina.
A casa non c' lo spazio per cucinare, e anche se ci
fosse non lo useremmo. A pranzo mangiamo frittelle e a
cena ci portiamo qualcosa su in camera. Non andiamo mai
nei caff, neanche per un'acquosa soupe aux choux. Mangiamo
sempre nella nostra stanza o in strada.
Non siamo morte di fame, dico. Non lo siamo
mai state.
Lungi da me il pensiero.
In realt, quello che volevo dire  che c' una bella differenza
tra essere morte di fame e avere ancora voglia di
qualcosa. Tra mangiare un po' e mangiare a saziet. Ma non
so come, in quel momento tutto cambia tra di noi, come
se ci fosse un filo che ci lega, o ci toccassimo le ginocchia
sotto il tavolo. Ma non ci stiamo toccando.  lo spazio fra
noi tre che ha preso vita. Magari  perch ho usato la parola
fame, che poi  un altro modo per dire voglia.
Lui si limita a dire: Ordinate quello che volete, indicando
il men.
Scorriamo la lista, che comprende truite  la vnitienne,
poulet  la Singarat, filet de boeuf Richelieu e qualcosa  la
printanire. E non ordiniamo il minimo indispensabile, ma
a saziet.
Il suo primo regalo eccolo qui. Una pancia che scoppia,
tesa come un tamburo.
Approfitto della cena per osservarlo con attenzione.
Credevo di averlo inquadrato bene il giorno del nostro
primo incontro, ma non era vero. Era ancora un'idea, non
una persona.
Nella realt  fatto cos: naso storto, con la radice che
va verso sinistra e la punta che va verso destra. Rimane
comunque un bel naso sottile, dalle narici eleganti, se cos si
pu dire. Iridi color nocciola, che appaiono pi chiare per
via degli occhi infossati. Una vena che si intravede sotto
la pelle della fronte. Rughe profonde che solcano gli angoli
della bocca. I tratti del viso sono fini, malgrado i baffi
e la barba cespugliosa. Se non li avesse sembrerebbe pi
giovane, ma gli servono come paravento.
 vestito con una giacca nera e pantaloni color ruggine.
L per l mi era sembrato che anche il panciotto fosse nero,
ma mi sbagliavo.  di un viola scuro molto simile al nero,
scuro che pi scuro non si pu, come le more. Chiss perch
l'ha voluto cos e non semplicemente nero. Chiss che
spesa e che lavoro per averlo di quel colore, anzich nero.
Dev'essere una cosa a cui tiene. Ma perch?
La cravatta  a pois. Fermata con uno spillo che ha sulla
capocchia una pietra rossa opaca. Sar una granata? Un
rubino? Mi ricorda il colore della marmellata.
Nel complesso non potrebbe essere pi diverso dal mio
soldato, e questa considerazione mi fa ritornare in mente
il suo bacio e il sapore salato della sua pelle quando gli ho
sfiorato la clavicola con le labbra.
Intanto lui si  accorto che lo sto guardando, che lo sto
esaminando.
Promosso? mi chiede.
Non c' male, gli rispondo.
Mi fissa, come se potesse leggermi nel pensiero e sapesse
che stavo ricordando il sapore della pelle del mio soldato.
In tal caso, per, dovrebbe sapere anche le altre cose che
mi frullavano in testa: il piacere di stringere il suo braccio
mentre camminavamo per strada, la fantasia di andare a
letto con lui.
Nessuno dei due fa cenno di muoversi, di volersi andare
incontro, e lui si gira di nuovo verso Nise. Smette perfino
di guardarmi. A me resta la sensazione che il filo che
ci lega si sia stretto un po' di pi.
Giusto un po' di pi.
Durante la cena, per qualche motivo, salta fuori che lavoriamo
a poca distanza da l, in Rue Pastourelle.
Ci siamo conosciute cos, gli dice Nise, nel laboratorio
di Baudon.
Che cos' Baudon? Che cosa fate di preciso?
Siamo brunisseuses. Brunitrici d'argento.
Cio lucidate l'argento?
Quella  l'ultima fase, rispondo io. Noi siamo il
passaggio prima. Facciamo aderire la placca d'argento al
metallo.
Quanto si guadagna?
 solo curioso, lo so, ma non mi va di dirglielo. Da una
rapida occhiata a Nise capisco che la pensa come me.
Meglio che in altri lavori.
Lui annuisce, prende la mano di Nise e ci strofina sopra
il pollice, poi con l'altra mano afferra la mia.
Dopo cena voglio che mi ci portiate, dice. Da
Baudon.
Non penso proprio, ribatte Nise. Lo frequentiamo
gi abbastanza durante la settimana.
E poi, tanto, non c' niente da vedere, aggiungo io.
Quante ragazze lavorano in laboratorio?
Ventiquattro? Venticinque? C' un certo andirivieni.
Un bello spettacolo! dice lui. Pi di venti ragazze
al lavoro.
Non sono tutte ragazze. C' anche qualche donna e
qualche vecchia strega, ribatte Nise. Io lavoro l da
quando ho quindici anni.
Io da poco pi di un anno, dico.
Lui non aggiunge altro, continuando semplicemente a
tenerci le mani nelle sue.
Credevi che passassimo il tempo a disegnare e rimorchiare
uomini? lo provoca Nise. Lo punzecchia. Tiene gli
occhi bassi sul piatto, poi li alza per vedere la sua reazione.
 pieno di puttane, in giro. Di quelle che sono considerate
puttane, intendo. Una ragazza che conosciamo, Marie
Mousseau,  stata beccata a letto con due pompieri. Il suo
padrone l'ha licenziata. Ma era una cuoca. La vedevamo
andare al lavoro, la vedevamo lavorare. Se era una puttana
e basta, perch avrebbe dovuto sbattersi a cucinare e fare
le pulizie in un lurido caff di Rue La Maube? I soldi cambiano
di mano perch vanno da chi ne ha di pi a chi ne
ha di meno, tutto l: che bisogno c' di usare certi epiteti?
Ero sicuro che lavoraste, dice lui a quel punto.
Mi chiedevo solo quale fosse e quanto vi desse da vivere.
All'inizio, durante l'apprendistato, per tre mesi si
lavora senza paga, gli spiego. Poi ti danno un franco
al giorno. Adesso prendiamo dieci franchi alla settimana.
La nostra cena di stasera costa un franco e mezzo a testa,
prezzo fisso, vino escluso. Mi metto a fare le somme
e le moltiplicazioni. Vorrei dirgli che non guadagniamo
molto, ma abbastanza da sbarcare il lunario. Vorrei dirgli
che se siamo l con lui  perch lo vogliamo, perch ci
interessa. Che se fosse stato diverso, un cafone o un maleducato
o non ci fosse piaciuto l'odore dei suoi capelli
o il suo modo di portare la giacca non gli avremmo mai
detto di s. Una cosa non ne implica un'altra.
Mi accarezza i cuscinetti della mano, poi di nuovo le dita.
Si capisce che fate lo stesso lavoro. Avete i calli negli
stessi punti, dice, restituendoci le mani.
Terminata la cena, quando  ora di pagare il conto,
estrae dalla tasca una manciata di monete. Ma non  questo
che mi colpisce, quanto il modo in cui, una volta contate
quelle che gli servono, le lascia cadere sul tavolo. Non le
dispone in bell'ordine, non le porge. Apre le dita e... come
posso dire? Le lascia andare e le scaglia allo stesso tempo.
Un lancio leggero, un movimento quasi impercettibile, e
le monete atterrano senza rimbalzare.
Poi, con la stessa mano, rimette in tasca quelle avanzate.
A me non  mai capitato di maneggiare denaro distrattamente,
o di separarmene senza qualche riluttanza. Non
ho mai fatto cadere o scagliato una moneta facendola guizzare
fra le dita. Mai ho rimesso in tasca o nella borsetta
una manciata di monete tintinnanti.
Va da s che lui sappia fare tutte queste cose. Non sa
di saperlo, ma le fa.
...
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CAPITOLO 6.
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...
Dopo cena usciamo a passeggio sul boulevard. Camminiamo
affiancati come prima, lui in mezzo e Nise e io ai lati.
Siamo una specie di lento animale, dico io, piegandomi
verso di lui.
Un animale con tre teste, dice Nise, piegandosi allo stesso modo.
Su un braccio sente il suo seno, sull'altro il mio.
Una specie unica, dice lui.
Nonostante tutto camminiamo agevolmente. Ogni tanto
le persone sono costrette a spostarsi per lasciarci passare,
ma non protestano. Diamo nell'occhio non tanto per lo
spazio che occupiamo, credo, quanto per l'andatura lenta,
che d alla gente il tempo di vedere e capire. Di inventarsi,
mentre ci incrocia, una storia su noi tre.
La sensazione che mi d il contatto con il suo braccio
mentre andiamo a passeggio  la stessa dell'altra volta, eppure
non mi sembra ancora di conoscerlo. L'uomo che mi
sfiora il fianco mi sembra ancora un estraneo. Un estraneo
che posso toccare e che mi stringe a s.  questa la cosa pi
bella: essere cos vicina a qualcuno e non conoscerlo ancora,
stare appena cominciando a conoscerlo. Eppure, durante la
passeggiata, ho la netta sensazione che ci sia qualcosa in lui
di familiare, qualcosa che riconosco, e dopo un po' capisco.
Il suo profumo.
Oltre all'odore di sigaretta e della stoffa della giacca, ne
sento un altro che non riesco a identificare. Questo pensiero
mi assorbe al punto che non apro pi bocca, nemmeno per
quei commenti occasionali che servono a far capire che sto
ascoltando, che non sono solo un corpo muto, un seno premuto
contro il suo braccio. La moglie silenziosa: quando E.
si volta verso di me, sono sicura che stia per dirmi questo.
Rimani con noi, mi dice invece, scuotendomi leggermente
il braccio.
Ero sovrappensiero, dico.
A che cosa pensavi?
A mia madre.
Come una bambinetta, ridacchia Nise.
Lui sorride, ma a denti stretti. Mi stringe un po' pi
forte il braccio.
Non gli dico che in quell'istante ho capito che il suo odore
mi ricorda l'arancia decorata di chiodi di garofano che
un Natale ho aiutato mia madre a preparare. Subito dopo
aver conficcate le punte dei chiodi di garofano nella scorza
dell'arancia si era sprigionato un odore cos acre che mi
sentivo bruciare il naso e l'agrume aveva assunto un odore
rivoltante. Col passare dei giorni, per, il senso di bruciore
era sparito, l'arancia aveva perso quell'odore cos forte, i
chiodi di garofano si erano scaldati e in breve tempo il loro
profumo era diventato l'unico veramente avvertibile.
E. odora di tabacco e chiodi di garofano. Ma non lo dico.
Dico solo: Non ha senso, lo so.
Continuiamo a camminare, superando caff che mandano
una tale luce sulla strada da rischiararla come fosse
giorno e un pilastro a cui sono affissi manifesti pubblicitari
che recitano:
LA PETITE MARIE CON JEAN RAISIN
AL THETRE DE CLUNY
LA CENERENTOLA AL CIRQUE D'HIVER
SALA DA BALLO BULLIER
Poco oltre, in piazza, passiamo davanti a un chiosco che
vende corde per saltare, cerchi, burattini, trottole, palle, piccoli
cestelli: ogni sorta di giocattolo a buon mercato. Questa
sera  chiuso, ma quando l'ho visto l'ultima volta era gestito
da una donna tarchiata con un cappellino nero guarnito
di pizzo bianco. E anche oggi mi viene lo stesso pensiero:
io ho mai posseduto giocattoli cos? Carabattole di breve
durata, comprate per capriccio? Se s, non me lo ricordo.
E l in alto, sopra le imposte chiuse del chiosco, vedo
l'insegna. A lettere bianche su fondo nero.
DEMANDEZ DU PLAISIR.
E quelle parole mi fanno pensare a come tutti ricerchiamo
il piacere, a come tutti nasciamo con il bisogno di
giocare con qualcosa, di abbracciare, toccare e poppare.
L'oggetto cambia con l'et, ma il desiderio rimane. Sono
questi i miei pensieri, e chiss, forse anche di Nise e di E.
Possono aver visto anche loro l'insegna e averla interpretata
come un messaggio personale, come ho fatto io.
Sono immersa in questi pensieri quando svoltiamo l'angolo
e vediamo una ragazza di fronte al mercato, ormai
chiuso, che vende cartocci di ciliegie, le prime della stagione,
alle coppiette e ai signori benvestiti. E. le compra
gli ultimi due, uno per me e uno per Denise, e andiamo a
cercare un posto in cui sederci.
Le ciliegie sono dolci e hanno lo stesso colore della pietra
del suo fermacravatta. Gli offriamo il nostro cartoccio,
prima Denise poi io, e restiamo un po' li a mangiare.
Sputiamo i noccioli nelle mani e poi li gettiamo a terra.
Le dosi non sono molto abbondanti e quando arrivo alle
ultime ciliegie ne prendo una per il gambo, fra il pollice e
l'indice. La tengo cos, con il frutto appoggiato al polpastrello
del pollice, e poi avvicino la mano alla sua bocca,
invitandolo a mangiarla.
Lui accetta. Si piega leggermente in avanti e con un
morso stacca la ciliegia dal gambo.
Le labbra e i baffi morbidi mi sfiorano il pollice, poi
E. gira intorno alla ciliegia e mi bacia la pelle della mano.
Da principio Nise sta a guardare. Se volesse potrebbe
offrirgli anche lei una ciliegia E. ci ha fatto capire chiaramente
che intende trattarci allo stesso modo. Invece gira
lo sguardo e continua a mangiare, finendo tutti i frutti del
suo cartoccio.
Mi sono rimaste due ciliegie. Gliele porgo, lui morde e
bacia. Come se il palmo della mia mano fosse la mia bocca.
Penso solo a questo, l sulla panchina. Non penso pi a
Nise, che  seduta di fianco a lui. Non penso a niente, solo
alla sua bocca sulla mia pelle.
Potrei piegarmi in avanti, costringerlo a baciarmi sulla bocca
anzich sul pollice. Potrei benissimo, lo so. Ma mi trattengo
per via di Nise. Questa storia  cominciata con lei e non
importa se non gli sta dando da mangiare:  l. Ed  seduta
accanto a lui, proprio come me. Per questo non lo bacio, anche
se mi piacerebbe tanto. Sar la mia mano a fare da bocca.
Tutto ci dura un tempo che mi sembra infinito.
Quando ci alziamo per riprendere la passeggiata sento
che si  instaurato un legame, e sento anche tirare la pelle
del polso e della mano. E pur non avendolo baciato, mi sento
egualmente un po' in colpa. Perch avrei voluto rimanere
da sola con lui, perch l'avrei voluto tutto per me. Unicamente
per me. E se fossimo rimasti seduti ancora un po'
l'avrei baciato. L'avrei baciato e non mi sarei curata della
presenza di Nise l vicino.
Mentre camminiamo osservo Nise per capire se abbia intuito
i miei sentimenti, ma non d segno di essere turbata o
offesa. Magari lo , ma fa finta di niente, e gli parla con la
stessa disinvoltura di prima, in tono stuzzichevole e dolce.
Poi mi rendo conto di aver frainteso.
Aveva distolto lo sguardo per concederci un po' di privacy,
come facciamo fra di noi quando siamo nella nostra
stanza. Solo questo.
Continuiamo a camminare tutti insieme a braccetto,
questo strano animale con tre teste e tre cuori, e quando
arriviamo in Rue Maitre-Albert Nise prende l'iniziativa
e gli dice: Perch non vieni da noi? Cos eviti di andare
fino a Gennevilliers, o dovunque sia che abiti.
Lui si ferma e la guarda.
Da quel che ho capito c' a malapena spazio per voi
due, dice. Dove mi mettereste?
Questa volta parlo io: Nel nostro letto, rispondo.
Guarda me, adesso, e dalla sua espressione capisco che
 compiaciuto. Prima Nise con la sua offerta, poi io con
la mia fulminea risposta, gli abbiamo fatto piacere. Glielo
leggo negli occhi quando mi viene pi vicino.
Brava! mi dice.
E mi d un bacio, non uno vero, ma un bacio comunque
pi lento di quello di ieri sera, con le labbra leggermente
umide. Labbra e baffi sono gli stessi, morbidi, che mi sfioravano
la mano, ma nel bacio ci mette pi pressione, pi
volont. Pi insistenza.
Si stacca da me e va da Denise. Per imparzialit, perch
abbiamo camminato a braccetto tutti e tre insieme,
perch ha avuto il seno di Denise schiacciato contro il suo
braccio esattamente come il mio. La bacia, e io lo osservo.
I capelli castani ondulati, gli occhi chiusi. La curva verso
l'alto della mascella. La cautela con cui si piega in avanti.
E in quel preciso momento mi diventa chiaro un aspetto,
di lui, che mi era passato davanti agli occhi tutta la sera:
gli piace essere punzecchiato. Gli piace che giochiamo
con lui.  una delle cose che si aspetta da noi.
Prendiamo accordi per rivederci due giorni dopo, e cos
lo salutiamo e ci allontaniamo. Entrambe con il sapore della
sua bocca sulla nostra.
Sar per questo che Nise e io percorriamo l'ultima parte
dell'isolato in silenzio, dall'angolo di Rue La Maube alla
curva a gomito di Rue Maitre-Albert. Vogliamo continuare
a sentire la sua bocca sulla nostra. E poi, comunque, non
c' niente da dire.
...
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CAPITOLO 7.
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...
Ero sicura che non sarebbe venuto, dice Nise strofinandosi
la faccia, dopo che siamo salite in camera nostra.
Per quello gliel'ho chiesto.
La tua proposta gli ha fatto piacere.
Dici davvero?
Certo, lo sai, rispondo. E io ti ho dato corda.
Malgrado la stanchezza, sono perfettamente sveglia.
Lucida. Mi sembra che Nise mi stia mandando un segnale
ma non riesco a decifrarlo, non ancora.
Che situazione imbarazzante, mi dice.
Quale?
Essere in tre. Noi due l in attesa del suo bacio. Quando
 toccato a te ho dovuto girarmi dall'altra parte.
Annuisco, perch  vero. Tutte le volte che, in passato,
siamo uscite con degli uomini, ce n'era sempre uno per
me e uno per lei. Sempre. Ma a parte questo, quello che
dice non ha senso, perch stasera ha baciato me per prima.
Non ho dovuto aspettare. E quando ha baciato Nise
sono rimasta a guardare. L'ho fatto apposta, di non girarmi
dall'altra parte.
Comincia a piacerti di pi di quanto pensassi? mi
chiede Nise.
Non saprei, rispondo.
In realt lo so benissimo, ma  troppo presto per parlarne.
E immagino che sia lo stesso per lei, perch non lo nomina
pi e non mi fa pi domande. Quando riapre bocca,
 per parlare del lavoro che ci aspetta l'indomani.
Chi ha mai voglia di andarci? dico.
Quando siamo a letto, ascolto attentamente il respiro
di Nise, cercando di cogliere il momento in cui cambia, il
passaggio dalla veglia al sonno.  un cambiamento quasi
impercettibile, ma certe notti avviene quando sono ancora
sveglia, e se lo sento mi d un senso di pace. Stanotte voglio
rimanere distesa al buio a farmi cullare dal respiro di
Nise, voglio guardare i miei stivaletti verdi in fondo alla
stanza, che adesso sembrano neri, e la scatola azzurra delle
candele, che adesso appare grigia. Exiger le nom. Eviter
les contrefaons. La Favorite.
Ma stanotte non sento il suo respiro cambiare, o quanto
meno non me ne accorgo, e mi addormento pensando alla
bocca di lui sulle venuzze del mio polso, ed  Nise quella
che rimane sveglia, stanotte. Almeno cos mi pare.
...
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CAPITOLO 8.
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Dorure Argenture Vlaquage. L'insegna di Baudon recita
cos. Noi per non passiamo dall'ingresso principale sotto
la scritta, ma facciamo il giro, passiamo dal cortile laterale
ed entriamo attraverso una porta blu che scorre su una
catena attaccata a una puleggia.
Per brunire una placca d'argento non la si strofina con
un panno: ci vuole un oggetto altrettanto duro. Io uso un
sottile arnese di acciaio, con una punta grande un terzo di
dito, per far aderire l'argento, e poi un altro attrezzo con
la punta pi larga per appianare le scabrosit. Gli strumenti
di lavoro si chiamano quasi come gli operai: brunissoirs,
brunitoi. Io uso gli arnesi di laboratorio per tutto tranne
che per le ultime spennellature, che devono essere ampie e
leggere. Qui uso il mio brunitoio personale. La punta  di
ematite, non di acciaio.  grande come un pollice, montata
in un manico di legno a forcella, e fermata da una fascetta
di acciaio. Non  rossa come il sangue, come farebbe credere
il suo nome, ma grigia lucida, come l'acqua di fiume
sotto il sole. Mi ci vedo dentro, ed  lo specchio dell'ematite
che leviga l'argento come uno specchio.
Quando non uso il mio brunitoio, lo tengo sempre nella
sua custodia di pelle. Se la pietra dovesse graffiarsi, la
scalfittura rasperebbe l'argento rovinando tutto ci che
tocca. Il laboratorio di Baudon  un posto pulito e gli arnesi
da lavoro che mette a disposizione sono abbastanza
buoni, ma io conosco il mio brunitoio e lui conosce me.
So come si comporta, come la pietra scivola sopra le
scanalature della placca d'argento, so come usare il mignolo
per tenere fermo il manico, e com' liscio il legno che poggia
sul palmo della mia mano.  il mio strumento e per
intenderci lo conosco meglio di quanto abbia mai conosciuto
l'uccello di un uomo.
 mio padre che mi ha insegnato l'importanza degli attrezzi
da lavoro. Lui  un incisore, un ciseleur, e ha un assortimento
completo di bulini personali. Una volta mi ha
detto che qualunque sia il proprio mestiere, senza un'attrezzatura
personale non si diventer mai nessuno. Quand'ero
pi piccola mia madre sbraitava quando scorrazzavo in giro
con i miei amichetti, mentre mio padre si preoccupava
di come mi sarei guadagnata da vivere.
Ciascuno dei due si preoccupava a modo suo, immagino,
ma non so che farci se le uniche lezioni che ho preso
sul serio sono state quelle di mio padre.
Ogni brunitoio, con la sua punta e la sua destinazione
d'uso, ha una bellezza particolare. Talvolta preferisco impiegare
uno dei vecchi brunitoi a dente di cane. Alcune
delle operaie di Baudon che lavorano l'oro li usano, anche
se le pi sono passate all'agata. Ma non tutte. I brunitoi
a dente di cane si chiamano cos proprio perch in cima al
manico di legno hanno un canino dell'animale. Non li si
usa sull'argento, solo sulle lamine d'oro, ma mi piacerebbe
comunque possederne uno. Un dente di cane, un osso
incastonato nel legno.
Come dicevo, Baudon non  un brutto posto. Lavoriamo
anche ad agosto, quando in citt  tutto chiuso. E poi
non vendono roba scadente. La placca d'argento pu essere
sottile come un velo di burro, ma pi il fondo  sottile, pi
 granulosa la finitura, e pi  duro, il lavoro. Questo da
Baudon non succede. Noi non facciamo prodotti dozzinali.
Brunire fa male non solo alle mani ma anche ai muscoli
della schiena, sotto le scapole.  da qui, infatti, che parte
il movimento. Non si lavora solo con le dita ma anche
con la schiena. Talvolta mi sembra di avere qualcuno che
mi punzecchia con un ago incandescente o la punta di un
coltello. Il posto che mi brucia di pi  subito sotto la scapola
destra, vicino alla spina dorsale. Dove sarebbe attaccata
un'ala, se fossi un uccello. Ma non sono un uccello,
sono solo una semplice operaia, e ogni tanto quel punto
mi brucia da morire.
Ci sono dei momenti, nel corso della giornata, in cui
sembra che le operaie del laboratorio parlino tutte contemporaneamente,
e le conversazioni e le urla da un tavolo all'altro rendono il posto molto rumoroso. In altri momenti,
come all'inizio della mattinata e a met pomeriggio,
c' silenzio, e si sente solo il picchiettio dei brunitoi
sull'argento. Nise e io non lavoriamo al medesimo tavolo:
ci vediamo gi abbastanza, come diciamo a chi ci chiede
il perch. Cos lei raccoglie i pettegolezzi che circolano al
suo capo della stanza, e io gli altri.
Quando ci sono questi minuti di silenzio, o quando le
operaie si scambiano solo qualche parola sommessa, ripetendo
gli stessi gesti all'infinito, l'atmosfera diventa soporifera.
Il borbottio di voci femminili e lo strofinio regolare
degli attrezzi sui piatti e sul vasellame sono una specie di
ninnananna. Ogni tanto ho l'impressione che la stanza,
malgrado tutto il metallo che contiene, sia come avvolta
nell'ovatta, e sono i momenti in cui ho la mente pi lucida:
quando ho le mani che lavorano ma non seguo il filo
dei discorsi, non sento veramente che cosa dicono le operaie
dei loro mariti, o chi sia incinta, o che cosa sia successo
la notte precedente. In quei momenti  come se con la
pietra stessi raschiando le asperit dei miei stessi pensieri.
Oggi penso che le preoccupazioni dei miei genitori fossero
legittime. Sapevano di non potermi controllare. La
prima volta che sono rimasta fuori tutta la notte con un
ragazzo avevo solo quindici anni. Quando sono tornata a
casa mio padre era gi andato al lavoro, ma mia madre era
l seduta che mi aspettava. Entrando, ho detto: Sono
tornata. Sono qui, ma lei non ha reagito. Non ha detto
niente e non mi ha guardata. Quando finalmente ha aperto
bocca, ha detto: Il giorno in cui torni a casa incinta,
non sei pi mia figlia.
Come se potesse essere una mia scelta. Come se non
volessi anch'io evitare una gravidanza. Mia madre avrebbe
potuto darmi una mano, aiutarmi a capire come fare,
invece niente.
Lasciai perdere il ragazzo con cui avevo passato la notte,
e dopo un po' smise pure di piacermi, ma i rapporti fra
mia madre e me non tornarono mai pi come prima. Non
dimenticai quel suo non rivolgermi la parola e non voltare
nemmeno la testa a guardarmi. Mi aveva degnata solo del
suo profilo. Solo di quello.
Anche cos sono diventata grande. Per alcuni mesi continuai
a vivere a casa, ma quel giorno misi il primo piede
fuori. Con mio padre andava meglio: non mi rinfacciava
niente e ribadiva continuamente la necessit di avere arnesi
di lavoro personali. Pu darsi che mia madre, non
aiutandomi e obbligandomi a ingegnarmi da sola, facesse
la stessa cosa.
Scendendo in strada, a fine giornata, Nise e io arrotoliamo
e infagottiamo i grembiuloni che indossiamo sopra
i vestiti da lavoro. Ce li siamo appena buttati in spalla, legati
per le stringhe, quando lo vediamo.
Non io, a dire il vero. E Nise che lo adocchia per prima.
Io me ne accorgo perch la vedo camminare in modo
diverso, e allora squadro la strada in tutte le direzioni.
 appoggiato al muro dell'edificio all'angolo e sta fumando.
Quando ci vede butta la sigaretta, abbassa gli occhi
e la schiaccia con un piede. Poi ci guarda di nuovo. Non
viene verso di noi: ci d il tempo di osservarlo. Di fare la
nostra mossa.
 la vostra conquista? ci chiede Adle.
 un po' pi vecchia di noi, lavora al tavolo vicino a
Nise, e ha notato dove e chi stavamo guardando. Le lancio
un'occhiata e vedo che fa una faccia strana, ma per
una volta non dice niente di volgare o antipatico. Non si
ferma neppure. Sta tornando a casa dal marito e dal figlioletto,
e non le importa sapere chi sia venuto ad aspettarci
in strada.  una con cui si chiacchiera per far passare pi
in fretta la giornata. Un'amicizia lavorativa.
Quando gli andiamo vicine, noto che  vestito in maniera
pi modesta delle altre volte, con pantaloni scuri e
una giacca spiegazzata. Ma non c' niente da fare. Anche
se crede di passare inosservato, non potr mai mimetizzarsi
in questo posto, fra gente che ha lavorato tutto il giorno
con metalli, stracci e segatura, nel caldo e nella sporcizia.
Vorrei ridergli in faccia ma mi trattengo e, quando un attimo
dopo gli sono di fronte, la voglia mi  passata. Lo guardo
dritto negli occhi, mentre Nise rimane in disparte. Lui
non si muove, continua a fissarci e a lasciarci l'iniziativa.
Che ti  successo, hai finito i soldi? gli domanda
Nise, girando un attimo la testa verso di lui. Facendogli
un cenno.
Ero da queste parti, risponde lui. Nel quartiere.
Nise scuote la testa e riavvolge il grembiule, mettendolo
davanti alla pancia a mo' di manicotto. In questo quartiere.
In questa strada. Dopo che ti avevamo detto dove
lavoravamo, lo provoca, guardando dritto davanti a s,
nel vuoto, senza pi voltarsi verso di lui.
Siccome non guarda neanche me, non so dire come si
senta lei, ma so perfettamente come mi sento io: presa alla
sprovvista. Abbiamo i vestiti da lavoro e i capelli sporchi,
ed  una strana situazione. Mi aveva colpito il modo in
cui aveva gettato a terra la sigaretta appena ci aveva viste,
e l'aveva schiacciata con il piede quasi senza toglierci gli
occhi di dosso. E il fatto che comunque non si fosse mosso,
per darci il tempo di raccogliere le idee. Di decidere.
Mi chiedo chi di noi abbia pi fame, in realt.
Non metto le mani nel grembiule come Nise. Il mio
fagotto continua a penzolarmi dalla spalla destra e oscilla fra
me e lui mentre ci avviamo gi per la strada. Lui cammina
con le mani dietro la schiena. Per un isolato procediamo
cos, senza parlare. Dopo un po' comincio a tendere
sempre di pi dalla sua parte. Anche se non ci tocchiamo,
sento qualcosa che ci lega.
Avevo nostalgia delle mie giovani operaie, dice infine
lui. Con i calli alle mani.
Silenzio. Nise si gira un attimo a guardarlo e ha un'espressione
derelitta. Allora capisco che si vergogna delle
nostre mani luride, dei nostri vestiti sporchi, di come ci
puzzano le ascelle e di essere stata presa alla sprovvista in
questo modo. E leggo anche qualcos'altro sul suo viso, che
credo sia questo: ora che lui  venuto a prenderci al lavoro,
che  venuto a cercarci alla luce del giorno, le sue intenzioni
nei nostri confronti, qualunque esse siano, sono
diventate una cosa seria. Ora che  venuto ad aspettarci
in strada. Non si tratta pi solo di offrire la cena o scherzare
su nomi e storie di fantasia.
Si tratta di noi. Proprio di noi due in particolare. E
penso che la cosa non dovrebbe sorprenderci. Era quello
che volevamo. Con i nostri blocchi da disegno e la nostra
messa in scena per sembrare persone fuori dall'ordinario,
non volevamo proprio che qualcuno ci notasse? Che ci
trovasse speciali? Non  proprio per questo che giro con
gli stivaletti verdi di una puttana? Perch non mi sento
una persona ordinaria. O forse perch mi sento ordinaria
e speciale allo stesso tempo.
Cos decido che non mi importa pi di essere stata
presa alla sprovvista da Baudon, e neppure della sua finta
trasandatezza come se bastasse una giacca per indossare
una vita. Smetto di fantasticare, mi concentro sulla strada
e sul fatto di camminare con lui. E poco dopo gli infilo la
mano nell'incavo del braccio. Non gli sto cos vicina come
facevo l'altra notte a dividerci, ora, ci sono il mio grembiule
infagottato e la luce del giorno. Ed  proprio questo
il punto: non siamo di notte, ma di giorno, e il mio vestito
sul davanti  ancora bagnato dell'acqua saponata di ossido
di ferro che usiamo per brunire, e so di avere addosso
la puzza acre che rimane dopo aver lavorato nel caldo infernale
del laboratorio. Non indosso gli stivaletti verdi di
una puttana, non ho in mano un album da disegno, non
sto mangiando in un bel ristorante e non si sta discorrendo
di nomi di fantasia.
Sono come sono io alla luce del giorno.
Non del tutto io, per, perch il giorno in cui l'ho conosciuto
sono diventata una persona diversa. Cos come lo
sono diventata dopo aver baciato il mio soldato, o essere
stata fuori tutta la notte con un ragazzo contro la volont
di mia madre.  un cambiamento continuo. Un continuo
desiderio di cambiare.
Ragazze con le mani ruvide e i vestiti sporchi: lui vuole
questo e non l'immagine che avevamo voluto dargli al
ristorante. Non vuole niente di fittizio. Questo mi dico,
l per strada.
Una volta seduti al caff, dietro il Boulevard du Temple,
mi sembra che E. abbia qualcosa di diverso.
All'inizio penso che sia solo un'impressione dovuta al
suo abbigliamento, ma poi capisco che c' dell'altro. E stravaccato
sulla sedia, parla in maniera sconnessa, e perfino
il suo tono di voce  alterato. E leggermente pi profondo
e pi lento. Rimango ad ascoltarlo e a osservarlo per
un po', poi mi rendo conto che fa come me, che anche lui
 uno che si adatta alle circostanze.
Ordiniamo del vino, poi lui tira fuori una rivista, il
Journal pour tous, e guardiamo le figure. Per un po' lo
sfogliamo liberamente, poi ci mostra un disegno vedendo il
quale dice gli siamo venute in mente noi. Si intitola Le
langage des cheveux, e raffigura quattro tipi di capigliatura
femminile. La rivista non  a colori, ma i capelli si distinguono
per l'ombreggiatura e per le scritte: la bionda, la
nera, la rossa, la bruna. Sotto ogni colore di capelli  descritto il temperamento corrispondente. Le bionde
sono dolci e devote, le donne dai capelli neri passionali,
le rosse civettuole e affettate, le brune riservate e sincere.
Le brune sono riservate e sincere, commenta Nise, e noiose.
In compenso le rosse sono delle piantagrane, ribatto io.
Non so, dice lui, accennando un sorriso. Penso
che ci sia della verit in tutto ci.
In che senso? gli chiedo.
Se venissi a letto con te, mi sfiancheresti, risponde.
Poi si gira verso Nise: Con te penso che ne uscirei
rigenerato.
Dopodich sento i suoi occhi fissi su di noi, pronti a
capire la nostra reazione dalla faccia che facciamo. Cerco
di mantenere la mia pi indecifrabile possibile.
Proprio come pensavo, dice lui.
 evidente che vuole scioccarci o turbarci, ma la sua
espressione non cambia minimamente, e allora capisco che
 serio, o semiserio. Il che  ridicolo. Non  ridicolo che
abbia detto chiaro e tondo che vuole venire a letto con noi,
ma che pensi di sapere quali esperienze gli offriremmo.
Insomma, voi due vi sfianchereste a vicenda, e a me
resterebbero da raccogliere i cocci, dice allora Nise, scrollando
la testa. No, grazie.
Ridiamo tutti, compreso lui, e in un lampo l'atmosfera
ritorna giocosa.
Ma sebbene Nise abbia volto in scherzo le sue parole,
 evidente che E. ha intenzione di trattarci con estrema
franchezza. E sono sicura di non sbagliarmi sul suo conto.
Potr anche essere tutto una fantasia o un gioco, per
lui, ma  un gioco nel quale  molto concentrato. E concentrato
su di noi.
Ci rimettiamo a sfogliare tutti insieme il Journal pour
tous, chiacchierando del pi e del meno, e poco dopo lui
ci comunica che ha un appuntamento con un amico che
era veramente passato da Baudon per caso, nella speranza
di incontrarci.
Care le mie giovani operaie, dice. Avete un orario
di lavoro impegnativo.
Quale amico? lo interroga Nise.
Antonin. Ma io lo chiamo Tonin.
D'accord, ribatte lei. Volevo solo sapere se avevi
gi pronto un nome.
E. scuote la testa e ci bacia sulla guancia, prima me e
poi Nise. Prima di andarsene lascia qualche moneta sul tavolo.
Una somma pi che sufficiente a pagare il vino che
abbiamo preso. A pagare il vino e a comprarci da mangiare.
Appena si allontana, Nise mi chiede: Ci hai capito
qualcosa?
Voleva farci sapere come si immagina che sarebbe venire
a letto con noi.
Do una sbirciata alla coppia seduta al tavolo accanto.
Stanno giocando a domino e tengono gli occhi bassi, ma
sono sicura che hanno sentito tutto. Non me ne importa.
Ho diciassette anni e non mi hanno cambiata n le regole
di mia madre n l'amore di mio padre. Non mi importa
del giudizio di nessuno, salvo di quello di Nise.
Non me ne rendo ancora conto, ma anche questo  un
effetto dell'incontro con E. Perfino con i capelli sporchi
e i vestiti da lavoro luridi c' qualcosa in me che colpisce
gli uomini. Prima pensavo che fossero gli stivaletti verdi
della puttana e la posa che Nise e io assumevamo nel disegnare,
che ci rendeva a nostra volta simili a un quadro, ma
adesso ho capito che  un'altra cosa, una cosa totalmente
diversa, che non ha niente a che fare con un paio di stivaletti
o qualsiasi cosa io possa infilarmi nei piedi.
Ha a che fare con me come persona.
Nei nostri vestiti da lavoro umidi, mangiamo lo stufato
di manzo che ci ha portato il maitre. Ascoltiamo il suono
secco delle tessere di domino calate sul tavolo.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Il giorno in cui l'abbiamo conosciuto, Nise gli ha detto
di non essere mai stata da nessuna parte, ma  una bugia.
Ogni due mesi torna a casa, a Toucy. Non c'era ragione di
raccontarglielo: era una conversazione superficiale, e poi
forse non conta perch Toucy  casa. In ogni caso, sono
affari suoi, esclusivamente suoi.
Una volta sono andata con lei. Un po' perch ero curiosa,
un po' perch volevo farle compagnia. Sapevo quanto
le pesasse. E cos ogni volta. Dice sempre che deve andare,
ma ha il terrore di farlo. E se rimanda troppo, poi sta
malissimo.
I suoi genitori crescono la bambina come se fosse la sorella
di Nise. E in un certo senso lo , perch l'ha avuta a
quindici anni.
Ogni tanto avrei voglia di chiederle che effetto fa mettere
al mondo un bambino. Penso che me lo direbbe, ma
evito. Quando l'ho accompagnata a Toucy non ha quasi
aperto bocca tutto il giorno ed  tornata di buon umore
solo al ritorno, man mano che ci allontanavamo. Forse
 esagerato dire buon umore: mi sembrava sollevata,
ecco. Contenta che fosse tutto finito, ma anche di essere
andata. Contenta di aver assolto al suo dovere per un paio
di mesi, due mesi in cui non essere costretta a pensarci.
Senti mai la mancanza della bambina? le avevo chiesto quel giorno sul treno del ritorno.
Non la conosco.
Io ho annuito, lei mi ha guardata e sorriso flebilmente,
poi ha girato gli occhi. Per molto tempo non ha pi detto
altro, e dopo ho notato che aveva gli occhi gonfi. Non di
pianto me ne sarei accorta. Erano stanchi della giornata.
Il gonfiore sotto le orbite  rimasto tutto il giorno dopo,
cos come un velo particolare di spossatezza nel suo sguardo trasognato.
Il bello  che non diresti mai che ha un figlio. Nise non
fa che ripetere che ha pi senso pratico di me, il che  vero.
Ma al contempo ha una dolcezza vera, profonda, che le
rimane anche quando fa la dura e dice parolacce con quella
sua buffa voce roca. Non si capisce come sia possibile,
con quello che ha passato. O magari s. Magari sono stati
proprio i tratti di dolcezza e bont del suo carattere a permetterle
di rimanere la stessa nonostante tutto.
Forse E. l'ha intuita. La sua bont. Forse  per questo
che ha detto quella stupidaggine, su come lei lo rigenererebbe
mentre io lo sfiancherei. Chiss, magari pensa che
sia pura e immacolata. In effetti dimostra meno di diciannove
anni, e poi gli uomini si illudono sempre di trovare
chiss quale purezza sotto i vestiti. Come se possa esistere,
la purezza, o durare a lungo.
Comunque sia, oggi  tornata a casa in questo stato.
Stanca del viaggio. Con gli occhi gonfi. Silenziosa. Mi dice
qualcosa a proposito del treno e nient'altro. Le ci vorr
un paio di giorni per riprendersi.
Aime. Cos si chiama la bambina. Assomiglia un po' a Nise, ma poco poco.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Questa volta l'appuntamento  davanti a una brasserie,
Vlicoteaux.
Entriamo insieme, e quando arriviamo a uno dei tavoli
d'angolo lui mi lascia passare per farmi sedere sul divanetto
contro la parete. Poi rimane in piedi ad aspettare, e io
immagino che Nise si infiler di fianco a me e gli staremo
entrambe di fronte, come le altre due volte. Si  preso a
cuore il compito di nutrirci, e quindi non vorr perdersi
lo spettacolo.
Ma Nise non si comporta secondo le mie, o le sue, aspettative.
Occupa la sedia di fronte a me.
Pu darsi che voglia solo lasciargli il posto pi comodo
sul divanetto, da cui si ha la sala di fronte anzich di spalle.
Comunque sia, che lo faccia apposta o no, il risultato 
che lo obbliga a decidere a chi sedersi di fianco, se a lei o
a me. Alla bruna o alla rossa.
La sua decisione arriva in un baleno. In un baleno scivola
accanto a me, lasciando Nise dall'altra parte del tavolo. Se
lei ci rimane male, non lo d a vedere, o per lo meno, non a
me. Ma forse non ho guardato con sufficiente attenzione.
Siamo arrivati da poco, quando un uomo si avvicina al
nostro tavolo e si mette a parlargli. Ha l'aria di essere uno
studente, anche se con qualche anno di pi, ed  evidente
che  un suo amico, o almeno un conoscente. E. non lo
invita ad accomodarsi, ma gli risponde volentieri.
Allora secondo te  tutto sistemato? gli chiede l'uomo.
Il colpo di stato  riuscito: fine della storia?
La gente non ne poteva pi, risponde lui. Non ne
poteva pi dei continui tumulti per le strade. Voleva una
svolta, e la svolta c' stata. Si chiama Louis-Napolon.
E adesso salgono tutti felici e contenti a bordo della
nave pirata, come ha detto Hugo.
Felici e contenti, no. Accondiscendenti, questo s.
Ma com' possibile? lo incalza l'uomo. C'eri anche
tu al Sallandrouze. Hai visto la carneficina.
S, c'ero, gli risponde lui. Ma la questione non
cambia.
Da quel momento la conversazione prende una piega
completamente diversa. Dal tono asciutto, deciso, della
sua voce ho capito che  stufo di parlare con quell'uomo.
Il quale per non se ne accorge.
Come si fa a dare il proprio sostegno a una cosa del
genere? chiede l'estraneo, e per la prima volta noto l'eccitazione
nei suoi occhi.  vestito come uno studente ma
 troppo vecchio per esserlo, e ha qualcosa di strampalato,
di malconcio.
Non si tratta di dare il proprio sostegno, gli risponde
lui, con un tono di voce ancora pi basso di prima.
Ma di vivere alla giornata.
Mi sorprende che tu, proprio tu, dica cos.
Lui fa una risatina. Non devi essere sorpreso,
Legrand, ribatte. Non sono migliore di chiunque altro.
Per un po' cerco di seguire, mi sforzo, poi ci rinuncio
e le parole diventano meri suoni. Ogni tanto, mentre
ascolta quel tipo malconcio, lui pende leggermente
verso di me e la sua spalla picchia contro la mia. Altre
volte sollevando il bicchiere di vino sbatte contro il mio
braccio. Ma io non mi scosto voglio sentire il contatto
del suo corpo.
Dopo un po', sar perch siamo seduti vicini o per il
vino, non mi accontento pi di qualche colpo occasionale
alla spalla o al gomito. Vorrei che smettesse di dar retta
a quell'uomo e riportasse di nuovo l'attenzione su di noi.
Ma anche questo non  vero, me ne rendo conto un attimo
dopo averlo pensato.
Vorrei che riportasse l'attenzione su di me.
Ha sempre messo Nise e me sullo stesso piano, e forse
lo dovrei fare anch'io, ma stasera  a me che ha voluto
sedersi vicino, ed  il mio fianco che continua a toccare,
perci voglio farglielo capire.
Voglio obbligarlo a prestarmi attenzione.
Facendo perno non saprei come altro dirlo sul gomito,
ruoto il braccio sotto il tavolo in modo da muovere
solo l'avambraccio e non la spalla, e faccio scivolare la mia
mano sulla sua gamba. Nessuno, penso, si accorger della
mia mossa, n Nise n quell'uomo che continua a starsene
l impalato e parlare, parlare, parlare.
Pur essendo a met di un discorso con quello straccione,
lui non si gira n smette di parlare, ma mi agguanta la
mano. Me la stringe forte nella sua e se la trattiene sulla
coscia. A quel punto  inutile che abbia tenuto ferma la
spalla, perch tanto le nostre braccia si muovono simultaneamente,
e si capisce benissimo che cos'ho fatto.
Nise se ne accorge. Ha un guizzo negli occhi, poi cambia
posizione sulla sedia e distoglie lo sguardo. E io mi dico
che non dovrebbe importarle, perch anche se lui avesse
preso posto vicino a lei, lei non avrebbe avuto il coraggio
di ruotare il braccio per toccarlo. Ne sono sicura. Se
E. avesse scelto di sedersi accanto a Nise, sarebbe stata
un'occasione sprecata.
Con me, invece, non lo  stata.
Non sapendo dove altro guardare, Nise alza gli occhi e
fissa quell'uomo troppo vecchio per essere uno studente,
che continua a rimanere in piedi accanto al nostro tavolo.
E l'uomo si accorge del suo sguardo, si accorge del guizzo
nei suoi occhi, e ne deduce che abbia un genuino interesse
per la conversazione. Cos le chiede: Che cosa ne pensa,
dunque, mademoiselle, del nostro capo del governo?
Penso che qualunque cosa faccia l'imperatore, io
domani devo andare a lavorare, gli risponde. Ecco che
cosa penso.
A una battuta del genere non c' molto da replicare, e lo
studente-troppo-vecchio fa una faccia talmente sbalordita
che mi viene voglia di ridere. Ma Nise ha ragione. Perch
a prescindere da tutto il resto, chi va a lavorare domani
siamo io e lei. Non questo tipo con un'aria da studente
scalcagnato, e certamente non E., malgrado la giacca frusta
che si mette per uscire con noi.
A questo punto l'uomo se ne va. Deve aver capito, finalmente,
di essersi intromesso in una cena intima, e trova
il modo di uscirne. Di lasciarci fare i fatti nostri.
Appena  andato via non si sa se per uscire dal locale
o per piantarsi di fianco a un altro tavolo gli chiedo:
Che cos' Sallandrouze? Di che cosa stavate parlando?
L'Hotel Sallandrouze, risponde lui.  un posto.
Dove  successo qualcosa?
Dove  successo qualcosa, che io ho visto.
Che cosa?
Mi accarezza a lungo la mano prima di rispondere. Passa
e ripassa sui calli.
Poi dice, senza guardarci:  successo tanto tempo fa.
E ho visto quello che hanno visto tutti, quel giorno: soldati
e sparatorie.
Nise e io da principio restiamo in silenzio, poi lei commenta:
Dev'essere stato orribile. Non so se ho voglia di
farmelo raccontare.
E io non ho voglia di parlarvene, dice lui. Inoltre
sarebbe da stupidi farlo, perfino qui dentro. Legrand
dovrebbe saperlo.
A me invece sarebbe piaciuto farmelo raccontare. Saperne
di pi. Perch capisco che per lui  importante. Glielo
sento sulla mano e sui muscoli della coscia, che  importante.
Ma sto zitta.
Parliamo di cose pi piacevoli, propone, allora, lui.
Di che si chiacchiera da Baudon?
Nise e io non apriamo bocca, allora lui: Siamo a corto
di argomenti, si direbbe. A quanto pare oggi ho due mogliettine
silenziose.
Potremmo anche essere a corto di argomenti o anelare
a un momento di tranquillit dopo tutti quei discorsi di
politica, chi lo sa, ma la vera ragione  un'altra, ovviamente.
Nise sta zitta perch io sto continuando a toccarlo, e
di solito  lei che tiene viva la conversazione
Sono sul punto di rompere il silenzio con una frase
qualsiasi quando arriva il cameriere con il nostro cibo.
Solo a quel punto lui mi restituisce la mano, per permettermi
di impugnare le posate. Di usarla per mangiare.
Finita la cena, E. si allunga sul tavolo e afferra prima la
mano di Nise, e quindi di nuovo la mia. Osserva con attenzione
le nostre dita: quelle di Nise hanno unghie cos corte
da lasciare quasi scoperta la carne viva, e le mie hanno tutte
uno spicchietto bianco. In comune, le nostre mani hanno
il fatto di essere rosse e probabilmente di avere i calli
negli stessi punti del palmo e delle dita, come diceva lui.
Voglio venire a letto con tutte e due, dice.
E basta. Nessun commento su chi lo sfiancherebbe e
da chi sarebbe rigenerato. Va dritto al sodo.
Nise guarda prima me e poi lui. Tutte e due insieme,
 questo che intendi? chiede. Che dovremmo dividerti
fra di noi?
Ognuno si dividerebbe fra gli altri due, risponde
lui. Tutti e tre insieme, come in questo momento.
Nise sul momento non ribatte, cos sto zitta anch'io. So
che sta per dire qualcosa, e voglio sentire. Voglio sentire
quello che ha da dire lei, prima di parlare io.
Ma... non so, dice infine. E se non volessi condividere
i miei giocattoli con nessun altro?
 un tentativo di volgere in scherzo la sua proposta.
Lui la guarda. Nise per non aggiunge altro, e quando lui
si gira verso di me rimango muta. Sar che sono diventata
la mogliettina silenziosa? Sar che non riesco pi a dire
ci che prima avrei detto?
Non penso ad altro, dice, allora, lui. N alla politica,
n alla storia. A voi due sole. E intanto continua
a stringerci la mano. A osservarci.
Nise, che aveva detto che non voleva condividere nulla,
in realt in questo momento lo sta facendo. Per il semplice
fatto di non tirare via la mano, sta condividendo lui
con me, e me con lui. Che le piaccia o no, c' un legame
fra di noi.
Ma non lo dico. Tanto le parole sono solo suoni.
Pi tardi quella sera, mentre ci riaccompagna a casa, gira
in Rue Jacinthe, che  pi una stradina di passaggio, un vicolo,
che una vera e propria via. Si ferma nel vano del primo
portone dopo lo spaccio di vini. Appena capisco a che cosa
mira, appena si ferma e si gira verso Nise, lascio andare la
mano con cui lo tenevo. Prima di allontanarmi, per, vedo
che mette le braccia intorno alla vita di Nise. Mi basta.
Ritorno indietro, davanti alla vetrina del vinaio, e aspetto.
Aspetto e penso a loro due, poi aspetto ancora e ripenso
a tutto quello che E. ha detto da Flicoteaux. Non solo le
parole rivolte a Nise e a me, ma anche i suoi discorsi con
quel tipo troppo vecchio per essere uno studente. Ripenso
alla faccia che ha fatto quando ha detto soldati e sparatorie.
L per l mi sembrano parole che non c'entrano
niente con il resto della serata con la mia mossa di toccarlo
sotto il tavolo o con la sua confessione di voler venire
a letto con noi. Poi cambio idea. Quelle parole c'entrano
perch sono state dette. Il tempo non va mai in un'unica
direzione, e niente  mai una cosa sola. Tutto si mescola
con tutto, sempre.
Non so quanto duri l'attesa, ma quando sento i passi di
Nise che si avvicinano la sfioro a malapena con lo sguardo.
Mi incammino nella direzione da cui  venuta, verso
il buio del portone.
Lui  l che mi aspetta nel vano d'ingresso, una spalla
appoggiata all'infisso del portone. E d'improvviso io non
penso pi n ai soldati, n al tipo sgangherato, n alle cose
che si mescolano.
Sembri un vero magnaccia, gli dico. In attesa della
sua pupa.
Adesso voglio essere io a parlare. A prenderlo in giro. A
fargli vedere che non sto sempre zitta. Che non sono qui
perch mi ha voluta lui, ma perch l'ho deciso io.
Mi prende le mani, e immagino che voglia baciarmi come
ha fatto con Nise. Invece no, non subito. Mi prende le
mani e me le porta davanti alla giacca, sui pantaloni. Vedendo
che non lo fermo, me le spinge pi gi. Vuole che
glielo palpi. Tiene gli occhi fissi sui miei e mentre gli strofino
la stoffa dei pantaloni continua, nella semioscurit, a
scrutare attentamente la mia faccia.
Ma anche io lo sto osservando. I lunghi capelli ondulati
pettinati indietro. L'espressione aperta su un viso pesto.
Non hai paura, vero? mi chiede, ed  pesta anche
la sua voce. Tu non hai mai paura.
Io non ho mai paura, ribadisco.
 quello che lui vuole sentirsi dire, ma  anche la verit.
Ho diciassette anni e non ho ancora paura di niente.
Mi bacia. Una mano continuo a tenergliela addosso,
con le dita rivolte verso il basso. L'altra la porto vicino
alla sua bocca, per sentire il bacio anche a questo modo,
come avevo fatto con il mio soldato.
E quel che sento  che la sua fame  pari a quella che
abbiamo Nise e io quando ci sediamo a tavola con lui. Ho
diciassette anni e in quel momento capisco che quando un
uomo  cos affamato, bisogna strappargli via qualcosa.
Allora gli avviluppo la lingua nella mia. Come fosse un
frutto o un pezzetto di cioccolato.
Come fosse un granello di sale.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Pi tardi, quando andiamo a dormire, aspetto il momento
in cui Nise e io siamo a letto, al buio, per chiederle
una cosa. Voglio sapere se anche lei l'ha toccato, se si 
fatto mettere le mani addosso anche da lei.
Ma so gi la risposta: l'ha fatto solo con me. Perch al
ristorante ho ruotato il braccio e ho allungato la mano a toccargli
la gamba, perch sono io quella che lo sfiancherebbe.
Perch Nise  diversa e lui le ha assegnato un altro personaggio,
un altro ruolo nel gioco.
Le domando, invece: Vuoi che ci fermiamo qui?
E tu?
No.
Perch me lo chiedi, allora?
Perch possiamo farlo, rispondo. Possiamo fermarci.
Ma mentre lo dico non sono certa di pensarlo davvero.
Non sono certa di riuscire a fermarmi.
Quello che so per certo, invece,  che la mia famiglia 
lei, non lui. Lei  la mia frangine, la mia sorellina.
Allora, come se mi avesse letto nel pensiero, Nise fa una
cosa non nuova per lei: allunga la mano e la attorciglia nei
miei capelli per qualche istante, tirandoli delicatamente.
Secondo me ci saremmo gi fermate, se avessimo voluto,
dice, srotolando via la mano.
Pensi ancora che sia innocuo?
No.
Com', allora?
Chi lo sa.
Nise non aggiunge altro, e allora me ne sto zitta anch'io.
Non voglio sapere se l'ha baciata in maniera diversa da
come ha baciato me. Finora lui ha cercato di trattarci allo
stesso modo, ma  impossibile che ci riesca, lo sappiamo
entrambe perfettamente. O forse lo so solo io. All'apparenza
questa sera dovrei considerarmi avvantaggiata, perch
sono stata io a toccarlo sotto il tavolo e perch sono state
le mie mani che lui ha voluto sentire addosso. Eppure ci
rimarrei male se Nise mi dicesse che, mentre si baciavano,
lui le ha sussurrato qualcosa di dolce. Non vorrei che a lei
andasse tutta la dolcezza, e a me la fame.
Rimango sveglia a pensare a com'era la stoffa dei suoi
pantaloni, e a com'era il suo uccello a palparlo attraverso
la stoffa. Penso che l'ultimo uomo che avevo toccato era
stato il soldato, quello con cui avevo passeggiato finch mi
era piaciuto abbastanza da baciarlo, quello che mi aveva
schiacciata contro le sue cosce come fossero state un cuscino.
Continuo a pensare a tutte queste cose, finch sento
il respiro di Nise che cambia. Adesso  un piccolo stridio,
un crepitio appena percepibile.
Come il raschiare di un'unghia su un tessuto.
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CAPITOLO 12.
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L'indomani torno in Rue Jacinthe.
La via occupa un solo isolato, da Rue Galande a Rue des Trois-Portes. Se ci si mette nel mezzo, si riesce quasi a sfiorare gli edifici sui due lati.
Vado al portone in cui ci siamo toccati, in piedi uno contro l'altra. E mi domando se il legno abbia memoria di me.
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CAPITOLO 13.
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Quando ci vedono insieme gli uomini si fanno delle fantasie.
La bruna e la rossa, che accoppiata originale.
La trovano una bell'idea.
Per questo Moulin ci aveva volute, per questo ci aveva
pagate per scattarci delle fotografie nel suo studio. Gelatine
d'argento, le aveva chiamate. E per questo avevamo
accettato il denaro. Perch potevamo farlo insieme. Non
guadagnavo ancora un soldo da Baudon come apprendista,
e non volevo tornare a casa dai miei genitori. Avevo pensato
che se fossimo andate insieme non sarebbe stato cos
terribile, che farlo con Nise non sarebbe stato difficile.
Lo studio si trova in Rue Richer 23. Questo  l'indirizzo
che d Moulin, ma il locale vero e proprio  in una
soffitta di Rue du Foubourg Montmartre. In alcuni punti
le tegole sono state sostituite da lastre di vetro, e la luce 
regolabile per mezzo di pannelli di stoffa che scorrono in
orizzontale. Con un grande specchio a bilico Moulin dirige
la luce che filtra attraverso i teli.
Talvolta, a seconda della posa, ci vedevamo anche noi
in quello specchio.
Moulin ci voleva insieme nelle fotografie. Ci pagava per
questo, ed era questo che gli interessava. Ma erano le pose
pi faticose. Nise sulla dormeuse e io in piedi di fianco
che le pettinavo i capelli. In una posizione particolarmente
cretina, io con la testa sul petto di Nise e un filo di perle
false che ci avvolgeva. In un'altra, tutte e due sulla dormeuse
foderata di pizzo, lei con la schiena verso Moulin e
la testa girata a guardare indietro, io con la testa sulla sua
spalla, seduta di fronte, con le gambe divaricate.
Pur non facendo praticamente nulla, mi veniva un gran
sudore sotto le ascelle e dietro il collo.
Non era tanto la fatica di posare nuda, quanto il fatto
che erano scene artificiali. Sarebbe stato diverso se ci
avesse ritratte in situazioni che fanno parte della nostra
vita quotidiana, tipo una di noi in piedi che si insapona davanti
al lavabo della nostra stanza mentre l'altra  coricata
sul letto. O una di noi che si gingilla, strofinandosi i peli
in mezzo alle gambe, mentre l'altra chiacchiera del pi e
del meno. Noi che ci tocchiamo pigramente, distrattamente,
mentre aspettiamo che l'altra venga a letto o si svegli.
Perfino io che, in piedi, mi strappo il mio unico pelo rosso
vicino alla mammella mentre Nise si veste. Mi sarebbero
sembrate cose normali, naturali, diversamente da quelle
che ci chiedeva di fare Moulin. Ma come sarebbero state
possibili in uno studio inondato di luce e dove tutto doveva
svolgersi su una dormeuse? Come avrebbero potuto
essere normali di fronte a uno sconosciuto?
Da ultimo ci fotograf separatamente, e fu molto meglio.
Riuscii a capire che cosa cercava. Riuscii a intuire la
bellezza del suo lavoro.
La posa di Nise che mi piacque di pi fu quella di lei in
piedi con la testa reclinata, la sottoveste che le pendeva
dalla mano e il braccio lungo il fianco. La fotografia non
l'ho vista, ma ho visto lei in posa. Aveva una faccia molto
dolce e timida. Teneva la testa piegata di lato, e sembrava
che potesse essere veramente nella nostra stanza, a
parlare con me di una cosa accaduta al lavoro o notata per
strada. A parlare di tutto un po'. Non dimostrava la sua
et; sembrava avere quattordici anni. Anche Moulin se ne
era accorto. Ne sono sicura. Non ha detto niente ma l'ho
capito da come la guardava.
Moulin disse che aveva un'aria farouche, selvatica. Fra
me e me pensai che era un attributo animalesco, ma lui la
trovava cos: di una timidezza selvaggia. Dopo che l'ha detto,
l'ho visto anch'io. A me invece sembrava la solita Nise.
Difficile dire quale sia stata la mia posa migliore, perch
non le vedevo tutte nello specchio inclinato. Forse una in
cui ero distesa sul fianco, appoggiata sul gomito, e davo la
schiena a Moulin e al suo apparecchio fotografico. La vita
sinuosa, la fessura fra il ginocchio di sopra e quello di sotto...
perfino io, sbirciando nello specchio, l'avevo trovata
carina. Alcune ciocche di capelli, invece di scendermi sul
viso accaldato, mi ricadevano sulle spalle.
Una particolarit di noi rosse  che non abbiamo praticamente
sopracciglia. Cos, almeno, mi vedevo io nello
specchio a bilico.
Quando siamo uscite dallo studio di Moulin la prima cosa
che Nise ha detto  stata: Avevi le piante dei piedi lerce.
Anche tu.
Ci siamo fatte una bella risata. Non so se per l'imbarazzo
o per il sollievo. O forse per la felicit di aver guadagnato
tutti quei soldi, venti franchi a testa.
Ci torneresti? le ho chiesto.
Mai e poi mai.
E se avessimo bisogno di guadagnare?
Hai quasi finito l'apprendistato, mi ha risposto
Nise. Fra poco avrai un vero salario.
Ma non trovi che pi passava il tempo, pi diventava
tutto facile?
Era solo un'impressione, ha risposto.
Allora ho capito che aveva vissuto la cosa in maniera
in qualche modo diversa da me. Perch a un certo punto,
mentre ero distesa sul copridivano di Moulin, io avevo cominciato
a fingere. Lo so. Avevo cominciato a far finta di
desiderare quello che mi veniva richiesto, a volere ci che
Moulin voleva da me. E il modo in cui lui voleva vedermi
con lo specchio a bilico che rifletteva la luce velata proveniente
dal tetto e i capelli che mi ricadevano sulle spalle era
diventato un nuovo modo in cui io volevo vedere me stessa.
Un po' come quando indosso gli stivaletti verdi. Sono
delle semplici calzature, ma cambiano completamente il
mio modo di vedermi. Per via del loro colore, perch me
li ha regalati una puttana, perch sono un'altra storia rispetto
alle scarpe che mi avevano dato mio padre e mia
madre. Un'altra storia.
Moulin prese nota dei nostri nomi. I nomi inventati che
gli avevamo dato inizialmente, insieme a quelli veri. Mlles
Louise Meurent 16 ans (dite l'Arc-en-ciel) et son amie Pquerette
(Denise Desroziers) 18 ans. Per Moulin noi eravamo,
dunque, Arcobaleno e Margherita. Da qualche parte nel
suo studio c' un appunto su cui sta scritto cos.
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CAPITOLO 14.
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E. lascia passare un giorno e poi ricompare davanti a
Baudon.
Questa volta me l'aspettavo. In realt non dovrei dire
cos, perch se da un lato non mi sorprende che sia venuto
ad attenderci, dall'altro il suo aspetto fisico continua a
essere una sorpresa: i capelli ondulati, quel modo rilassato
di fumare per strada, in piedi, e i baffi dietro i quali adesso lo so si nascondono denti storti. Lo so perch li ho sentiti con la lingua.
Le sue fattezze mi sorprendono.
O forse sono solo felice di vederlo.
Oggi non mi vergogno del mio vestito lurido. Senza tante storie lo prendo a braccetto, e lo stesso fa Nise.  pi facile dell'altra volta. Lui potrebbe essere dovunque e invece  venuto qui, ad aspettare noi.
Che strada fate per tornare a casa dal lavoro? ci chiede.
Una di scarso interesse, risponde Nise.
Non importa, ribatte lui. Montrez-moi.
Cos ci mettiamo in cammino in fila per tre, come nostro solito, e gli mostriamo quel che possiamo: la piazza dell'orologio e il laboratorio di porcellane dietro l'angolo di Baudon; i vestiti appesi sotto l'insegna Le gout du jour, L'ultima moda, con abiti di tutti i colori, dai pi sgargianti ai pi spenti; Pincemail, il tornitore sur Boix et metaux, di legno e metallo, dove gli operai indossano camiciotti e berretti; F. Descamps, con tre file di stivali da uomo appesi alle barre a sinistra della porta, e tre file di stivaletti da donna appesi alle barre di destra; lo spiazzo in Rue des Marmousets dove ci sono quasi sempre dei carretti e talvolta anche un cavallo in paziente attesa, legato a un carro che trasporta sacchi a quadretti; il carretto bianco e arancione del negozio di beurre et oeufs, di burro e uova, sul quai, il lungosenna; e infine il posto dove prendiamo le frittelle di mela prima di arrivare a casa. E. ne compra sei, due per ciascuno.
Adesso la vostra stanza, dice. Vediamo un po'
dove finisce il giro turistico.
Perch ti interessa tanto? gli chiede Nise, pensando
sicuramente alla confusione che abbiamo lasciato quella
mattina: l'acqua sporca nel bacile, le nostre cose da notte.
Anche se in realt la stanza non  mai veramente disordinata,
non possedendo noi abbastanza cose da lasciare in disordine.
Avevo capito che mi avessi invitato tu, l'altra sera, dice lui.
S, ma era prima.
Prima di che cosa?
Si  cacciata in un vicolo cieco. L'altra sera l'aveva invitato sapendo, come me, che avrebbe risposto di no. Era solo uno scherzo.
Prima che diventassimo amici, gli dico, e a lei:
Lasciamogliela vedere, Nise. Dal momento che ci tiene tanto!
Saliamo in casa. Ci trascina su per cinque piani e poi entra
nel nostro buco. Invece di fermarsi sulla soglia a guardarsi
intorno, con occhio critico o giudicante, entra direttamente
dietro di noi e si accomoda sulla sedia spelacchiata,
l'unico posto a sedere che possiamo offrirgli, mentre noi
ci sistemiamo sul letto, per mangiare subito le frittelle di
mela ancora calde, nei loro involti di carta.
Mi guardo intorno cercando di vedere la stanza con i
suoi occhi. Vedo i muri macchiati e l'applique rotta sulla
parete vicino alla porta. I miei stivaletti verdi accanto al
letto e i nostri due vestiti migliori appesi al chiodo dietro la
porta. La bacinella sul vecchio cassettone, con una gamba
rotta sorretta da una latta. Gli asciugamani. Un minuscolo
uccellino di porcellana che Nise ha portato da Toucy e ha
messo sul tavolo, vicino ai blocchi da disegno e alle matite
a buon mercato che ci trasciniamo in giro per la citt.
Non c' granch da vedere.
Perci mangiamo. E non parliamo. Di fronte alle frittelle,
Nise e io non usiamo neppure una parvenza di buona
educazione: per una volta ci buttiamo a mangiarle voracemente,
pi in fretta che possiamo, senza cercare di centellinare
l'ultima che abbiamo per farla durare pi a lungo.
Davvero, dice Nise quando abbiamo finito, pulendosi
le mani e la bocca unte sull'asciugamano. Perch
volevi venire qui?
Per vedere dove vivete. Dove vi lavate la faccia, risponde
lui, indicando con il mento la salvietta che lei ha
appena usato.
 seduto al tavolo di legno e sta sfogliando il mio album
da disegno. Non ho aggiunto nulla dopo il gatto appallottolato
che dormiva in vetrina dietro la scritta Repassage
tous les jours, quello del giorno in cui ci siamo conosciuti,
cos guarda i disegni pi vecchi. Il cavallo che tira il carro
con i sacchi a quadretti. Edifici di vario genere. Altri gatti
alle finestre. Fiori risalenti al giorno in cui sono andata
a Toucy con Nise. A casa della madre c'era una pianta
di campanelle rampicanti fuori dalla finestra della cucina,
che io avevo disegnato mentre Nise parlava con lei e giocava
con Aime.
Quindi adesso tocca a te farci vedere dove vivi, giusto?
gli domanda Nise.
Mi sembra che ti piacciano gli animali, mi dice lui.
Gli animali e i fiori. Poi si gira verso Nise e le risponde:
Prima o poi ve lo far vedere.
Nise fa un verso gutturale ma non dice niente, non so
se perch l'ha presa alla sprovvista come quando si era
presentato la prima volta all'uscita dal lavoro, o perch
pensa che ci stia prendendo in giro. O forse a metterla di
cattivo umore  stato il mio disegno dei fiori, che le ha ricordato
Toucy.
Posso sedermi li vicino a voi?
L'ha chiesto a tutte e due ma  evidente che la domanda
era diretta soprattutto a lei. La pone al centro dell'attenzione
perch non vuole che sia di cattivo umore, e quando
viene sul letto in mezzo a noi la abbraccia per prima.
Non distolgo lo sguardo. Voglio osservarlo mentre la
bacia. E in breve mi accorgo che c' una differenza rispetto
a quand' con me, e quello che sta dando e ricevendo 
un altro tipo di bacio.
Anche se non posso percepirlo, vedo che c' pi lentezza
nel modo in cui le esplora la bocca. La concentrazione 
la stessa, e anche la voracit, ma il bacio  diverso.
O forse lui non  affatto cambiato, e con Nise  normale
baciarsi cos. O invece, magari, Nise sente che la sto
osservando e il bacio cambia a causa mia.
Le differenze sono talmente minime che non riesco a capire.
A questo pensiero mi tiro su e mi alzo in piedi. Voglio
allontanarmi e lasciare che Nise possa baciarlo come le pare
e piace. Ma appena faccio per andarmene lui mi afferra
una mano e mi tira indietro. Verso di lui, di lei, il nostro
letto e quel bacio solerte, pieno di attenzione. E continua
a stringermela mentre la bacia, e con l'altra mano le sfiora
i capelli, la gola e la mascella.
Che cosa gli venga da tutto ci, che sensazione gli procuri
tenermi la mano mentre bacia Nise, non lo posso sapere
perch smetto di guardare. Rimango li in piedi ma
chiudo gli occhi, per rispetto della privacy di Nise. Faccio
quel che posso per assicurargliela, costretta come sono ad
assistere "al loro bacio. La privacy di lui, invece, non mi
interessa, tanto non la vuole.
Con gli occhi chiusi non vedo n i miei stivaletti verdi,
n l'uccellino di porcellana di Nise, n i blocchi da disegno,
n il bacile n la scatola di candele con la scritta Eviter
les contrefagons. Posso solo sentire.
Quando  il mio turno quando non sento pi il rumore
del bacio e lui mi scuote delicatamente la mano e mi
attira a s mi sento come svuotata. Cancellata. Poi per
sopraggiungono altre sensazioni: di ridicolo per essere
stata costretta cos a lungo in quella posizione, di fastidio
per aver tenuto gli occhi chiusi a casa mia. Allora mi pianto
fra le sue gambe, gli tiro indietro i capelli, e stringendoli
fra le dita lo bacio passandogli la lingua sui denti con tutta
la forza che ho. Non voglio che confonda il mio bacio,
la mia bocca e il mio sapore con quelli di Nise.
C' tutta la mia impazienza in quel bacio, e devo essere
sicura che la percepisca. Anch'io so cosa voglio.
Adesso sappiamo quanti anni ha trenta il che lo rende
meno vecchio di quanto ci fosse sembrato conoscendolo,
ma pur sempre pi vicino d'et a mio padre che a me.
Tuttavia, con quei pantaloni beige e quei panciotti ricercati,
e perfino con quella giacca frusta che indossa oggi,
in comune con mio padre non ha proprio niente. Come si
suol dire, sono su gradini diversi della scala sociale.
Mi domando che effetto gli faccia essere qui, su questo
lettino, con noi due, due ragazze vestite da operaie, due ragazze che non appartengono al suo mondo.
Ma  proprio per questo, perch non vi apparteniamo,
che pu scegliere di comportarsi con noi come gli pare e
piace. Ci trova esotiche n pi n meno di quanto noi troviamo
lui. Ecco perch se ne sta spaparanzato sulla nostra
trapunta a chiacchierare amabilmente, come facciamo Nise
e io tra di noi. Ecco perch pu dirci tutto quello che gli garba.
Quando penso a voi due che dormite in questo letto!
Adesso so di preciso dove collocare la scena, dice, scuotendo la testa.
Allora  per questo che volevi venire qui, commenta Nise.
Io non dico niente. Dopo queste sue parole, tutto torna.
Non gli interessava vedere com'era fatta la nostra stanza,
o magari quanto eravamo povere: voleva semplicemente
spiarci un po'. Solo che non ci sta propriamente spiando,
dal momento che  qui. Si sta facendo un quadro di noi e ce lo racconta.
Mi indica con il mento. La rossa ci sta, dice.
 un commento slegato da qualsiasi cosa, perci immagino
che ne far un altro riferito a Nise, come suo solito.
Io sono la mogliettina silenziosa e lei la chiacchierina, io
quella che lo sfiancherebbe e lei quella che lo rigenererebbe.
Invece continua a restare sdraiato sul letto vicino a noi senza aggiungere altro.
Vorrei sapere a che cosa, ci starei. A uno scherzo? A prendergli l'uccello? Magari semplicemente all'idea che lui voglia venire a letto con tutt'e due.
In ogni caso, la trovo una frase volgare. D'accordo, sono
sdraiata sul letto con lui e Nise, ma che c'entra? Mi lascia di stucco. La rossa ci sta.
Nise sta zitta e non cerca il mio sguardo. Non potendola guardare negli occhi, non posso sapere che cosa pensa.
Ma vedendola li sdraiata in silenzio mi viene il dubbio che sia contenta che abbia rivolto a me quella battuta volgare.
Non a lei. A lei, mai.
Di una cosa per sono certa: che qualunque cosa abbia in mente di fare con me, non  la stessa che ha in mente di fare con la delicata, rigenerante Nise.
Questo gli leggo nelle borse violacee che ha sotto gli occhi.
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CAPITOLO 15.
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Pi tardi, andato via E., mentre ci prepariamo per la notte, mi accorgo che a Nise  arrivato il ciclo. Anche se  girata dall'altra parte, mentre si spoglia vedo che armeggia con un panno.
Il che significa che tra poco arriver anche a me. Prima a lei, poi a me, o viceversa: le mestruazioni ci vengono sempre nello stesso periodo.
Sei pronta? Posso spegnere? mi chiede quando ha finito.
Sono pronta.
Soffia sulla candela. Questa sera abbiamo dovuto aprire una nuova confezione. Esaurita La Favorite, abbiamo inaugurato una scatola rossa di Rat de Cave.
Non diciamo una sola parola su di lui.
Prima che si infili nel letto, mentre si mette la pi vecchia sottoveste che ha, noto la sua spina dorsale. Le vertebre sembrano ciottoli. Tanti ciottoli messi in fila.
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CAPITOLO 16.
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All'inizio della mia amicizia con Nise il nostro rapporto
era diverso. Almeno dal mio punto di vista.
Ero appena andata ad abitare con lei nella stanza di Rue
Maitre-Albert. Avevo lasciato i miei genitori per essere libera
di fare quello che volevo, ma la storia con l'uomo che
mi piaceva era finita e avevo il cuore spezzato.
Nise lo sapeva. Mi trattava con particolare gentilezza.
Un giorno che ero seduta al tavolo, con la testa china sulle
braccia, si era avvicinata e mi aveva stretta per le spalle.
Ti faccio le trecce, aveva detto. Era bello quando
ce le faceva la mamma, vero?
Mi aveva pettinato, aveva giocato un po' con i capelli,
e poi li aveva intrecciati a corona sulla testa. Inizialmente,
mentre mi pettinava, avevo continuato a parlarle dell'uomo
per cui soffrivo, poi avevo smesso. Le sue dita fra i
capelli avevano un effetto piacevolissimo, soporifero. Le
sue mani erano come tanti uccellini che mi zampettavano
sulle tempie e sulla nuca.
Se si fosse chinata, mi avesse baciato il collo e toccato
il seno, sarebbe stato comprensibile. Era talmente bello!
E di li a poco cominciai a desiderarlo.
Provai a farglielo capire. Non a parole, ma attraverso
la pelle. Pu sembrare stupido, lo so. Ma cercai di farle
sapere come mi sentivo. Provai a comunicarle attraverso
la pelle che poteva toccarmi di pi. Che volevo lo facesse.
Come un'amante.
Nise per non mi tocc, se non per finire di farmi le trecce e darmi un altro abbraccio.
Tra poco starai meglio, mi disse. Vedrai.
In poco tempo, effettivamente, stetti meglio. Accaddero cose nuove e non pensai pi alla persona che mi aveva provocato tanti patemi d'animo.
Un uomo che ti tocca il sesso, il seno, che ti flette all'indietro nell'amplesso non ci vuole molto per averlo. Ma mani che ti passano fra i capelli cos delicatamente da sembrare
uccellini questo s che mi aveva scombussolata.
Per un certo tempo pensai di essere innamorata di lei, poi capii. Volevo essere toccata. Questo solo volevo, non lei.
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CAPITOLO 17.
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Un manifesto all'angolo fra Rue Descartes e Rue Clovis: MAISON D'DUCATION DE DEMOISELLES RUE DU POT DE FER 7 GRAND JARDIN POUR LA RECREATION
Io da chi ho ricevuto la mia educazione, mi chiedo? Dai miei genitori. Dalle puttane a cui mia madre cuciva i vestiti. Da Baudon.
E il mio giardino sono state le strade, per cos dire.
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CAPITOLO 18.
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Va da s che lui non  chi diceva di essere. Che si fosse
sminuito, l'avevamo capito da sole. Aveva ammesso di
non essere un esattore delle imposte, ma non abita neppure
a Gennevilliers, come infatti avevamo immaginato.
Ma la differenza colossale fra la finzione e la realt salta
fuori quando ci porta in Rue Guyot. Lo studio di per s
non  niente di speciale: un edificio scalcagnato, circondato
da magazzini. Ma  stracolmo di dipinti, incorniciati
e no. Alcuni sono appesi alle pareti ma la maggior parte 
semplicemente appoggiata a terra.
Ci che non capisco  perch uno come lui debba dire
bugie. Nise e io  chiaro perch lo facciamo. Ma se sei gi
qualcuno, che bisogno hai di mentire?
Abbiamo gli occhi sgranati. Naturalmente mi piacciono
molto alcuni piccoli, buffi schizzi di gatti, che sono i
primi che ci mostra.
Perch non ti sei fatto una bella risata quando mi hai
vista disegnare? gli chiedo vedendo l'acquerello di una
gatta tricolore. Devi esserti divertito un mondo.
Che cosa c'era da ridere? Qualcosa aveva colpito la
tua attenzione e avevi voluto disegnarlo.
Non ci credo. Si sar sicuramente divertito alle mie
spalle. Faceva parte del gioco.
Mentre continuiamo l'esplorazione dello studio, salta all'occhio
un angolo allestito vicino alle finestre.  una stanza
nella stanza, e si vede che non  semplicemente un posto
dove sedersi o riposare. Tanto per cominciare, la
dormeuse blu  lontana dalla parete, in bella mostra in mezzo
alla camera, e poi c' un grande specchio inclinato che
vi punta sopra la luce proveniente dalle finestre. A quella
vista mi scappa un sorriso e scuoto leggermente la testa.
Ti ricorda qualcosa? chiedo a Nise.
Eh gi!
Lui ci interroga con lo sguardo e so che farei meglio a
stare zitta, invece gli spiego: In un altro studio.
Di chi?
Un posto in Rue Richter.
Da Felix, vuoi dire? Lo conoscete?
Non esattamente, risponde Nise. Ci siamo andate
una volta sola.
Vi ha fotografate?
S, insieme, rispondo io.
Allora si avvicina a uno stipo e vi estrae delle cartoline.
Le mette su un tavolo vicino alla finestra e ce le mostra.
Queste provengono da Flix Moulin.
In una cartolina c' una ragazza con la faccia imbronciata.
Anche se non guarda l'obiettivo noto la sua espressione,
i suoi occhi spenti. Si intravvede appena il fianco del seno.
La seconda fotografia  l'opposto della prima.
Mostra una giovane donna a seno nudo, seduta di profilo
su una sedia, con il braccio piegato e la testa appoggiata
alla mano. La gonna  tirata su e le gambe sono di
profilo, incrociate, con il ginocchio di quella sotto leggermente
puntato verso lo spettatore. Indossa calze bianche,
tenute su da una giarrettiera subito sopra il ginocchio. Il
sesso  suggerito da un'ombra scura in mezzo alle gambe,
uno spazio microscopico che spunta appena sotto la coscia
della gamba posteriore, ma la posa della ragazza nasconde
il sesso vero e proprio.
Fra le gambe, quindi, non si vede niente, ma uno guarda
l lo stesso. Impossibile non farlo:  il fulcro della fotografia.
La piccola zona in ombra del suo sesso.
A me, per, colpisce soprattutto il suo viso. Le hanno
colorato le guance di rosso, come le labbra, la collana e una
striscia della gonna. Il rosso  sui pomelli, come se stesse
avvampando di vergogna. Ma se si guarda la sua espressione
sotto il rossore artificiale compare la ragazza vera.
Non  allegra e rubiconda come vorrebbero far credere, ma
seria. Stanca. Forse un po' triste.  difficile dirlo perch
guarda verso sinistra, e le persone hanno sempre l'aria un
po' triste quando hanno gli occhi rivolti altrove. Quando
le sorprendi a riflettere, nel loro silenzio interiore.
Vedendomi incuriosita dalla fotografia, E. mi dice:
Era in auge qualche anno fav. Augustine.
Elle est jolie, ribatto. E carina. Pi dell'altra. L'altra
ha l'aria annoiata.
Ah s? Ti sembra annoiata?
Non lo so, rispondo. Non mi va di dire che gli occhi
della ragazza mi sembravano spenti. Che quel che vedevo
andava ben oltre la noia.  difficile giudicare da una
fotografia.
Ne ho altre, ribatte lui.
Ma invece di mostrarcele, le mette via. Solo allora mi
accorgo che Nise non era rimasta l con me a guardare le
fotografie, ma era andata in fondo allo studio, davanti a
una finestra affacciata su un cortile spoglio. E. le ha messe
via per non perdere completamente la sua attenzione.
Io avrei continuato volentieri a guardarle.
Ci sediamo tutti e tre sulla dormeuse, che per fortuna
non  foderata di pizzo, altrimenti credo che mi metterei
di nuovo a ridere, e Nise chiss che direbbe. Inizialmente
E. ci prende la mano, poi preferisce lasciarla andare e
appoggiarsi allo schienale con le dita incrociate dietro la
testa, per guardarci.
Com' stato? Posare, intendo.
Io stavo bollendo, rispondo.
Come mai?
Non sono cose che si fanno nella vita vera, rispondo.
Quando mai ci mettiamo sedute vicine con un filo
di perle in mano e la testa appoggiata l'una contro l'altra?
Gi, non molto spesso, immagino, commenta lui.
Poi, dal momento che Nise non ha ancora detto niente, si
volta verso di lei e le chiede: A te  piaciuto?
Non lo rifarei.
In nessun caso?
Mai e poi mai.
Lo dice con lo sguardo rivolto alla luce che entra dalle
finestre. Lui si tira su e si rimette a sedere, l in mezzo a
noi. Penso che voglia aggiungere qualcosa, invece no: prende
la mano di Nise e si china sulla sua spalla.
L'altra volta, nella nostra stanza, hai baciato lei per
prima, dico.
 una frase egoista. So benissimo che Nise avrebbe preferito
che non gli parlassi della seduta di posa da Moulin
e posso immaginare i suoi sentimenti, ciononostante gli
prendo l'altra mano e me la porto sul seno.
Bacia per prima me, questa volta, gli dico.
E cos fa. Mi bacia per prima. Mi mette tutte e due le
braccia attorno alla vita, facendomi capire che ha lasciato
andare la mano di Nise.
Pur sapendo che lei  l accanto, cerco di non pensarci.
Mi interessa solo che mi tocchi.
Quando abbiamo finito il giro di baci quando abbiamo
avuto tutte e due il nostro turno Nise gli dice: In
definitiva era questo che volevi, fin dal primo giorno.
Che cosa?
Nise indica lo studio. Metterci nei tuoi quadri.
Non potrei mai dipingervi.
Perch?
Neanche se dipingessi come Botticelli, potrei farlo. Vedendo che quel nome non ci dice nulla, aggiunge:
Botticelli dipingeva angeli. Angeli dai capelli rossi, angeli
dai capelli castani e angeli biondi.
Perch non puoi dipingerci a modo tuo?
Non potrei dipingervi come siete veramente, a meno
di dipingere questo, dice, chinandosi a baciarmi il
seno coperto dal vestito. Poi si gira per toccare Nise, ma
lei si alza.
Sei gi stufa? le chiede.
Nise fa cenno di no con la testa, poi per aggiunge:
Pu darsi.  tutto un gioco, per te. Ci tratti come un
gioco.
Ha ragione. Ci tratta come un gioco. Ma  un gioco in
cui si impegna seriamente e in cui  importante che nessuno
si stufi. Che si continui tutti e tre insieme in un coacervo
di scherzi, baci e carezze. Questo spiega, penso, il
commento che fa dopo.
Se venissi a letto con una sola di voi rovinerei la vostra
amicizia, dice.
 chiaro che vuole vedere la nostra reazione, l'effetto
che producono le sue parole. E l per l un effetto lo ottiene:
vorrei picchiarlo, lui e la sua presunzione di conoscerci.
Invece reagisco restituendogli lo sguardo, e scopro che
sembra rattristato dalle sue stesse parole. Come se stesse
immaginando il futuro che ha appena intravisto o valutando
la scelta che  costretto a fare. La bruna o la rossa?
Sembra afflitto all'idea di perdere una delle due. Eppure
solo un attimo fa ci stava toccando il seno attraverso i vestiti,
e ho ancora un suo braccio intorno alla vita.
Ma che ti viene in mente? gli domanda Nise. Noi
siamo sorelle.
Oh, lo vedo, ribatte lui. Lo vedo chiaramente.
Sorelle, non amanti.
Adesso capisco quello che non funziona: Nise non 
turbata al pensiero di condividerlo con me, o comunque
di fare a turni, ma all'idea di un rapporto a tre. La stessa
fantasia di Moulin. Con le sue stupide pose e il filo di perle
false, Moulin voleva che Nise e io ci atteggiassimo ad
amanti. Ma non siamo mai state amanti. Neppure la sera
in cui mi ha messo le dita fra i capelli e avrei voluto che
mi toccasse. In cui io avrei voluto toccarla.
Ora potrei darle man forte e ribadire quello che ha detto
sull'essere sorelle, manifestare il suo stesso imbarazzo ma non lo faccio. Perch io invece andrei a letto con tutti
e due, anche con lei. Con la mia frangine. Dividerei lui con
lei, ma anche il contrario.
E in quell'istante, l nello studio, capisco che siamo a
una svolta. Che ognuno di noi sta prendendo una decisione.
Quello che ancora non so  che le parole di lui sono una
specie di lento veleno, e che hanno gi iniziato a sortire
il loro effetto.
Il primo sintomo si presenta quella notte stessa dopo
che ci ha accompagnate a casa e ci ha dato la buonanotte.
Abbiamo passato la giornata con le labbra incollate, perci
il bacio che ci d per salutarci  una cosa rapida. Noi
non la tiriamo per le lunghe e lui non ci attira in un portone:
niente di tutto questo. Ci comunica che cercher una
carrozza in Rue La Maube e ci separiamo.
Nise e io siamo quasi all'ingresso del nostro palazzo
quando le dico che non posso. Non voglio entrare. Voglio
andare da lui.
I nostri sguardi si incrociano rapidamente, poi mi giro
per vedere se sia ancora in Rue Maitre-Albert. Non so che
faccia abbia Nise quando mi dice: Vai pure.
Sento le parole ma non ho la pazienza di aspettare per
vedere l'espressione del suo viso.
Torno indietro di corsa, lo sguardo dritto davanti a me,
ma ormai ha superato l'angolo. Deve camminare in fretta,
molto pi in fretta di quando ci tiene a braccetto.
Una frazione di secondo prima di raggiungerlo mi sembra
un uomo qualunque, un passante sconosciuto, poi accosto
e gli sfioro un braccio.
Trine, dice.
 chiaramente sorpreso di vedermi, ma dal suo tono di
voce capisco anche che  contento. In realt ci contavo. Se
non lo fosse stato non avrei saputo che fare.
Invece mi ha chiamata per nome ed  contento di vedermi,
perci riesco a dirgli: Quello non era un vero bacio.
Non posso darti la buonanotte senza un vero bacio.
Lui allora mi guarda con un'espressione che intuisco,
pi che vedere. Non  la faccia amichevole che fa talvolta
quando sta con noi. Questa ha un che di impudico. Ma
non ho tempo di esaminarla a lungo perch mi prende, mi
attira a s e mi stringe fra le braccia.
S,  un vero bacio. Non un'esplorazione della mia bocca,
non un gioco su una dormeuse. Il bacio di un uomo,
come se fossimo in procinto di andare a letto. E quando il
bacio  finito, quando ci allontaniamo per guardarci, continua
a stringermi fra le braccia.
Meglio?
Faccio cenno di s e lui mi dice: Dovresti tornare a
casa. Denise sar preoccupata.
Sa dove sono.
Sar comunque preoccupata.
Mi accompagna quasi fino all'angolo. Guardando l'ingresso
del nostro palazzo, penso che Nise potrebbe essere
l che mi aspetta, ma naturalmente non c'.  entrata,
naturalmente.
Mi d un bacio leggero, che questa volta accetto. Lo
accetto, proseguo fino al 17 e vado a casa.
Quando entro in camera, Nise ha indosso la sua sottoveste
pi vecchia, quella che usa per dormire, e si sta sfregando
la faccia.
Ti ho seguita con gli occhi per un tratto di strada,
finch hai svoltato l'angolo, mi dice. L'hai raggiunto?
Era in Rue La Maube.
L'hai baciato?
S, dico.
Spero anche da parte mia.
Annuisco ma non dico niente. Non c' niente da dire.
Nise avrebbe potuto venire. Avrebbe potuto tornare indietro
di corsa con me. Ma non l'ha fatto, e dentro di me
so che le parole di E. hanno gi cominciato a fare breccia.
Verr a letto con una sola di noi, e quella sar io.
Ha scelto me la sera in cui ha mangiato le ciliegie dalla
mia mano, ha scelto me quando al ristorante si  seduto
nel posto vicino al mio, ha scelto me nel momento in cui
mi ha preso la mano e se l' messa addosso, per farmi palpare
l'uccello.
Ha detto di volerci tutte e due, ma ogni volta che deve
scegliere, sceglie me.
Quando mi infilo a letto vicino a Nise sento fra me e
lei una sottilissima barriera, che prima non c'era.
Ma non c' niente di strano. Si pu essere molto intimi
di una persona e non raccontarle tutto. Si pu decidere di
non dire una cosa, di ometterla, e si pu mentire a chi si
ama. L'ho imparato da piccola.
Perci le parole di E., forse, non erano affatto venefiche.
Forse il veleno l'avevo gi dentro.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
.
...
Alla fine si rivela la cosa pi facile del mondo.
 domenica e restiamo a letto un po' pi del solito. Appena
ci alziamo, per, ho gi pronte le parole da dire. Non
le devo pensare: sono l che mi aspettano.
Vado a trovare mia madre, dico a Nise. Voglio
chiederle di accomodarmi un vestito.
Mentre parlo, immagino me che attraverso il Canal
Saint-Martin e mi presento alla porta dei miei genitori.
Immagino me che mostro a mia madre il vestito con la
gonna ancora buona, ma che ha bisogno di un nuovo corpetto
perch quello vecchio  talmente consunto da essere
pieno di buchi.
Aggiustandolo un po' pu andare bene almeno per lavorare, dico, togliendolo dal cassetto in cui l'ho riposto.
Nise si avvicina e lo esamina insieme a me. La gonna
pu avere ancora lunga vita, dice. Sarebbe carino
cambiare la stoffa della parte di sopra.
Allora mi immagino la faccia di mia madre. Mi prendo
la briga di vedermela davanti agli occhi prima di dire
un'altra cosa. Di dire un'altra bugia.
Lei sapr cosa fare, dico. Di sicuro.
Perci esco di casa e mi incammino verso il quai, sempre
portandomi dietro il vestito. Arrivata al fiume naturalmente
svolto a destra, come se stessi andando dai miei
genitori a Popincourt. Poi per, invece di proseguire fino
al Pont de la Tournelle, imbocco il Pont de l'Archevch
per tagliare attraverso File de la Cit.
Mentre sono sul ponte una moltitudine di storni mi passa
in volo sopra la testa e mi fermo a guardarli. Lo stormo
ondeggia a destra e a sinistra, su e gi, e se un uccello esce
dalla formazione, subito rientra nei ranghi. Rimango a fissare
il cielo anche dopo che sono volati via.
Non so da dove venga la mia bramosia, ma  grande
come il cielo e non si placa mai.
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
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...
Aveva detto che poco pi a nord c' la Plaine de Monceaux,
dove si respira ancora aria di paese: filari di alberi
lungo i viali, terreni coltivati, viottoli di campagna. Ma secondo
me anche il suo studio potrebbe essere in un paese.
Una finestra con sedici piccole lastre di vetro sormonta la
porta, che a sua volta  fatta di tavole di legno grezzo ed
 ricoperta di edera. L'intero edificio ha l'aria un po' decadente.
L'altro giorno era stata solo un'impressione, ma
oggi ne ho la conferma. Del resto posso capire perch abbia
scelto di venire qui. Se si vuole un posto in cui starsene
in pace e concentrarsi sul proprio lavoro, questo  l'ideale.
Sto cercando di dare un senso alle cose perch penso che
ne abbiano per lui.
Quando viene ad aprire la porta, potrei avere ancora
stampata in faccia la mia curiosit. O forse la mia espressione
trasmette semplicemente l'insicurezza che provo. Di
certo, sembra sorpreso di vedermi. Sorpreso, perplesso...
qualcosa del genere. Ma non ne ha ragione, penso.
Dov' la tua amichetta Denise? mi chiede, richiudendo
la porta alle mie spalle. O est ta copine?
Non le ho detto che venivo da te.
Che cosa le hai detto?
Che andavo da mia madre. Per un lavoretto di cucito.
Allora mi guarda con espressione grave. Seria. Sar
perch sono venuta da sola, eludendo la sua fantasia sulla
rossa e la bruna? Eppure anche ieri sera per strada ero
andata da sola, ed era stato contento. Pi che contento,
direi l'avevo capito al tatto.
Non so bene come fare a ripetere la stessa situazione,
ma intuisco che  importante che tutto si svolga con la massima
naturalezza, come se fosse la cosa pi ovvia. Entro
dentro, e l so immediatamente che cosa fare.
Vado verso la dormeuse, mi ci distendo sopra, e lo osservo
con lo stesso sguardo con cui osservavo ogni cosa che
incontravo venendo allo studio: strade, uccelli, cielo. Lo
contemplo come se fossi davanti a un fiume o una pianura.
E cos torniamo alla stessa situazione di ieri sera per
strada, quando ho svoltato di corsa l'angolo di Rue Maitre-Albert,
e lui, che da lontano era uno sconosciuto, ha smesso
di esserlo nell'istante in cui l'ho toccato.
...
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CAPITOLO 21.
...
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...
Lui  met seduto, met disteso sulla dormeuse, e io gli sono sopra a cavalcioni. All'inizio mi sembra strano baciarlo senza nessun altro intorno. Mi interrompo continuamente, per abitudine, poi mi rendo conto che non  pi necessario.
E se ieri sera ti fosse venuta dietro lei e non io? gli chiedo. Non voglio pronunciare il nome di Nise, e sono curiosa di vedere se lo far lui.
Non  venuta.
Ma se fosse venuta?
Non credo che tu le avresti permesso di venire da sola, risponde. Non credo che l'avresti lasciata tornare indietro senza di te.
 vero, dico. Non l'avrei lasciata.
 pi importante di quel che immagini.
Che cosa?
Sentirsi cos desiderati.
Mi bacia il seno. Prima uno poi l'altro. Li tiene a coppa, come fossero bottiglie da cui bere. Li strizza e li succhia, poi dice:  bello tenerli in bocca.
Gli sbottono la camicia.
Voglio vedere, dico. Voglio sentire la tua pelle.
Tutta quella che vuoi, mi dice.
Sugli avambracci, quegli stessi a cui mi tenevo camminando, ha una folta peluria biondo scuro. Anche sul petto.
I capelli sono morbidi e setosi, e sento il medesimo profumo di arancio e chiodi di garofano che avevo sentito durante la nostra prima passeggiata serale.
Deve trattarsi di acqua di colonia. Ma questa volta l'odore non mi fa ripensare a mia madre.
Mi sfila lui gli stivaletti. Me li sfila in modo che possa togliermi le calze, e stargli sul grembo a gambe nude.
Quelli sono i miei stivaletti della puttana, gli dico.
Me li ha dati una puttana.
Chi era?
Una a cui mia madre cuciva i vestiti. La Belle Normande.
Era favolosa?
Ai miei occhi si, rispondo.
Tirati su, mi dice allora.
Con una mano continua ad abbracciarmi e con l'altra si slaccia i pantaloni. Si libera da ogni intralcio. Quando mi rimetto gi, a dividerci  rimasta solo la mia sottogonna.
C' un punto, alla base del suo collo, in cui la pelle  particolarmente chiara. E un minuscolo solco subito sopra lo sterno, in mezzo alle clavicole. Un piccolo incavo vulnerabile.
Da nudi, gli uomini hanno un aspetto pi vulnerabile delle donne, secondo me. O magari lo dico solo perch il mio corpo lo conosco.
Quando gli guardo in mezzo alle gambe, non sembra affatto vulnerabile. Sembra lui, e basta.
L'avrei diviso volentieri con Nise, e avrei toccato anche lei, se avesse voluto. Avremmo potuto stare tutti e tre insieme, come diceva lui.
Invece  finita che ha sfamato la ragazza con la bocca pi spalancata, che si  fatta avanti per prima.  cos che  andata.
Ha scelto la pi vorace.
...
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...
CAPITOLO 22.
...
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...
Restiamo insieme su quella stretta dormeuse fino all'una o alle due del mattino, finch mi dice: Non vorrei, ma devo andare.
Non dice a casa, ma  implicito.
Resta qui, mi dice. Vorrei poterti pensare qui.
Poich non rispondo, mi chiede: Che c'?
Domattina devo andare a lavorare.
Non andarci.
Gi, e poi?
Ci sono altri modi di guadagnare.
Prima avrei ribattuto: E tu che ne sai? ma ora non
pi. Gli dico solo: Non  cos facile.
Ti aiuto io. Domattina decidiamo. Vengo qui appena
sveglio.
Scuoto la testa per dire no, ma non lo penso sul serio:
invece di alzarmi mi distendo di nuovo sulla dormeuse e
mi raggomitolo sotto la coperta.
Te la senti di rimanere qui?
S. Se domattina ritorni, rispondo.
Sar qui prima ancora che faccia giorno.
Mi d un bacio e se ne va.
Mentre decidevo di restare avevo la sensazione di stare
facendo la cosa sbagliata, di prendere una decisione stupida.
Avrei potuto alzarmi, infilarmi il vestito e gli stivali.
Avrei potuto chiedergli dei soldi per tornare a casa me li
avrebbe dati. Invece non ho fatto niente di tutto ci. Ho
lasciato che decidesse lui per me.
Senza E. la stanza  buia e cavernosa. Per un attimo un
brivido di paura mi attraversa la schiena ma questa volta
non lo posso rincorrere, non posso precipitarmi a cercarlo,
perch sono mezza nuda e non so da che parte sia andato.
Insomma, non faccio niente di niente: al contrario, mi
immobilizzo. Me ne sto distesa sulla dormeuse e lascio
vagare lo sguardo nella stanza.  proprio per questo che
non mi sono precipitata a mettermi il vestito e gli stivali:
perch volevo restare distesa qui. A quanto pare non
mi importava solo che non se ne andasse, e che il nostro
incontro non finisse mai. Adesso che non c', mi rendo
conto che per me essere in questa stanza, e non tornare
in Rue Maitre-Albert, ha anche un altro significato. Vuol
dire rompere con quella vita. Avevo bisogno di un posto
tutto mio, e lui l'ha capito.
Anche senza di lui, la stanza  lui. Mi d la possibilit
di stare con lui anche se lui non c'. Rassicurata, chiudo
finalmente gli occhi. Se lui fosse presente non potrei fermarmi
a riflettere, come faccio adesso. Il mio primo pensiero
 che vorrei che in Rue Maitre-Albert nessuno soffrisse
a causa mia, ma so che  impossibile. L'idea di Nise
tutta sola laggi  atroce. Ma sono sicura che se ne far una
ragione. All'inizio si preoccuper, poi indoviner la verit
o si inventer una storia, e si metter il cuore in pace.
Forte di questa convinzione, lascio andare la fantasia.
Ripenso a tutti i modi in cui mi ha toccata, rivivendo
ogni singolo istante pi e pi volte.  la mia maniera di
dare un senso alle emozioni, a ci che mi accade, e anche
adesso ottengo lo stesso effetto: se ricordo le cose correttamente,
mi sembra quasi di sentire di nuovo le carezze.
Di provare di nuovo le stesse sensazioni.
A un certo punto ripenso a come mi ha guardata da sotto
in su, la faccia tra le mie gambe. La sua bocca era morbida
e ruvida allo stesso tempo, per via della barba. Ripenso a
questo e alle cose che ha detto. Finch mi si chiudono gli
occhi e mi abbandono al sonno.
Quando mi sveglio il mondo non  neppure grigio: 
ancora nero, con una luce appena un po' pi chiara che
filtra dalle finestre. Allora mi avvolgo la coperta intorno
al corpo, accendo una candela e faccio un giro per lo studio.
Fra i quadri appesi vedo il dipinto di un ragazzo con
un cappello rosso e un grappolo di ciliegie appoggiato a
un parapetto. Le ciliegie sono avvolte in un foglio di carta
verde e alcune stanno cadendo gi. Perfino in questa luce
fioca si vede che il copricapo del ragazzo  di un altro
colore rispetto alle ciliegie. E di un rosso cos acceso che
sembra un sole, o forse mi viene da pensarlo perch il ragazzo
 biondo e con la carnagione chiara, e tutta la faccia
risplende di luce.
Il dipinto successivo  di un uomo con la tuba seduto
accanto a un bicchiere.  avvolto in una mantella e per
terra, vicino a un piede, c' una bottiglia. L'uomo ha una
gamba distesa in una posa da ballerino, ma sicuramente
non lo . Non  un ballerino. Il quadro non d assolutamente
quest'impressione. Tuttavia non saprei dire che impressione
dovrebbe dare. L'altro dipinto era solare, pieno
di gialli e di rossi, mentre questo  scuro. Cupo.
Poi c' un dipinto con due vecchi, l'uomo  seduto e la
donna  in piedi accanto a lui. La donna tiene una mano
in un cesto di gomitoli di lana, mentre l'uomo ne ha una
infilata nella giacca e l'altra appoggiata al bracciolo della
sedia. Lei tiene gli occhi bassi, non guarda nulla. Dal suo
viso si capisce che soffre. Lui ha lo sguardo lontano e un'espressione
severa. Contrariata.
Il dipinto vicino a quello dei due vecchi  molto pi
grande. C' un uomo seduto di traverso, la testa avvolta
in una sciarpa bianca, che suona una chitarra. Ha la bocca
aperta perci immagino che stia cantando.
Il quadro successivo sar grande la met del precedente,
per vi sono raffigurate molte persone, alcune sedute
e altre in piedi, sotto gli alberi di un parco. Gli uomini
indossano la tuba e le donne hanno vestiti eleganti. Anche
questo dipinto  scuro, ma con qualche macchia di colore
qua e l: il grigio chiaro dei pantaloni maschili, le gonne
giallo-rosa delle signore, il nastro azzurro che ferma i cappellini.
Pi lo guardo, pi mi sembra poco realistico. Solo
una delle donne ha una faccia completa di occhi, sopracciglia,
naso e bocca: tutte le altre sono solo abbozzate. E
sebbene i visi degli uomini siano pi precisi, in quella marea
di volti ce n' solamente uno con l'aria amichevole.
Mi guardo intorno e mi sembra di aver visto tutto ci
che  esposto, finch noto due tele collocate sopra una credenza
in fondo alla stanza, girate contro il muro. Le volto
e vedo che raffigurano due donne, ma molto diverse
fra di loro. La prima ha un enorme vestito bianco a righe
grigie, tiene in mano un ventaglio e sembrerebbe seduta
sulla dormeuse in fondo allo studio. Ma qualcosa non mi
torna, non so se nel quadro o nella donna. L'unica mano
che si vede  troppo grande, il piede sporge dalla gonna e
l'espressione del volto  fissa, piatta. Sembra una bambola,
di quelle che mettono paura. I suoi occhi scuri, spenti,
mi innervosiscono, e rigiro il quadro verso la parete.
Magari sar solo perch ho bisogno di essere rincuorata,
ma il secondo dipinto  il mio preferito, lo capisco alla
prima occhiata. Raffigura una donna con una blusa bianca
e gialla, in piedi, con la testa appoggiata a una mano e
l'altra mano sul fianco. Ha la pelle dorata, pi scura del
giallo della blusa, capelli bruni e una sigaretta bianca in
bocca. Dietro di lei un cavallo bianco guarda fisso davanti
a s con aria paziente, proprio come il cavallo di Rue
des Marmousets che trasporta i sacchi a quadretti. E per
quanto mi piaccia il cavallo,  evidente che la bellezza del
quadro  data dalla donna. Mi piacciono il giallo oro della
pelle e della blusa, e il rosso cupo della gonna, ma mi
piacciono soprattutto la massa di capelli scuri e disordinati
e il viso. Lo osservo a lungo e mi sembra di vedere la
faccia di un'operaia di Baudon, di una persona che potrei
conoscere. E penso che per far capire a Nise l'idea che si
era fatto di noi tre, per averci insieme, lui avrebbe dovuto
mostrarle questo dipinto.
Impiego molto tempo a guardare questi quadri, anche
se sono solo sette, e dopo l'ultimo sono stanca. Non  facile
afferrarne il significato e cercare di vederli come lui
vorrebbe che fossero visti. Un po' voglio cercare di capirli
perch li ha fatti lui, e un po' anche perch trovo incredibile
che si riesca a trasformare delle macchie di colore in
una cosa del tutto diversa. Come si fa a rappresentare il
viso di una persona, la piega di un vestito o un frutto con
della pittura stesa su una tela? E come fa un viso a sembrare
quello di un'amica, e un altro quello di una brutta
bambola?
I buffi disegnini di gatti che ci ha mostrato la prima
volta che siamo venute qui li avevo capiti perch erano
semplici, fatti di linee e di ombre. Questi quadri invece
non sono semplici, e non so che emozioni lui vorrebbe che
provassi di fronte ai soggetti raffigurati. Il ragazzo con le
ciliegie  simpatico e i due vecchi hanno l'aria triste, ma
l'uomo con la bottiglia non mi dice niente, come pure il
cantante, e non mi dicono niente neanche le persone sotto
gli alberi del parco. Eppure sono sicura che dovrei provare
qualche tipo di emozione.
Gironzolando per lo studio, sempre avvolta nella coperta,
indecisa se tornare a coricarmi sulla dormeuse, passo
vicino al tavolino dell'ingresso e vedo le monete. Deve
averle messe l prima di uscire. Venti franchi. Una cifra
insignificante per lui, una fortuna per me. No, una fortuna
no, ma due settimane di paga s.
Questo pensiero mi fa capire che sono per me. Sono sicura:
le ha lasciate per me, o almeno perch le vedessi. E
sono altrettanto sicura di non volerle prendere.
In compenso prendo una decisione. In un paio di minuti
mi vesto, e altri due minuti dopo apro pian piano la porta
e guardo fuori nella semioscurit del cortile. Richiudo
facendo scattare la serratura, per non poter cambiare idea.
Non la cambierei comunque, perch l'imbarazzo provato
alla vista dei soldi si  trasformato in vero e proprio panico
al pensiero dell'ora, del quartiere e del tempo che impiegher
per andare a casa a piedi, prendere il grembiule
da lavoro e il brunitoio, e arrivare in orario da Baudon.
Non so che intenzioni avesse lasciandomi quelle monete,
e potrebbe averlo fatto con la massima generosit, ma
su di me hanno avuto l'effetto opposto. Esisteranno anche
altri modi di guadagnare soldi, ma io ne conosco uno solo:
fare la brunisseuse. E venti franchi sono un bel regalo, ma
per l'appunto solo un regalo. Non un salario.
Cos corro fuori nel mattino e nelle strade che sono perfette
e vuote e fresche di una freschezza che si sente solo a
quest'ora. Mi sforzo di non pensare a come mi ha toccata
e alle cose che ha detto, n a come usa il colore nei suoi dipinti
per creare persone, animali o emozioni, o ai soldi che
ha lasciato a mia disposizione sul tavolino. Cammino pi in
fretta che posso nel fresco del mattino, arrivo a Boulevard
Malesherbes e a Rue Saint-Honor, al fiume e poi a casa.
Al mio grembiule e alla mia ametista.
...
.
...
CAPITOLO 23.
...
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...
Arrivo da Baudon in ritardo.
Dall'altra parte dello stanzone, Nise mi sorride, ma  un
sorriso tirato che mi fa sentire in colpa. Quando mi avvicino
al suo tavolo, per, l'unica cosa che mi dice : Hai
fatto le ore piccole?
Dipende dai punti di vista, rispondo.
Accenna un altro sorriso ma non aggiunge altro. Non
ce ne sarebbe comunque il tempo.
A pranzo, quando usciamo in strada a comprarci pane
e formaggio, continua a non dire niente. Dopo un po' di
questo silenzio capisco che sa perfettamente che cos' successo,
cos le dico: Avrei voluto che lo facessimo tutti e
tre insieme. Tu, io e lui.
Io no.
Non volevi andare a letto con lui?
All'inizio si. Per non cos. Non con te presente.
So che  la pura verit. Ma quando glielo sento dire mi
sento raggelare. Perch io sarei andata a letto con tutti e
due. Per come mi ha pettinata quel giorno. Per come sono
sempre stata un po' innamorata dei suoi occhi trasognati.
Non abbiamo bisogno di lui, mi dice. Non lo capisci?
Il nous perturbe.
Annuisco, perch Nise ha ragione: E. ci scombussola.
Per mi chiedo: quale parte della mia vita starebbe scombussolando?
La stanza in Rue Maitre-Albert? La perenne
mancanza di quattrini?
Io voglio che mi scombussoli, mi piacerebbe dire a Nise.
Ma vedendo la sua espressione, mi trattengo. E poi, in
ogni caso, non potrebbe sentirmi.
Dopo pranzo Huberty mi comunica che la mattina non
mi sar retribuita.
Sono arrivata solo mezz'ora in ritardo, gli dico.
 la penale, ribatte lui. Lo sai.
S,  vero, lo so. Anche per questo stamattina ero stata
presa dal panico in Rue Guyot. Ma avevo creduto che mi
sarebbe bastato presentarmi al lavoro, e non troppo fuori
orario, per farla franca.
Perch avrei dovuto darmi la pena di venire, allora?
gli domando.
Per non perdere il lavoro.
Mi guarda in faccia e scuote la testa. Non l'ho fatto
io il regolamento, conclude.
Lo so bene. Non dipende da lui: sono le regole di laboratorio.
Cerco di non prendermela e di rimettermi ad
appianare le strisce d'argento create dalla prima passata
di brunitoio. Mi concentro sull'oggetto che ho fra le dita
e quando mi viene qualche pensiero lo ricaccio indietro,
proprio come faccio con l'argento.
E mi calmo. Davvero. Almeno, cos mi pare. Solo che
mi sento fuori posto. Intorno rimbombano voci di donna
che in realt non sento, e dentro di me sta montando qualcosa.
Mi gira la testa.
Poso il piatto su cui stavo lavorando. Avvolgo il brunitoio
nella sua fodera e lo caccio nella tasca del grembiule,
che davanti  bagnato, ma non me lo tolgo. Con la mano
stretta sul pacchetto che ho in tasca mi dirigo verso la porta
laterale scorrevole.
Me ne vado.
In cortile, mentre sto per uscire in Rue Pastourelle, la
sento dietro di me.
Dove stai andando? mi urla Nise.
Mi fermo. Mi giro.
Al suo studio, rispondo.
Che cosa intendi fare?
Non so. Qualcosa.
In tasca ho quattro franchi e venti sous, venti centesimi.
Soldi miei, non suoi. Prendo i franchi e li do a Nise.
Per la stanza, le dico.
Non sono un contributo sufficiente, essendo solo met
della mia quota di affitto settimanale. Ma  tutto quello che ho.
Che cosa farai?
Lui mi dar una mano, rispondo. Me l'ha detto.
Come fai a fidarti? Ci considerava solo un gioco, non
lo capisci?
Non  come pensi, ribatto. Non  come da Moulin.
Allora ci guardiamo negli occhi. E come sempre mi accade
quando mi guarda, mi sembra che si crei uno spazio nuovo.
Mi sembra di poter toccare l'aria intorno al mio corpo.
Avrebbe potuto rimanere tutto uguale, le dico.
Con in pi lui. Ci avrebbe amate entrambe.
Sei matta, dice, e scuote la testa. Non smette pi di
scuoterla, e capisco che  talmente arrabbiata con me da
non riuscire a parlare. Ma quando mi avvicino per abbracciarla
me lo lascia fare. Cos ci diciamo addio. Due ragazze
col grembiule che si abbracciano per strada.
Niente che meriti una fotografia.
...
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...
CAPITOLO 24.
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...
Mi tolgo l'abito da lavoro e faccio la valigia, se cos si pu dire. Prendo l'altro vestito, le due sottovesti, la biancheria intima, la salvietta e l'asciugamano, il cuscino e i panni per le mestruazioni. Il taccuino da disegno e gli stivali verdi. Tolgo dal bauletto lo scialle della puttana e le due federe e lascio il bauletto. Nise potrebbe venderlo.
Tanto non ce la farei mai a trasportarlo. Infilo tutto dentro le federe.
Il tempo necessario per fare la valigia  stato pari a quello impiegato per salire le scale. Non si pu dire che non viaggi leggera.
...
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...
CAPITOLO 25.
...
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...
Al mio arrivo lo trovo al lavoro. Questa volta non  sorpreso di vedermi, ma  chiaro che non gli sfuggono n i fagotti che ho in mano, n la mia aria trafelata. Tutto gli passa sul volto, e mi innervosisce. Ma un attimo dopo capisco che non  arrabbiato. Preoccupato. Infastidito, magari.
Ma non veramente arrabbiato.
Hai rotto con Nise? mi chiede semplicemente.
Vorrei rispondergli di no, che si sbaglia, che siamo ancora amiche. Ma non ne sono tanto sicura. Di certo, per,  una faccenda personale, che riguarda solo Nise e me.
Perci taglio corto: Ho bisogno di un posto dove stare.
Mi darai una mano?
Era la ragione per cui ero venuto qui stamattina.
Allora capisco che non  seccato perch gli sono comparsa davanti tutta trafelata con le mie cose.  seccato perch me n'ero andata.
Ho visto i tuoi soldi, gli dico.
Speravo che ti incoraggiassero a restare.
Vedendoli, mi sono detta: Vai a lavorare. Fila.
E del tutto involontariamente mi ritrovo a dirgli di Huberty e di come mi abbia decurtato lo stipendio. Di come sia uscita dal laboratorio. Gli racconto l'intera giornata. Sono ancora l, mi dice quando finisco di parlare.
Prendili.
Mi avvicino al tavolino e vedo che  rimasto tutto come stamattina. Le monete sono ancora dove le avevo lasciate, o meglio, dove lui le aveva lasciate per me. Questa volta per non ho esitazioni: allungo le mani e le raccolgo.
Mi servono, gli dico.
Ripenso ai franchi che ho dato a Nise, alla stanza di Rue Maitre-Albert, a Huberty che mi dice che non mi pagher la mattina di lavoro, e penso che potrei non reggere la tensione. Invece reggo. E non dico altro. Sto l con i soldi in mano, immobile.
Lui non apre bocca e non si muove. Rimane fermo dov'.
Probabilmente ha capito che se si avvicinasse crollerei.
Prendo i suoi soldi come l'altra volta gli avevo preso la lingua. Prendo quello che mi d.
...
.
...
CAPITOLO 26.
...
.
...
Siamo distesi sulla dormeuse. Lui mi tocca, mi infila dentro le dita, e io tocco lui. Glielo tengo in mano.
Posso raccontarti una cosa? mi chiede, continuando a tenermi le dita dentro. Perci continuo anch'io a toccarlo.
Certo.
Ho gi un figlio non riconosciuto. Non voglio metterti incinta.
Non dico niente, tanto non ce n' bisogno. Mi sente da dentro.
Sai come fare a evitarlo?
S.
In effetti lo so. Me l'aveva spiegato Julie ed era un argomento di conversazione frequente in laboratorio. Ne parlavano tutte, le donne sposate e le nubili. Tutte conoscevano un metodo.
Trover una soluzione, aggiungo.
Intanto posso ritornare qui? mi chiede muovendo una delle dita.
S.
Mi palpa il culo e ci infila dentro un dito. E per un po' continuiamo cos, con le sue dita che si spostano in maniera imprevedibile. Chiudo gli occhi. Che si diverta.
Ma quando me lo mette dentro  bagnato solo di me, e lo infila tutto in un colpo. Mi fa talmente male che gli urlo di fermarsi. Mi viene da dargli del voi: Arrtez!
Si ferma. Non lo tira fuori, ma smette di muoversi. Nel punto di contatto sento tutto che pulsa.
Mi bacia sulle scapole, mi tocca il fianco dei seni. Cerco di rilassarmi tutta. Dopo un po' mi abituo, mi abituo alla sensazione di pienezza in quella parte del corpo.
Adesso va bene, dico. Adesso puoi.
Ricomincia a muoversi.
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CAPITOLO 27.
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Dopo, io sono sdraiata sulla dormeuse e lui  in piedi di fianco a me. Vedo che gli  rimasto attaccato, attaccato all'uccello, un pezzettino di escremento, proprio sulla punta.
Sono imbarazzata, ma che cosa mi aspettavo. Abbassa gli occhi e lo vede anche lui. Mi vergogno ancora di pi.
Lui invece lo toglie con calma e va a lavarsi alla bacinella.
C'est pas grave, mi dice. Non  niente di terribile. Gli uomini, tanto, usano l'uccello come una spada. Nel dare battaglia pu succedere anche questo.
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CAPITOLO 28.
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Sar una modele de profession, dice, mentre mi allaccio la giarrettiera. O almeno, sar cos che mi presenter.
Non sar pi costretto a cercare le modelle a Pigalle, dice. O da Couture, con i suoi vari personaggi in catalogo.
Che cosa vuoi che faccia? gli chiedo.
Niente di speciale. Un gesto quotidiano.
Per esempio questo?
S, ma senza guardarmi, risponde.
Abbasso gli occhi e armeggio con il nastro e il fermaglio della giarrettiera. Chino la testa, poi mi stanco di tirare la calza e lascio le dita molli, solo appoggiate, infilate sotto il nastro sopra il ginocchio.
Schiacciate dal corsetto, mi accorgo che le tette spuntano fuori, ma quando cerco di ricacciarle dentro l'orlo del tessuto, E. mi blocca.
Mi serve che si vedano.
La faccenda si rivela pi complessa delle fotografie di Moulin e faccio fatica a rimanere immobile cos a lungo, specialmente con il collo. Ogni tanto abbasso le spalle facendo in modo di non cambiare posizione, limitandomi a contrarre e rilassare i muscoli. Poich lui non mi dice di smettere, immagino che non gli dia fastidio.
All'inizio penso ai fatti miei, poi la testa mi si svuota completamente. Rimango l, con il capo chino e le mani sul ginocchio, le dita infilate sotto il nastro della giarrettiera.
Una posizione non proprio comoda, ma tranquilla. Quando mai succede di stare fermi senza far niente? Neanche quando si aspetta il treno si  perfettamente immobili: si cammina avanti e indietro, si controlla se stia arrivando, ci si guarda intorno.
In questo momento, invece, sono assolutamente inerte, a parte quando muovo le spalle e batto le palpebre. E mi rilasso.
Non so quanto tempo trascorra cos. Lui non parla e io neppure. Mi rintano dentro di me, e avendo il capo chino non lo vedo neanche. E come se fossi da un'altra parte, lontana da lui. Ieri fra di noi c'era un fitto dialogo, e oggi niente. O meglio, da un certo punto di vista  finito, ma da un altro continua. Perch  ovvio che so che  l che mi guarda. Che mi studia.
Ci siamo, dice infine, in tono cos tranquillo da farmi pensare che abbia provato anche lui le mie stesse sensazioni.
Il piacere di stare in silenzio, di non dover riempire l'aria di parole.
Quando mi mostra il pastello non dico nulla, non so se per effetto del silenzio di prima o perch non sono ancora tornata dai miei vagabondaggi mentali. Anzi no, adesso lo capisco:  una reazione al disegno vero e proprio. La faccia  un po' nascosta, ma sono chiaramente io. Per  diversa da come me l'aspettavo. Non tanto perch non ho mai visto la mia testa in quella posizione, o quella parte della mia capigliatura. No, voglio dire ancora un'altra cosa.  il fatto che il disegno in qualche modo contrasta con la mia immagine di me stessa.
Sono davvero cos?
In questo momento. Per me.
Non sapendo come descrivere le mie impressioni, gli chiedo: Perch hai dipinto la calza di blu?
Perch i tuoi capelli sono color ruggine e la parete  gialla, risponde. Perch nel bianco, comunque, c' anche del blu.
Non sono sicura di aver capito, ma mi viene in mente il riflesso della vetrina che aveva aggiunto al mio disegno.
Quel giorno, grazie ad alcuni tratti di matita grigia, la carta bianca si era trasformata in vetro. E adesso la calza blu  una delle cose pi carine del disegno, questo  poco ma sicuro.  carina quasi come le due tette rotonde che fanno capolino.
Lo ritoccherai ancora?
In che senso?
Lo completerai in qualche modo?
Ci metter uno sfondo.
Nient'altro?
Nient'altro. O funziona subito, o  da buttare.
E la calza  blu perch il capezzolo  rosa.
La calza  blu perch il tuo capezzolo  color pesca, dice, posando il disegno.
Che sia color pesca o che sia rosa, mi tolgo il corsetto per farmi accarezzare. Per sentire la sua bocca sul colore.
Alla luce del giorno noto alcuni particolari del suo viso a cui non avevo mai fatto caso.
Qua e l sulle guance, all'attaccatura della barba, si vedono alcune piccole cicatrici piccoli lembi di pelle butterata.
Non si capisce se dove la barba  pi fitta il viso sia ancora pi deturpato.
Si  accorto che lo sto guardando, perci gli dico che non  terribile. Che non ha bisogno di nasconderlo.
Gli dico che quei segni quasi invisibili sulla pelle mi ricordano una ragazza che lavorava da Baudon. Tutti la chiamavano la Grle, la butterata.
Aveva una minuscola striscia di pelle sulle guance che sembrava bucherellata dalla grandine. Ma la rendeva particolare.
Quel soprannome, chiede lui, non le dava fastidio?
Sembrava di no. Era molto carina lo stesso.
Malgrado il viso butterato?
Non si poteva non notarlo, rispondo. Dopodich, si continuava a trovarla carina.
Mi guarda stupito, ma non so come spiegarmi meglio.
Non faccio il paragone con gli occhi di Nise, per per me  la stessa cosa. Quando la bellezza  accompagnata da un piccolo difetto diventa pi interessante.
Eppure capirebbe, penso. In fondo era un po' innamorato anche di lei.
Dopo essermi rivestita per la seconda volta in un giorno, gli chiedo di raccontarmi qualcosa dei quadri appesi alle pareti dello studio.
Quello era il mio aiutante, dice, di fronte al ritratto del ragazzo biondo con le ciliegie. E indicando la coppia di vecchi: I miei genitori.
Tua madre  triste?
Penso di s. Per alcuni versi non ha avuto una vita facile.
Vorrei chiedergli perch, ma  gi passato ai dipinti seguenti, quello dell'uomo con la bottiglia per terra e quello del cantante con la chitarra.
Questo quadro  stato un fiasco, dice dell'uomo con la mantella e la bottiglia per terra. Mentre quello  piaciuto, dice indicando il cantante con la chitarra.
Perch uno  piaciuto e l'altro no?
Perch questo  impregnato del marrone con cui mi hanno insegnato a dipingere le ombre. Perch sono stato cos stupido da non toglierlo.
Rimane l impalato a guardare l'uomo della bottiglia e della mantella, a scrutare quella tela cos scura, poi dice:  come infilare la testa in una tomba, vero?
Non mi va di dargli ragione, ma allo stesso tempo non gli devo mentire. Non sui suoi quadri.
 molto scuro, gli dico, indicando il dipinto con un cenno del capo.
E poi?
Il piede ha qualcosa che non va, rispondo. E il soggetto non mi  chiaro.
Non  una persona che potresti incontrare per strada.
No.
Questo almeno ha avuto successo, dice, indicando il ritratto del cantante. Tutti ci hanno visto un influsso dell'arte spagnola.
Il chitarrista  spagnolo, quindi? gli domando.
Se Montmartre  in Spagna, mi risponde.
Vorrei chiedergli dei due dipinti di donna sul tavolo, quelli girati verso il muro, ma non so se sia il caso di confessargli che li ho voltati per guardarli. Decido di farlo decido che la cosa migliore sia dirgli la verit quando ripenso alla donna con il vestito bianco e lo strano viso di bambola, e mi rendo conto che non saprei come commentarla.
Allora passo oltre e mi fermo davanti al quadro della gente accalcata sotto gli alberi.
Chi  tutta questa gente?
Il pubblico elegante delle Tuileries.
Di giorno naturalmente si vede meglio, e capisco di aver preso qualche cantonata guardando il dipinto a lume di candela. Non avevo neppure notato le due bambine che giocano nella parte bassa del dipinto, o meglio, i due sbuffi di colore a forma di bambina, poco realistici. Ma altre cose le avevo viste bene.
Quello sei tu? gli chiedo, indicando un personaggio sulla sinistra.
Pi o meno.
E questo  un tuo amico? domando, indicando l'uomo che nella marea di volti mi aveva colpito subito per la sua aria amichevole.
Fantin-Latour? Si,  un amico. In realt tutti i personaggi raffigurati sono amici o conoscenti.
Perci il quadro  una specie di rompicapo?
Non era cominciato cos, mi risponde, ma lo  diventato. Un esercizio di stile.
Be',  evidente che quello l ti  simpatico. E che ammiri questa signora, dico, guardando l'unica donna del quadro con una vera fisionomia.  la sola a cui non hai nascosto la faccia.
Madame Lejosne. E la moglie di un ufficiale.
Dopo avermi risposto mi guarda attentamente, e dall'espressione dei suoi occhi capisco di aver colto nel segno: nutre ammirazione per quella donna.
Ma su una cosa ti sbagli, aggiunge subito dopo.
Nel quadro c' anche mia madre, che io amo e rispetto.
Bella forza:  tua madre.
Continuiamo a guardare il quadro e vengo a sapere il nome di tutti i distinti signori raffigurati: Champfleury e Balleroy, Astruc e Scholl, e uno che chiama mon cher Baudelaire. Nessuna delle donne, invece, ha un'identit definita, a eccezione di Madame Lejoisne e della madre, i cui tratti del viso, per, sono nascosti dal fitto velo che lo ricopre.
 il tuo migliore amico, Fantin-Latour? gli chiedo quando ha finito di elencarmi i vari personaggi.
 un buon amico, ma non il migliore.
Sembra il pi buono.
 giovane e bello. Hai individuato il romanticone del gruppo, ecco tutto.
Ma  anche buono, vero?
Con te lo sarebbe sicuramente, dice.
E Madame Lejoisne  buona?
Assolutamente s. Una volta al mese la vado a trovare e le bacio la tenera manina.
Uno di fianco all'altra, ci guardiamo. Ci osserviamo.
L'atmosfera  un po' cambiata, dopo queste battute scherzose.
Non mi chiedi niente dei due quadri sul tavolo? mi domanda. So che hai guardato anche quelli.
Un attimo di imbarazzo, e poi decido di superarlo. In fondo ha scelto lui di lasciarmi qui da sola ieri notte, di darmi fiducia. Non poteva non immaginare che avrei dato un'occhiata in giro.
Me ne  piaciuto uno solo, gli dico. Quello della signora gialla con il cavallo bianco. L'altra donna mi fa paura.
Perch ti fa paura?
Ha una faccia da bambola. Una brutta faccia da bambola.
Lui rimane a lungo a guardarmi senza parlare, poi dice:  la mantenuta di un amico. Una volta, secondo me, era una bellissima donna. Adesso credo sia estremamente infelice.
A causa del tuo amico?
Lui  capace di cattiveria, ma lei  infelice perch  malata. Perch sono sempre a corto di denaro.
Il tuo amico ha apprezzato il quadro?
Sul momento E. non risponde, poi fa segno di no con la testa. Mi dice: Se l'avesse apprezzato gliel'avrei regalato.
Perch l'hai dipinto se la donna non ti interessava?
Me l'aveva chiesto il mio amico. Cos lei  venuta in studio, ha posato e io non ho potuto far altro che dipingerla come la vedevo.
E lui assisteva?
E lui assisteva.
A questo punto si avvicina al tavolo, e l per l penso che voglia rigirare il quadro della donna con il vestito bianco.
Invece no, volta quello della signora con la camicetta giallo oro. Alla luce del giorno noto alcuni particolari che mi erano sfuggiti a lume di candela: la blusa  dorata con sfumature rosso fuoco, la parte bianca sul davanti non  dello stesso bianco del cavallo, ma di quello della sigaretta. E l'azzurro del cielo in alcuni punti  grigio e in altri violaceo.
Perch l'hai voltato contro il muro?
Perch non sopportavo i commenti della gente. Sulle pennellate e la composizione. Sulla ragazza. Non  permesso dipingere persone come lei, che vivono ai margini della societ, e se lo si fa non si deve mostrarne la bellezza. Sono permesse solo le caricature, come quelle che fa Daumier.
Non capisco dove voglia arrivare non riesco a stargli dietro. Tuttavia gli chiedo: Allora era una persona speciale?
Una ragazza qualunque, incontrata alla Porte de Clignancourt. Una zingara, probabilmente.
Mi bastano queste poche parole per capire che ama il quadro. E che quando ama una cosa, la tiene nascosta.
Sono vestita e in procinto di uscire, ma quando mi spinge verso la dormeuse in fondo allo studio lo lascio fare. E la dormeuse su cui lui, Nise e io ci siamo baciati, la stessa su cui aveva posato la bambola bianca, la mantenuta del suo amico. E per la terza volta in un giorno, mi spoglio.
La dormeuse non  un letto, ma  meglio che niente.
Riconosco che mi era piaciuto stare sulle cosce del mio soldato come su un cuscino, con il muro alle sue spalle a farci da stanza. Ma  un piacere ben diverso stendersi vicini.
Dedicare tempo al suo corpo, e pian piano conoscerlo.
Se potessi disegnarlo, ecco cosa disegnerei: quando  seduto sulla dormeuse c' un punto dell'anca che fa una piega verso l'interno. So che  una conseguenza della posizione seduta, del modo in cui i muscoli dell'anca incrociano quelli della gamba, ma la piega, quel piccolo incavo in ombra, mi affascina e amo premerci sopra la bocca.
Le vene del suo avambraccio seguono la forma del muscolo come filari di vite. Le ripasso con le dita e poi con la lingua, e scopro quanto siano morbide queste vene-viti.
Le stesse vene che ha sull'uccello.
Ripasso anche quelle.
Ecco che cosa metterei nel disegno. Linee e ombre, e nient'altro.
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CAPITOLO 29.
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Le spugne sono grandi come una noce o una piccola mela.
Color marrone chiaro. Da asciutte si stenta a credere
che possano servire allo scopo, ma basta bagnarle per capire.
La spugna si anima, diventando setosa come capelli
immersi nell'acqua. Allora riesco a immaginare di infilarmela
dentro, e che si adatti perfettamente allo spazio a cui
 destinata. Che vi si accoccoli. A ogni spugna  attaccato
un lungo nastro di seta. Serve per estrarla.
Ne provo una, e la sensazione  quella di cacciare dentro
un fiore umido. Con il dito medio la spingo fino in
fondo, finch tocco il naso. Adle mi aveva detto che
l'estremit al tatto sarebbe sembrata un naso e che l'avrei
riconosciuta cos. E il punto che va tappato.
Una volta dentro, la spugna non la si sente pi. Si sente
solo il solletico del nastro sulla coscia.
Il nastro  l'unica cosa che gli lascio vedere.
Hai messo anche una polvere medicinale? mi chiede.
Dovrei comprarla in farmacia. Adle mi ha detto che
lei usava aceto e acqua.
Li hai usati anche tu?
Ti d fastidio l'odore?
Non mi d nessun fastidio, risponde.
Il dialogo si svolge con me a gambe divaricate e lui che
mi accarezza lisciandomi il pelo e passandosi il nastro di
seta fra le dita. Allora capisco che anche questo, per lui,
fa parte del gioco. Del piacere. Non c'era nessun bisogno
di rannicchiarsi dietro il paravento per infilare la spugna
adesso l'ho capito.
Poi dopo che si fa?
La si sciacqua per bene e la si lascia a bagno per un
po' di tempo nell'aceto. Di nuovo aceto.
Ma non ho ancora finito di parlare che ha gi cominciato
a penetrarmi. Senza neanche togliersi la camicia e la cravatta
azzurra. Lavallire bleue  pois blancs. Si  limitato ad
abbassarsi i pantaloni, come un vero courier, un puttaniere.
Allora dentro di te c' un po' di mare, mi dice quando
abbiamo concluso e giacciamo sulla dormeuse, ancora
allacciati l'uno all'altra.
Un po' di mare e un po' di te, ribatto.
Che cos' quell'uomo per te?
Adle mi ha rivolto questa domanda quando le ho chiesto
come fare a non rimanere incinta. Le ho risposto senza
esitazione: Un amante.
Non il mio amante, bens un amante. E basta.
Ho cercato di spiegarmi meglio, e lei ha commentato:
Allora ci sono di mezzo i soldi. Il y a toujours de l'argent.
C' sempre di mezzo il denaro.
Parigi  piena di puttane, lo so, ho ribattuto. Ma
non  solo quello.
Che cosa, allora?
Vero amore, ho risposto, e siamo scoppiate a ridere
come ai tempi di Baudon.
In realt la faccenda non  tanto semplice. Non siamo
un caso semplice, noi due.
Se E. avesse voluto una puttana avrebbe potuto pagarsela,
e se ne avesse volute due in un colpo solo avrebbe potuto
sborsare per due, invece di perdere tutto quel tempo
con Nise e me. Ma non l'ha fatto. Fin qui ci siamo, per
io volevo dire un'altra cosa.
Intendevo dire che non  sempre chiaro che cosa voglia
una persona, n che cosa si possa comprare con il denaro,
n chi sia a pagare.
Mi ricordo che una volta, a dodici o tredici anni, ascoltando
mia madre chiacchierare con le clienti, le sentii parlare
di una puttana, Mezeray, uccisa nel suo letto. La vicenda
era su tutti i giornali. Non era stato uno dei clienti
a ucciderla, ma un giovane giardiniere di nome Guichet,
residente a Vaugirard, di cui lei si era invaghita e che aveva
portato a casa sua, nel suo letto. Avevano fatto l'amore
e poi si erano addormentati. Un bel momento, durante la
notte, lui si era svegliato e l'aveva uccisa.
Le aveva tagliato la gola con la roncola. Manco con un
coltello con una roncola. E dopo averla uccisa si era lavato
la camicia nel suo bacile e le aveva rubato un po' di
cose. Le aveva vendute e poi era tornato a casa a Vaugirard.
Lo avevano trovato che beveva con i soldi ricavati
dalla vendita e puliva la roncola.
Al giudice aveva detto che si era gi svegliato prima,
durante la notte, per ucciderla, ma che non l'aveva fatto
perch si era svegliata anche lei. Si era svegliata, si era girata
verso di lui e gli aveva dato un bacio. Perci aveva dovuto aspettare.
Mezerey non aveva subito violenza da qualcuno che
aveva pagato per averla, che la considerava un oggetto in
vendita. L'aveva subita da un uomo, Guichet, che si era
portata a letto non per denaro, ma perch voleva una persona
da baciare e abbracciare. Solo che lui era entrato nel
suo letto non per il sesso o una parvenza di amore, ma per
i soldi che avrebbe potuto ricavare dalla sua roba. E alla
fine a pagare era stata lei, la cosiddetta puttana, e non in denaro bens con la vita.
Une bte, un animale, aveva detto mia madre quando
aveva saputo la storia. Un vrai sauvage. Un vero selvaggio.
Perci magari  vero, magari ha ragione Adle quando
dice che tutto ruota intorno al denaro le fric, le bl,
le pognon, l'argent. Chiamatelo come volete. Voglio solo
dire che le situazioni non sono sempre chiare come sembrano al principio.
...
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CAPITOLO 30.
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Mi dice che vuole che aspetti a inserire la spugna.
Se la metti subito dentro, sento solo il sapore dell'aceto, mi dice.
Perci la lasciamo in una coppetta piena di acqua e aceto vicino alla dormeuse. Una creatura marina nella sua conchiglia.
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CAPITOLO 31.
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La stanza  in Rue La Bruyre. Anche qui devo arrampicarmi
fino al sesto piano, ma il locale  pi luminoso che
in Rue Maitre-Albert. Ha un abbaino da cui si vede fuori
e che affaccia su un edificio dall'altra parte del cortile,
il cui retro  dipinto di bianco con la scritta Herboriste a
caratteri neri.
Non so perch, ma mi piace avere davanti quella scritta.
 la prima cosa che cerco con gli occhi al mattino e una
delle ultime che vedo prima di addormentarmi.  sempre
l, non si muove.
Metto lo scialletto regalatomi dalla puttana sul tavolo
sotto la finestra. Sopra colloco l'album da disegno e le candele.
Veilleuse astrale, brulant io heures. Dieci ore di durata.
E. ha pagato un mese di affitto, e la prima volta che mi
viene a trovare gli dico che pu stare da me tutte le volte
che vuole.
Lo far, di tanto in tanto.
Tu dove abiti?
In una stanza d'albergo, mi risponde. Qualche
volta con la madre di mio figlio.
Non siete sposati?
No, non siamo sposati.
La ami? gli chiedo.
Le voglio bene, a lei e al bambino. Sono le persone a
cui tengo di pi al mondo.
Mi dice che il figlio ha dieci anni e che  un bravo bambino.
Serio e allegro allo stesso tempo.
Dipender dalla situazione in cui vive, mi spiega.
Dalle ridicole bugie che gli raccontiamo io e la madre.
O pu darsi che stia saltando fuori un tratto del carattere
che ha preso da mio padre.
Era allegro, tuo padre?
Per niente. Severo. Plutot svre. E ancora vivo.
Che cosa gli rimproveri?
Un'infinit di cose, mi risponde, e penso al ritratto
di suo padre e sua madre appeso in studio. Quanta infelicit
dipinta sui loro volti.
Sei stato innamorato di lei? gli chiedo. Della madre
del ragazzo, voglio dire?
L'ho conosciuta a diciassette anni. Aveva il collo bianco
e due cosce marmoree.
Poi che  successo?
Niente. E una madre meravigliosa. Ha un seno su cui
 bello addormentarsi.
Tutte le donne hanno un seno, ribatto.
Tu no.
Ah no? Che cosa, allora?
Tette, mi risponde. Tette che mi stanno nella mano.
Dopo, siamo distesi sul mio letto e io sono dalla parte
del muro. Guardo verso la finestra, oltre il suo petto, e anche
cos riesco a leggere la scritta Herboriste. Penso sia la
vista di questa parola che mi spinge a fargli una domanda
che covavo da tempo. Dopo la serata da Ylicoteaux avevo
continuato a ripetere dentro di me la parola Sallandrouze,
pi e pi volte, per non sbagliare la pronuncia e
non dimenticarla.
Che cosa accadde al Sallandrouze? gli chiedo ora.
Lui mi stava accarezzando il ventre e strofinando il pelo pubico, ma di colpo le sue dita si fermano.
Perch mi fai questa domanda?
Perch la parola mi era rimasta in testa.
E perch?
Perch l'altra sera non ci hai raccontato tutta la storia,
rispondo. Dopo che Nise aveva detto che non la
voleva sentire.
Non ve l'avrei raccontata in ogni caso.
Ma per te  stata importante.
Cambia posizione e si sdraia a pancia in su, con gli occhi
rivolti al soffitto. L per l penso che non mi dir niente,
che continuer a tenere tutto per s come l'altra sera.
Invece comincia a raccontare.
Hanno agito alla luce del sole. Hanno sparato a chiunque.
Anche alle donne e ai bambini. Non solo a chi era
sulle barricate.
 questo che hai visto, al Sallandrouze?
Abbiamo visto esecuzioni. Io e Tonin. Un uomo 
stato ucciso perch i soldati dicevano che le sue mani puzzavano di polvere da sparo.
Poi tace, ma io sto zitta. Capisco che  meglio non dire niente.
Il giorno dopo sono andato con la scuola al cimitero di Montmartre, continua, dopo la pausa. Sembra incredibile, ma andammo li per disegnare. E vidi uno che conoscevo. L'uomo da cui acquistavo sempre il sapone. Un negoziante. Disegnai lui.
Era morto?
Avevano gettato paglia sui corpi, lasciando fuori la testa in modo che tutti potessero vedere. E io lo vidi.
Si interrompe un attimo, poi riprende: Probabilmente stava sbrigando qualche faccenda da quelle parti, o si stava semplicemente facendo i fatti suoi.  stata una vera e propria carneficina. Tutto quanto. I soldati erano ebbri di sangue. Non ne ho mai parlato con nessuno. Neppure con Tonin.
Vorrei dire qualcosa, ma non so che cosa. Non c' niente da dire. Gli metto una mano sul petto e rimango accanto a lui sul mio piccolo letto.
Sei l'ultima persona a cui avrei mai pensato di raccontarlo, mi dice dopo un po'.
Perch l'hai fatto, allora?
Perch me l'hai chiesto. Perch sei giovane ed  giusto che tu sappia.
 da molto tempo che non mi sento giovane nel senso che intende lui, per  vero che lo sono. Faccio un cenno di assenso. Sul momento non mi viene da ribattere niente, poi gli chiedo: Come si chiamava quell'uomo? Quello che ti vendeva il sapone?
Monpelas. Aveva un negozio di profumi in Rue Saint Martin. Gli compravo sempre il sapone al sandalo. Adesso non ne sopporto neanche l'odore.
Cala il silenzio. Mi chiedo, allora, se ho fatto bene a memorizzare la parola Sallandrouze, se  stato giusto chiedergli di raccontarmi la storia. Ma ormai non posso pi ritirare la domanda, come lui non pu pi ritirare il suo racconto.
Non sapendo che altro fare, gli monto sopra. Lo bacio con violenza, i miei denti urtano contro i suoi. Quando comincia a muoversi, non lo fa con delicatezza. E violento, e mi fa quasi male.
Cos avviene che gli estorco la storia. E insieme la accolgo dentro di me.
...
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CAPITOLO 32.
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Quella sera stessa, passando da Boulevard Saint-Martin,
andiamo in Boulevard du Temple per vedere gli artisti di
strada. Avevo espresso il desiderio di venire qui una volta
che eravamo ancora in tre, io, lui e Nise. Avremmo dato
spettacolo anche noi, lui con la sua giacca finta povera e
noi due a braccetto, una di qua e una di l. Ma non se ne
era fatto niente. Perci adesso io e lui ci mescoliamo alle
altre coppiette, soldati e cameriere, operi e operaie, senza
dare nell'occhio. O cos o niente, mi ha spiegato lui, perch
quasi tutto il Boulevard du Crime  destinato a essere
raso al suolo.
Come la Petite-Pologne, mi dice. L ti avremmo
trovato un letto per due sous a notte.
Un letto in bella compagnia, ribatto io, facendo
finta di togliergli due pidocchi dalla giacca, prima che mi
afferri la mano.
Ci fermiamo di fronte ad alcuni giocolieri e a un mangiatore
di spade, e lui si mette alle mie spalle, approfittando
della calca per pigiarsi contro di me. E uno strano effetto,
sentire lui dietro e contemporaneamente avere davanti
agli occhi la gola del mangiatore di spade, nascosta
da un fazzoletto bianco.
Quando costui finisce di ingoiare la lama, proseguiamo
finch troviamo un sollevatore di pesi. L'uomo  senza camicia,
fermo in mezzo alla strada, e gi questo  strano, ma
la cosa pi strana  il suo aspetto assolutamente ordinario. A
parte il collo taurino e il torace possente, non  diverso da
molti degli altri uomini che affollano la strada. Di diverso,
per, ha due cose: quando cammina, sembra che rotoli sui
piedi, e quando parla sembra che conosca tutti uno per uno.
Si sistema sulle spalle un bilanciere di legno. A ciascuna
estremit del bilanciere c' un anello, sempre di legno,
attaccato a tre corde, che forma una specie di sedile. Il sollevatore
di pesi dice agli spettatori che ha bisogno di due
assistenti che lo aiutino a dar prova della sua forza.
Due uomini, spiega. O due ragazze, se preferite
E la folla prorompe in urla e risate.
Non, non, messieurs-dames, dice, e punta il dito verso
un operaio con un camice blu. Ecco il primo. Questo
signore ardimentoso.
L'uomo con il camice avanza e si colloca di fianco al
sollevatore di pesi. Appena entra a far parte della messinscena
comincia anche lui a scrutare la folla, come fosse diventato
di colpo un uomo di spettacolo.
Quando lo vedr, lo riconoscer, dice il sollevatore
di pesi, passando in rassegna le persone accalcate, giudicandone
peso e disponibilit. Quando guarda nella nostra
direzione con aria interrogativa sono sicura che E. far
cenno di no con la testa e silenziosamente gli far cenno
di proseguire la ricerca.
Invece no. Annuisce e si stacca dall'angolino caldo dietro
la mia schiena. Si va a mettere all'altro capo del bilanciere,
all'estremit opposta dell'operaio con il camice.
Il numero del forzuto consiste infatti in questo: nel
tenere appesi alle spalle due uomini seduti ai due lati del
bilanciere.
Si comincia con i due sedili appoggiati su una mattonella
e il sollevatore di pesi in mezzo. I due uomini prendono
posto negli anelli di legno, le corde ancora molli. Il
sollevatore di pesi aspetta che i due volontari siano seduti
bene, si sentano sicuri, poi dice: Eh bien, tenetevi forte.
Si accuccia fra i due sedili e si sistema sulle spalle il bilanciere
di legno. Verifica l'appoggio del bilanciere sul collo,
poi comincia ad alzarsi. C' tensione c' chiaramente
una gran tensione ma nessuna incertezza, solo una lenta
salita durante la quale il sollevatore di pesi equilibra il carico
che ha sulle spalle tenendo le mani attaccate alla cima
delle corde, nel punto in cui sono annodate al bilanciere.
Quando  perfettamente ritto e saldo sulle gambe guarda
il pubblico, che esplode in un applauso scrosciante.
Anche i due uomini seduti guardano di fronte a loro, ma
continuando a rimanere immobili, con i piedi sollevati da
terra, attenti a non fare movimenti che possano rompere
l'equilibrio. La folla strepita e applaude, e sul viso del sollevatore
di pesi compare un'espressione di trionfo, mentre
i due sui sedili attaccati alle corde continuano a stare seri.
E finalmente il sollevatore di pesi li deposita a terra.
L'applauso questa volta non  solo per lui ma anche per
loro, i due ardimentosi, i complici perfetti che non hanno
fatto neppure un sorriso per non cambiare il peso della
faccia. E quando E. torna da me tutti gli spettatori si girano
a guardarmi in faccia mentre si avvicina. Qualunque
sia il nostro rapporto, il nostro viso esprime qualcosa che
la gente vede, e capisce.
Con la sensazione di avere tutti gli occhi addosso, lo
accolgo a braccia aperte per salutare il suo ritorno dall'impresa,
dopo tutto quel tempo passato sull'anello di legno,
ma anche per sentirlo di nuovo vicino. E quando lo bacio
sulla bocca la gente strepita e applaude, facendoci diventare
parte dello spettacolo di strada.
Mi sembra che quest'esperienza si riverberi su tutto
il resto della serata, perch ogni volta che ci fermiamo a
guardare qualcosa lui si mette in piedi dietro di me abbracciandomi
sotto il seno, come ogni altra coppia di innamorati,
come i soldati con le loro ragazze e gli operai con le
loro donne. Lui  il mio petit e io sono la sua chrie, e mi
sta appiccicato tutta la sera.
Quando torniamo a casa, nella mia stanza in Rue La
Bruyre, dopo esserci toccati tutta la sera, ogni pudore 
superfluo. E. si spoglia e si sdraia sul mio letto. Quando
gli chiedo di aiutarmi a mettere la spugna bagnata, il mio
fiore, me la toglie di mano e me la infila con perizia. L'odore
acre dell'aceto ci avvolge, ma fa anch'esso parte del
gioco, questa volta. Sono pronta, me lo mette dentro, ed
 scivoloso, molto scivoloso.
Quella notte dorme da me.
A un certo punto lo sento allontanarsi. Vedo che esce
dal letto, e penso che stia per rivestirsi, rimettersi giacca e
pantaloni e andarsene con una scusa. Invece va alla finestra.
Piove, mi dice.
Lo sento.
Torna verso il letto e dice:  bello avere un posto in
cui stare, quando fuori piove.
Si corica di nuovo accanto a me e dormiamo fino al mattino
dopo, quando lo porto al Caf Reynal per colazione.
Cinquanta centesimi in due.
...
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...
CAPITOLO 33.
...
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...
Per la successiva seduta di posa mi metto il vestito che
usavo da Baudon e tengo i capelli come quando andavo al
lavoro, cio sporchi e tirati indietro. Al mio arrivo capisco
di aver fatto bene perch lui annuisce soddisfatto.
Ti voglio dipingere cos, come un'operaia, dice.
Mi metto in piedi nel luogo che mi indica, con la testa
appena un po' voltata verso sinistra, ma lui mi ordina di
non guardare in quella direzione.
Gira gli occhi verso di me, dice, poi mi d un cenno
di conferma e non parla pi.
Vuole dipingere uno sguardo, quindi. Uno sguardo di
traverso. Questa, almeno,  la mia impressione.
Ed  qui che, dopo un po', avverto la fatica della posizione:
non nel collo o nelle spalle, ma negli occhi. Le orbite
cominciano a dolermi e gli occhi ad asciugarsi. Sento
l'aria sulle mucose. Per rimediare batto le ciglia, facendo
attenzione a riportare poi lo sguardo sullo stesso punto
della parete, esattamente dietro le sue spalle.
Proprio come la volta scorsa, la mia mente comincia
ben presto a viaggiare per conto suo. All'inizio ripenso al
sollevatore di pesi e alla folla che lo attorniava, all'espressione
seria che avevano in faccia E. e l'operaio vestito di
blu quando si sono appollaiati sugli anelli di legno appesi
al bilanciere. Poi mi viene da pensare a Nise e a quanto le
piacessero le esibizioni degli uccelli sul boulevard, quindi a
Toucy e a sua figlia, e ai fiori rampicanti di sua madre che
crescevano vicino alla finestra della cucina. I fiori che avevo
disegnato nel mio carnet de poche, nel mio taccuino. Da
quando ho visto i quadri e l'ho sentito parlare dei colori,
di come debbano essere accostati, sono fissata. Mica per
altro il blu violaceo della speronella si intona con il verde
delle sue foglie.
Questo mi d lo spunto per cercare di nominare tutti
i fiori che conosco: lill, giacinto, oeillet, caprifoglio,
filograna, coquelicot, nasturzio, fiordaliso, viola, viola del
pensiero, mughetto, campanella, rosa, peonia che qualche
volta profuma di rosa pi della rosa stessa. Ma sono
troppo pochi, cos provo ad andare in ordine alfabetico, e
i nomi che mi vengono sono: acacia, amaranto, anemone,
aquilegia, aster, belladonna, calendula, camelia, camomilla,
canapa, cicoria, cinquefoglie, clematide, digitale, eliotropio,
gelsomino, genziana, giglio, giunchiglia, glicine,
lavanda, lino, lobelia, lupino, margherita, narciso, nigella,
orchidea, pisello odoroso, primula, reseda, robbia, saponaria,
tanaceto, tiglio, trifoglio, valeriana, verga d'oro,
veronica, viola, violacciocca. Ci metto parecchio a fare
l'elenco completo, a visualizzare ogni fiore e a ricordarmi
dove l'ho visto l'ultima volta, e cos passano le ore. Arrivata
al fondo della lista, penso al Marchaux fleurs sull'Ile
de la Cit, il mercato dei fiori dove domani, essendo domenica,
ci saranno i venditori di uccelli e di conigli con le
loro gabbie di legno...
y est, ecco fatto, dice infine lui, interrompendo
le mie fantasticherie. Al suono della sua voce chiudo
gli occhi e rimango a lungo cos, a guardare non E. o lo
studio, ma le gabbiette e i fiori del march sul quai, tutti
dentro la mia testa.
Quando vedo il quadro quando E. mi porta dietro
il cavalletto a vedere che cos'ha prodotto fino a quel momento
capisco che ogni mio pensiero  finito dentro i
miei occhi. Ci sono il sollevatore di pesi, Nise, i fiori e il
mercato dei fiori, ma ci sono anche il silenzio dello studio
e l'atmosfera che regna fra di noi.
 tutto nella pittura.  tutto nell'espressione del mio
viso.
La cosa pi bella sono gli occhi, dico, e lui conferma
con un cenno del capo.
Il fiocco blu in testa, la blusa elegante, il nastro nero
intorno al collo li aggiunge dopo che mi sono seduta un
po' a riposare, dopo che abbiamo mangiato insieme pane
e formaggio vicino alla credenza in fondo allo studio, bevendo
un bicchiere di vino. Un fiocco blu perch i capelli
sono arancioni-rossicci. Un nastro nero intorno al collo
perch contrasta con la pelle color panna.
Al momento di indossare questi accessori, pur conoscendo
in parte la risposta, non mi trattengo dal chiedergli:
Perch non me li hai fatti mettere prima?
Perch saresti stata diversa.
Ha ragione: con tutti quei fronzoli addosso mi sarei
sentita diversa, forse avrei cambiato postura, e forse, se
mi avesse detto che mi voleva con un fiocco in testa, mi
sarei lavata i capelli e li avrei acconciati in modo strano.
D'ora in avanti non dovr pi usare questo espediente.
Adesso so che l'importante  la spontaneit. L'importante
 che segua il flusso dei miei pensieri.
Perci dopo un po' gli dico: Quando vuoi qualcosa,
non hai che da chiedermela, e te la dar.
In risposta, mi getta una lunga occhiata, a cui mi aspetto
che segua un commento. Invece niente. Si rimette semplicemente
a dipingere.
Quando il quadro  terminato, lo guardiamo insieme,
come avevamo fatto con il pastello. Questa volta il centro
dell'attenzione non  il mio seno o una calza blu, ma
il mio viso.
Solo e unicamente il mio viso.
Ho una faccia ordinaria. N bella n brutta. Le labbra
sono pallide, le ciglia chiare, e si nota perfino la fossetta
nel mento. Osservo tutti questi particolari, certo, ma torno
continuamente sugli occhi. Li ha dipinti grigio-verdi, e
pi li guardo, pi mi rendo conto che  un colore che non
ho mai visto. E mi rendo conto che questo spiega perch
non ha voluto complicare il quadro. Perch ha voluto che
non mi acconciassi i capelli e che tenessi il viso scoperto.
D'accordo, ho un fiocco in testa e un nastro al collo, ma
sono dettagli che per qualche ragione non si notano.
Non c' niente da guardare, nel quadro, a parte i miei
occhi.
E questa volta so che ho veramente quella faccia, non
perch me la sia gi vista ma perch so come ci si sente
ad averla.
L'avevo il giorno in cui mia madre non mi rivolse la
parola. In giorno in cui mor mia nonna. Quando soffrivo
per amore.
Perci questa volta ho un'altra domanda da fargli. Questa
volta gli chiedo:  cos che mi vedi?
E lui mi risponde: Quando me lo permetti.
...
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CAPITOLO 34.
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Da allora porto il nastro nero intorno al collo. Non solo quando poso per lui sempre.
Non so se fosse di qualcun'altra era nel suo studio il giorno in cui mi ha fatto il ritratto. Poco importa. Adesso appartiene a me.
Qualche volta lo lego davanti, come nel quadro, e qualche volta lo giro al contrario, con i due capi che scendono sulla schiena. Altre volte lo metto in testa. Lo indosso per giorni e giorni, finch prende l'odore della pelle e dei capelli, e poi lo lavo nella bacinella. Lo stiro con un ferro che mi faccio imprestare.
Naturalmente lui se ne accorge. E naturalmente sa che l'ho rubato.
Ti sta bene, mi dice. Nessun altro commento.
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CAPITOLO 35.
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Le nuove fotografie che mi mostra non sono di Moulin.
Non hanno niente di artistico, non ci sono impacciate
ragazze in pose assurde con la gonna alzata e i seni che si
intravedono. Qui il soggetto  uno solo: uccelli in erezione
nell'atto di penetrare donne.
 ovvio che mi mostra le foto per scioccarmi, e ci riesce
eccome. Anche se mi sforzo di non farlo trasparire, so
che la faccia mi tradisce. Dopo le prime due, do appena
un'occhiata.
Non mi disturbano tanto i nudi, quanto i volti. Donne
dalla faccia spenta e l'aria stupida o ebete, e tutti gli
uomini con i baffi. Ne sono disgustata, ma anche il mio
disgusto capisco che fa parte del gioco: E. vuole vedere la
mia reazione.
Dopo cinque o sei fotografie vorrei dirgli basta, mettile
via, hai ottenuto quello che volevi. Ma a quel punto le foto
cambiano, e qualcosa... qualcosa cattura la mia attenzione.
Non  la donna, anche se  pi bella delle altre, ha un fiore
fra i capelli e perfino una collana.  l'uomo.  da lui
che non riesco a distogliere lo sguardo.
Nella prima foto  di profilo e si notano la clavicola e
i muscoli del collo, tesi come corde. I capelli sono abbastanza
lunghi e pettinati all'indietro, ed  un bell'uomo.
Sbarbato. Giovane. Una bella espressione. Anche se tiene
sempre gli occhi bassi o rivolti verso la donna, li si vede lo
stesso. Comunicano un senso di pace.
In una fotografia  reclinato sullo schienale di una sedia,
la testa appoggiata a una mano. Guarda in basso verso la
donna seduta sotto di lui che glielo sta succhiando. La sua
faccia esprime amore no, non mi spingerei a dire tanto piuttosto, seriet. Calma. Un attaccamento di qualche genere.
Questi due non sono come gli altri, dico. Gli altri
sono fasulli.
E questi no, secondo te?
Questi due sono amanti. Amanti veri. Non solo in
fotografia.
Perch lo dici?
Guarda l'espressione dell'uomo.
Lui mi osserva un momento, poi ribatte:  possibile
che siano amanti. O  possibile che ti piaccia lui. Il suo
aspetto fisico.
Mi piace il suo viso.
Il suo corpo no? Ha un uccello notevole.
Continuo a pensare che una fotografia non pu mostrare
quello che non contiene.
Penso che la dolcezza e la serenit che si leggono sul
viso dell'uomo siano la conseguenza di ci che sente per
la donna e per il suo corpo. Non sono prestazioni a pagamento.
Ma E. non ha tutti i torti: il fisico di quell'uomo
mi piace. Mi piacciono le cosce e il torso nudo. Mi piace il
suo sesso. Ma senza quell'espressione del viso, tutte queste
cose mi lascerebbero indifferente.
Perci gli dico: Si, mi piace. Non c' confronto rispetto agli altri.
Sono ritta di fronte a lui, e sostengo il suo sguardo. Intuisco cos di aver passato una sorta di esame. Perch gli ho detto la verit. Perch ho avuto la faccia tosta di dirgli la verit.
Lui non sa che ripenser a lungo alle fotografie, e che mi torner in mente in continuazione l'immagine del viso dell'uomo, del suo collo e del suo uccello. Sar un pensiero ricorrente, come lo era stato sentirgli pronunciare le parole La rossa ci sta.
L per l non avevo potuto credere alla loro sconcezza, ma nei giorni successivi non riuscivo a togliermele dalla testa. Insieme al suo modo di guardarmi e all'intonazione della voce. Mi ci era voluto un po' di tempo per venire a capo delle mie sensazioni, poi avevo capito che quelle parole mi avevano scioccata,  vero, ma allo stesso tempo eccitata. Anche questo mi aveva attratta, di lui: che avesse la sfrontatezza di dire una cosa simile. Di dirmela e poi osservare la mia reazione.
Mi aveva detto una cosa villana. Oscena. Ma dopo averla sentita, avevo cominciato a desiderarla con tutte le mie forze.
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CAPITOLO 36.
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Camminando per strada, ora, noto cose diverse. A causa sua.
Come pu una persona cambiarci gli occhi? Cambiare il nostro modo di vedere?
Oggi  il caso di un manifesto su una fetta di muro cos stretta, appena un prolungamento di quello confinante, che ci sta una parola sola per mattone:
CHEVALETS TOILES PALETTES ET COULEURS FINES V.
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CAPITOLO 37.
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Un giorno, mentre mi tolgo la mantella gialla con cui avevo
posato, E. mi dice: Domani prenditi un po' di riposo.
Non ho bisogno di te. Devo occuparmi di alcune faccende.
Lo dice come se niente fosse, cos uso anch'io lo stesso
tono di voce: Un giorno libero. Che bello.
Cerco di mantenere la faccia impassibile.
Quando mi saluta con un bacio e mi accompagna alla
porta dello studio, come al solito, mi rendo conto che 
gi altrove. Gi assente.
Comunque non ho una percezione chiara dei miei sentimenti.
La frase Non ho bisogno di te non mi  piaciuta,
ma mi dico che era riferita solo al lavoro. Che ai tempi di
Baudon ero ben contenta di avere il giorno libero.
Cos l'indomani mattina, dopo aver fatto colazione da
Reynal, decido di fare una passeggiata. Ho tutta la giornata
a mia disposizione, mi dico. All'inizio  perfetto, perch
mi metto a pensare a tutte le cose fatte insieme e all'intimit
che abbiamo raggiunto, che non avrei mai immaginato.
Ogni volta che ci vediamo  sempre pi facile parlare.
Sono belle le giornate passate in studio, cos calme e
intense allo stesso tempo.
Il suo studio  il posto pi diverso da Baudon che si
possa immaginare, e i miei giorni non potrebbero essere
pi diversi da allora.
Mi basta rievocare un attimo Baudon e subito il pensiero
va anche a Nise. A quando le ho mentito, ai soldi e al fatto
che adesso tutto il denaro che ho proviene direttamente
da lui.  sua abitudine non mettermi mai le monete in
mano: trovo sempre i franchi gi in bell'ordine sul tavolo.
Non so se lo faccia per far piacere a me, per permettermi
di prendere liberamente il denaro dal tavolo anzich direttamente
da lui, o se lo faccia per s, per non dovermi
mettere le monete in mano.
Probabilmente per entrambe le ragioni.
Tutti questi pensieri la bugia, Nise, il denaro gi contato
lasciato a mia disposizione mi si affastellano nella
mente, e mentre cammino per strada ho l'impressione di
stare passeggiando, piuttosto, dentro la mia testa. Potrei
mettermi a sedere, oppure fare dietrofront e tornare in
Rue La Bruyre, ma so che tanto non servirebbe, quindi
proseguo, e poco dopo decido di andare dalle parti di Baudon
a vedere se riesco a beccare Nise. Presa la decisione,
mi placo leggermente.
Quando arrivo in Rue Pastourelle ormai  quasi ora di
pranzo e devo aspettare per strada proprio come faceva lui.
Mi metto dirimpetto a Baudon, a met isolato dall'altra
parte della strada, dopo l'angolo con la venditrice di minestra.
 una situazione un po' imbarazzante, ma dopotutto
ho una buona ragione per essere l: devo dire e chiedere
delle cose a Nise. Soprattutto, devo vederla, accertarmi
di persona che stia bene.
Un gruppetto di donne esce dal portone laterale e si incammina
lungo la strada, e la individuo all'istante. E insieme
a un paio di apprendiste e a Toinette, che lavorava
al tavolo accanto al suo. Stanno andando tutte e quattro a
comprarsi da mangiare, e Nise sta parlando con Toinette.
A poca distanza dalla venditrice di minestra fanno finta
di litigare per occupare il posto migliore nella fila, si danno
gomitate, chiacchierano e ridono.
Osservo tutta la scena, la sento ridere con Toinette,
poi mi allontano rapidamente nella direzione da cui sono
venuta, prima che qualcuno dall'altra parte della strada
mi possa vedere. E per la seconda volta, dopo il Non ho
bisogno di te detto da E., sento una fitta al cuore, anche
se non ne capisco il motivo. Che cosa mi aspettavo?
Che uscisse da sola? Nise e io siamo sempre state amiche
di Toinette. Non  una novit.
Quando sono al sicuro, mi domando se avessi veramente
avuto intenzione di parlare a Nise.
Credevo di sapere che cosa le avrei detto, ma ora non
ne sono pi tanto sicura. Le avrei fatto vedere il mio vestito
nuovo, comprato perch non ne potevo pi di quello
con le ascelle distrutte a forza di lavaggi? Le avrei raccontato
dei ritratti che mi ha fatto E. ieri, con una chitarra
in mano come una cantante?
 tutto incredibilmente stupido. Io mi sento incredibilmente
stupida. Voglio solo andare via e non pensare
pi a niente.
Non saprei dire quanto si protragga questo mio scombussolamento.
Mi accorgo che  passato solo nel momento
in cui, camminando per strada, mi rendo conto che il mio
dialogo interiore, andato avanti tutta la mattina,  cessato.
Quando nella mia testa si fa silenzio, rallento il passo.
Volevo andare da Baudon per vederla e parlarle. Pensavo
che avrei saputo cosa dirle. Invece, dopo averla vista
con Toinette e le altre ragazze loro tutte insieme e io da
sola, dall'altra parte della strada, con niente da fare a met
giornata non ho pi avuto il coraggio. Avrebbe potuto
prendermi in giro per il vestito nuovo, chiedermi che
ci facevo l da sola, ora che stavo con lui, o arrabbiarsi.
Tutte cose positive, comunque. La presa in giro e la rabbia
forse mi avrebbero reso la pariglia, avrei avuto quello
che mi meritavo per le mie bugie. E se fossi venuta un altro
giorno forse sarebbe andata proprio cos, mi sarei fatta
vedere e avrei accettato la sua presa in giro.
Ma oggi no, non potevo. Non con Toinette presente.
Non in un giorno in cui mi sentivo cos impacciata, come
un pesce fuor d'acqua.
E mi dico, Almeno l'hai vista, e sai che sta bene. Adesso
puoi metterci una pietra sopra. S, per prima di metterci
una pietra sopra devo riflettere su un'altra cosa. Una
cosa che riguarda me e Nise.
Subito dopo essere andata ad abitare con lei in Rue
Maitre-Albert era accaduto un fatto strano, che sul momento
non avevo saputo spiegare. Nise invece aveva capito,
facendo capire anche a me.
All'inizio avevo pensato che si trattasse banalmente
del ciclo, ma avevo male alla testa e in tutto il corpo, e
perdevo talmente tanto sangue che mi scivolava gi dalle
gambe e dentro gli stivali. Lo avevo detto a Nise e lei
mi aveva consigliato di sdraiarmi e schiacciarmi il ventre.
Cos avevo fatto. Aveva preso dei panni, me li aveva messi
sotto, ed ero rimasta a letto premendomi le mani sulla
pancia, subito sopra il pube.
In breve tempo le perdite erano cessate, ma non prima
che avessi espulso un grumo di sangue della dimensione
di un pugno. Era finito sull'asciugamano che avevo messo
sotto il sedere. Lo avevo visto: era grande come il palmo
di una mano.
Nise lo aveva raccolto avvolgendolo nel panno e lo aveva
depositato fuori, nel bugliolo. Non so se l'avesse poi
buttato nella spazzatura o nel gabinetto al pianterreno,
non me l'ha mai detto.
Je pense que tu aies fait une fausse couche, mi aveva
detto quand'era tornata.
Un aborto? Avevo annuito, ma non mi tornava qualcosa.
Ero andata a letto con un uomo, d'accordo, ma non
avevo saltato neanche una mestruazione. E poi insieme al
grumo non avevo visto nient'altro.
L'avevo detto a Nise, che aveva risposto: Pu darsi
che all'inizio sia cos. Solo sangue.
Finalmente tutto tornava. Senza di lei non avrei avuto
le parole per descrivere quello che era fuoriuscito da me,
e senza di lei non avrei avuto nessuno ad aiutarmi. E non
intendo solo aiutarmi a capire. Nise mi aveva dato una
bacinella d'acqua pulita per lavarmi, e mi aveva aiutata a sfregare
la gonna e strofinare gli stivali per levare via il sangue.
Ho detto che eravamo come sorelle, ma in realt eravamo
ancora pi intime, perch le sorelle spesso litigano fra
di loro mentre noi non litigavamo mai. Ci volevamo bene
e ci aiutavamo. Abbiamo litigato solo alla fine, per lui.
Continuo a camminare. Passato lo scombussolamento,
ho rallentato il passo, ma mi guardo bene dal fermarmi.
Finch cammino ho le strade a tenermi compagnia. Proseguo
fino a Rue de l'Essai, dove c' il March aux chevaux,
il mercato dei cavalli.
Mi ricordavo di essere gi stata qui con mio padre, e
cerco gli strani alberi al di l del muro, nella corsia centrale
del march. Oggi sono diversi perch hanno le foglie,
ma sono loro, li riconosco: hanno i rami che si allungano
da un lato solo, in direzione opposta alle case, con nodi da
cui si dipartono rami pi piccoli che puntano verso il cielo.
Quando li avevo visti da piccola, in inverno, mi erano
sembrati nocche con le dita aperte.
Percorro avanti e indietro Rue de l'Essai, Rue Poliveau,
Rue Dumril e Rue Cendrier, finch arrivo alla casa con
la gru e il galletto. Averli ritrovati mi fa sentire meglio e
rimpiango di non avere dietro il mio carnet de poche. Non
sarei capace di disegnare n l'edificio n la targa con la gru,
e non saprei nemmeno riprodurre fedelmente gli alberi, ma
avrei un ricordo della giornata. Bello o brutto che fosse,
sarebbe importante.
Non avendo dietro l'occorrente per disegnare, non mi
resta che guardare. La cosa va avanti per un bel po'.
E quando alla fine decido che  ora di avviarmi verso casa,
non sono particolarmente dispiaciuta. Ho scoperto che
qualche volta basta vederle, le cose. Guardarle e vederle.
...
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...
CAPITOLO 38.
...
.
...
Il giorno dopo, in studio, E. ha finito con i disegni preparatori
e vuole cominciare a lavorare al quadro che mi
raffigura con una chitarra appesa alla spalla mentre mangio
ciliegie da un cartoccio. Per c' un problema. Per gli
schizzi ci eravamo arrangiati con della carta appallottolata,
ma adesso lui vuole della vera frutta, ed  qui che le cose
si complicano. La stagione delle ciliegie  finita.
Dovremo improvvisare, mi dice.
Mi manda a comprare dell'uva e quando torno mi chiede
di mettermi in posa cos. Con un grappolo d'uva, anzich di ciliegie.
Che cos'hai fatto ieri? mi domanda, dopo qualche
minuto di lavoro.
Una passeggiata a piedi.
Dove?
Non gli dico che sono andata da Baudon e ho visto Nise.
Al March aux chevaux, rispondo.
Fin laggi?
Sono partita e non mi sono pi fermata.
Ecco perch oggi hai l'aria stanca, dice. Temo che
tu abbia esagerato.
In effetti, dopo essere arrivata l, ho dovuto anche
tornare a casa.
Ride. Che sollievo sentire la sua voce. Essere qui in piedi
di fronte a lui, nella pace di questa stanza.
Che sollievo avere di nuovo il suo sguardo su di me.
Quando decide che per oggi basta, si allontana di un
passo dalla tela:  il segnale che posso andare a vedere.
L'altro giorno erano solo schizzi, il quadro vero e proprio
 quello di oggi. Lui lavora cos: disegni su disegni preparatori,
e il quadro dopo, il pi possibile tutto in una volta.
Cos ha pi freschezza, dice. E sebbene mi abbia dipinta
oggi, nel mio viso vedo soprattutto la giornata di ieri. La
bocca  nascosta dalla mano che regge gli acini d'uva, ovvero
le ciliegie, ma la faccia almeno quel che se ne vede
 un po' stanca. Per nel quadro sta bene.
Non mi va di parlargli della giornata di ieri, cos gli dico:
Le ciliegie le hai fatte diverse.
Troppo simili ad acini d'uva?
No, volevo dire che sono diverse da quelle che hai
dipinto per il ragazzo con il cappello rosso. Quelle che cadono
gi dal parapetto.
Da come mi guarda mi rendo conto che non sa che penso
continuamente ai suoi quadri. Soprattutto alla ragazza
zingara, ma anche a tutti gli altri, compreso il ragazzo
biondo con le ciliegie.
Va a prendere il quadro in questione e lo porta al cavalletto
per confrontarlo con quello di oggi.
Le ciliegie che il ragazzo tiene davanti a s e che cadono
dal parapetto sono di un rosso vivo. Rosso pomodoro.
Quelle che tengo io sono di un rosso pi tenue. Quasi nero,
come le ciliegie vere anche se in realt si trattava di uva.
Hai ragione, mi dice. Sapevo di averle fatte diverse,
ma non fino a che punto.
A me sembra quasi che abbia dipinto due stati d'animo
diversi. Il quadro del ragazzo  chiaro e allegro, il mio serio.
Sottotono. Ma a lui dico solo: Le ciliegie del ragazzo
stanno bene con il suo cappello.
Restiamo ancora un po' a rimirare i quadri e mi piace.
Mi piace essere l uno accanto all'altra a guardare i colori.
Le mie ciliegie hanno lo stesso colore della tua pietra, dico.
Quale pietra?
La indico col dito. Quella del fermacravatta.
Lui prima guarda il mio ritratto, poi si guarda il petto,
poi di nuovo il quadro. Hai occhio, dice.
Sono parole gentili un complimento. Ma rivelano
anche qualcos'altro. In questo preciso istante fa la stessa
faccia che dovevamo avere Nise e io quando ci  comparso
davanti a Baudon. L'ho preso alla sprovvista. L'ho
beccato. Mi basta un secondo per intuire di che si tratta.
Per la prima volta da quando ci conosciamo ha notato il
mio spirito di osservazione. Per la prima volta ha capito che
in tutto questo tempo l'ho studiato anch'io attentamente.
Voglio raccontarti una brutta cosa a proposito di quel
ragazzo, mi dice dopo che mi sono rivestita, mi sono tolta
la mantella con cui posavo e mi sono rimessa i vestiti
di tutti i giorni.
Il ragazzo delle ciliegie? gli chiedo. Non era un
semplice modello?
Era il mio aiutante nell'altro studio. Un ragazzo del
quartiere che mi faceva le commissioni. L'avevo preso in
simpatia e speravo di poter esercitare un certo influsso
positivo su di lui. Non era cattivo, in fondo, ma diceva
un mucchio di bugie. Fatto sta che un giorno, tornando
in studio, l'ho trovato. Si era impiccato. Con una corda
sottile era un ragazzo minuto. E toccato a me tagliarla
e calarlo gi.
Quando ha finito, aspetto un po' prima di intervenire.
Poi gli chiedo: Perch l'ha fatto?
Non lo so. Sembrava un tipo spavaldo. Combinava
una marachella dopo l'altra.
Pu darsi che tutte le sue marachelle fossero un modo
per attirare l'attenzione, dico.
Mi guarda, ma rimane zitto, come per invitarmi a proseguire.
A dirgli qualcos'altro.
Allora dico: Pu darsi che fosse stanco di provare ad
attirare l'attenzione. Forse aveva deciso che erano tentativi
inutili.
Perch inutili?
Forse voleva una certa cosa e un bel giorno si  reso
conto che era impossibile, rispondo.
Ma non vedo che cosa avrebbe potuto volere, di tanto
fondamentale.
Essere tuo figlio, magari, dico.
Magari, ripete lui, distogliendo lo sguardo. Comunque
sia,  per questo che ho cambiato studio e mi sono
trasferito quass.
Continua a non guardarmi, tenendo gli occhi fissi fuori
dalla finestra. Allora mi rendo conto che, senza volerlo, le
mie parole lo hanno ferito.
Non darmi retta, gli dico. Nessuno pu sapere
che cosa desiderano gli altri.
A quel punto lui gira finalmente gli occhi verso di me
e vede che lo sto osservando.
Invece no, dice. Credo che tu ne sappia parecchio.
Poi allunga la mano, gliela prendo e rimaniamo un bel
po'cos. In piedi, a tenerci semplicemente per mano.
...
.
...
CAPITOLO 39.
...
.
...
Quando infine mi chiede di posare per lui in quel modo,
non sono sorpresa. Era a questo che volevamo arrivare,
da sempre. Ma sono contenta che abbia avuto pazienza,
perch rispetto alla prima volta, al pastello in cui mi allacciavo
la giarrettiera dove i vestiti li mettevo, anzich
toglierli adesso mi sento pi a mio agio di fronte a lui.
Puoi spogliarti dietro il paravento, se vuoi mi dice.
A che scopo? ribatto io.
Mi siedo di fronte a lui e mi tiro gi le calze, poi mi alzo
e mi tolgo vestito e corsetto, sottoveste e sottogonna.
Mi giro per nascondermi leggermente, ma non molto di
tre quarti. Fra me e me penso che non  molto diverso da
quando ci si spoglia per andare a letto insieme. Abbiamo
lasciato perdere qualunque romanticheria gi diverse settimane
fa, e adesso ci svestiamo ognuno per conto proprio,
velocemente. Siamo quel tipo di amanti l. Penso a questo,
mentre appoggio le mie cose allo schienale della sedia: al
nostro modo di stare insieme.
Questa volta, per, invece di salirgli a cavalcioni sulla
dormeuse, gli chiedo: Dove mi vuoi?
Quaggi, risponde, facendomi vedere. Poi sistema
lo specchio inclinato in modo che la luce che arriva dalla
finestra mi colpisca di lato.
Che cosa vuoi che faccia?
Qualunque cosa.
Mi sciolgo i capelli?
Va bene.
Cos, in piedi di fronte a lui, disfo lo chignon in cui ho
raccolto i capelli. Con un paio di forcine in mano, compio
i miei gesti abituali. Mi metto le forcine in bocca man
mano che sciolgo la crocchia, quindi tolgo le forcine dalla
bocca e mi lascio cadere i capelli sulle spalle. Anzi, non
cadere: i capelli non cadono. Mi lascio scivolare i capelli
sulle spalle.
Vorrei chiedergli se gli va bene, ma mi trattengo. Se
la posa non gli piacesse me lo direbbe, e poi sono convinta
che non importa ci che faccio. Vuole semplicemente
guardarmi. Sto compiendo un gesto intimo, privato, e gli
permetto di assistere. E pi che sufficiente.
I capelli che mi scendono sul collo sono morbidi e caldi,
ma su tutto il resto del corpo sento l'aria che circola
nello studio.  la cosa che mi colpisce di pi: la sensazione
dell'aria sulla pelle.
Adesso tirateli di nuovo su, mi dice lui dopo un po'
che disegna.
Mi servirebbe uno specchio.
Fallo al tatto.
Compio il procedimento inverso. Mi metto le forcine
in bocca e con la mano sinistra tengo fermo il centro della
crocchia, mentre con la destra ci arrotolo intorno altri capelli.
Poi cambio mano, tengo la crocchia con la destra e
attorciglio i capelli con la sinistra. Mi faccio sempre lo chignon
cos, cambiando continuamente mano fino ad avere
tutti i capelli raccolti, e poi infilo dentro le forcine, prima
una e poi le altre. Per finire, controllo che lo chignon sia
venuto bene tastando con il pollice e il medio. Di tutto
questo lui non vede niente, perch gli sono di fronte, ma
deve piacergli il modo in cui le braccia incorniciano il viso,
perch mi dice di fermarmi.
Rimani cos.
Chiss che immagine gli offro, in questa posizione.
Finora non ho pensato ad altro che a farmi lo chignon
e a tenere le forcine in bocca, ma adesso che mi
ritrovo con le braccia piegate a mo' di ali mi chiedo che
impressione gli faccia il mio corpo, a disegnarlo anzich
toccarlo.
Guardami, mi dice.
Eseguo. Sempre con le mani sulla crocchia, giro lo
sguardo verso di lui e cerco di fare in modo che ogni singola
cosa che ho dentro mi compaia sul volto, sul seno, sul
ventre e sulle gambe.
Appena i nostri sguardi si incrociano, la mente mi si appanna,
la testa comincia a girarmi e inizio a sentire caldo
in tutto il corpo, come quel giorno da Moulin, con Nise.
Per non distolgo lo sguardo, e lui deve aver capito come
mi sento perch assume all'istante un'espressione pi morbida.
Non saprei come altro dirlo. Cambiano gli occhi, e
insieme agli occhi tutto il viso diventa pi dolce.
Non dice niente, n mi aspetto che lo faccia, e l'annebbiamento
diminuisce. Continua a guardarmi, a osservarmi.
Ogni tanto fa qualche leggero ritocco al disegno, ma pi
che altro mi scruta. Vuole accertarsi che stia bene.
Dopo qualche, lungo, istante di silenzio, riprende a lavorare
di buona lena. Si concentra di nuovo totalmente sullo
schizzo. Solo a quel punto mi chiede: a va? Tutto bene?
S, rispondo. Ci sono.
Mentre vado a prendere i franchi sul tavolino vicino
alla finestra vedo che comincia ad annotare sul taccuino,
come d'abitudine: Victorine Meurent, e la somma che
mi ha messo ordinatamente da parte.
In realt dovrei usare il tuo vero nome, mi dice.
Sul mio registro spese.
Ma questo  il mio vero nome. Victorine.
Credevo fosse di fantasia. Che me l'avessi detto per
scherzo.
 sul mio certificato di nascita, ribatto.
Allora perch mi avevi detto che era inventato?
Dicevamo tutti le bugie, all'epoca, rispondo.
Ma una volta Denise ti ha chiamata Louise, dice.
Sono sicuro di averlo sentito.
 il mio secondo nome.
Finalmente si mostra convinto. E sul taccuino si legge:
8 septembre 1862, Victorine Louise Meurent, 25 francs.
...
.
...
CAPITOLO 40.
...
.
...
Sto tornando a casa dal suo studio, guardando le vetrine
e osservando le persone, persa nei miei pensieri, quando
sento il suo odore.
Voglio dire che ben prima di averla vista di fronte alla
vetrina di un negozio, e di aver capito che proviene da
lei, ho sentito profumo di gelsomino.  talmente forte che
si spande tutt'intorno. Quando ne individuo la fonte rallento,
perch sono curiosa di vedere che donna , una che
indossa un profumo cos forte. La vedo solo di schiena,
e mi colpiscono la giacca di taglio dritto, con il bordo di
velluto, e il cappello sulle ventitr, perfetto per mettere in
risalto i riccioli raccolti e i lunghi orecchini.
Solo dopo aver registrato questi particolari il gelsomino,
il velluto e gli orecchini di ambra nera solo allora
noto la macchia rossa sul collo.
Striature rosse che cominciano all'attaccatura dei capelli
e continuano dentro il colletto della giacca. Sul momento
mi sembrano voglie, taches de vin. Ma mi sbaglio. Le macchie
sono rigonfie, e purulente in alcuni punti.
Le fisso ancora un secondo poi scappo via, via da quella
fragranza di gelsomino e da quelle essudazioni. Via, lontano.
Eppure, per quanta strada faccia, a parecchi isolati di
distanza mi sembra di sentire ancora il suo profumo.
C' qualcosa che non mi torna. Perch raccogliere i riccioli
sotto il cappello invece di farli scendere sulla nuca?
Perch portare orecchini che attirano ancora di pi l'attenzione
sul collo? Tanta cura per i dettagli, e poi... quella
pelle offesa. D'altra parte, quale sarebbe stata l'alternativa?
Nasconderla?
Avevo gi visto una cosa simile da Baudon. Un incisore
ce l'aveva in forma grave. Era giovane e carino, direi
perfino bello. Aveva un aspetto perfettamente normale,
finch non si toglieva i capelli dagli occhi e scopriva le ulcere
sulla fronte. Cerchi e dischi. Ogni giorno, sul lavoro,
gli chiedevano: Come stanno i tuoi bottoni? e gi a
ridere. Lui incassava, accettava gli insulti e le beffe continue,
ma quando guar se ne and. Cambi aria.
Come dargli torto? Voleva andare in un posto dove
nessuno conosceva il suo passato. Non ci vuol molto a far
perdere le proprie tracce, in questa citt.
L'incisore non  il caso peggiore che mi sia capitato di
incontrare. Una volta, quando avevo all'incirca otto anni,
vidi per strada una donna velata. Non parlo del tulle leggero
di certi cappelli femminili era un'altra cosa. Bench
non facesse freddo, aveva tutta la parte inferiore del viso
avvolta in una sciarpa. Chiesi a mia madre perch quella
signora fosse abbigliata cos, ma lei mi rispose: Non
adesso. Quando fummo un po' pi lontane glielo chiesi
di nuovo.
Probabilmente non ha il naso, mi disse mia madre.
A queste parole, manco a dirlo, mi girai immediatamente,
nel tentativo di vedere meglio la donna velata. Forse
ne scorsi la schiena, ma il viso non lo vidi pi. Cercando
di farmelo tornare in mente, mi resi conto che non ricordavo
alcun rigonfiamento della sciarpa nel punto in cui
avrebbe dovuto esserci il naso. Allora capii che mia madre
aveva ragione. La sciarpa scendeva gi diritta subito
sotto gli occhi.
Potrebbe averla presa dal marito, mi disse la mamma,
bench non le avessi chiesto nulla.
Non capii che cosa intendesse dire, che cosa c'entrasse
il marito con la perdita del naso, ma da un altro punto di
vista il commento di mia madre era del tutto comprensibile.
Perch quella donna aveva precisamente un'aria cos:
un'aria qualunque. Con il suo vestito nero con il colletto
bianco. Come mia madre. Di diverso da mia madre per,
aveva una sciarpa che le nascondeva il viso. E sopra la
sciarpa aveva le sopracciglia aggrottate e l'aria sofferente.
Plombe. Poivre. La grande vrole. La baude. Ci sono
molti modi per chiamare la sifilide.
Sono ormai a un passo da casa, quando mi viene in
mente che non ho visto in faccia la donna che profumava
di gelsomino.
...
.
...
CAPITOLO 41.
...
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...
Non pu essere un caso che sia successo dopo aver cominciato
a posare nuda per lui. E una situazione che rende
l'aria nello studio enormemente pi tagliente. Pi affilata.
Talvolta diventa liquida e mi sembra che potrei nuotarci
dentro. Altre volte  come l'aria dopo un temporale.
Siamo rannicchiati sulla dormeuse quando succede, la
mia bocca su di lui e la sua su di me. Ho bisogno di staccarmi
per lasciar erompere il grido che mi sale da dentro.
 la prima volta? mi chiede, quando smetto.
Con te, si, rispondo. Ma al solo pronunciarle capisco
che le mie parole suonano male, cos aggiungo: Volevo
dire che  la prima volta con un uomo. Non c'era mai
il tempo, con gli altri. Facevano tutto in fretta e furia.
Ma l'esperienza l'hai gi avuta, dice.
Da sola. Toccandomi.
Ovviamente a quel punto vuole guardarmi mentre mi
tocco. Mette il grande specchio ai piedi della dormeuse e
lo inclina leggermente. Riflette la mia faccia, ma anche la
mia mano sul sesso.
Si sdraia di fianco a me. Adesso vedo anche lui nello
specchio. Guardo il suo viso che mi guarda.
Fammi un po' vedere, mi dice. E contribuisce infilandomi
dentro un dito.
Dopo, quando mi sveglio dal nostro sonnellino, mi guardo
intorno, poi guardo lui e sento che qualcosa  cambiato
fra di noi. Sar per quel che  successo prima? Sar per
come ho posato? Richiudo gli occhi. Quando li riapro e li
giro su di lui, vedo che  sveglio e mi sta osservando.
Ricominciamo a toccarci. Mentre gli impugno l'uccello,
passo un dito sulla cicatrice all'attaccatura. Non  di
grandi dimensioni, ma l la pelle  pi spessa e pi chiara.
Continuo a tenere il dito l e lo guardo.
La mia cicatrice, dice. Ero stupito che non mi
avessi ancora chiesto niente.
Come ti  venuta?
Per una malattia. Una brutta storia. Quando l'hai
notata?
La prima volta che l'abbiamo fatto, rispondo.
Non preoccuparti. E completamente guarita. Me l'ero
presa da una donna deliziosa.
Deliziosa?
S, dice. Non entriamo nei dettagli.
Non gli dico che la prima volta che avevo visto la cicatrice
mi ero spaventata. Me ne ero accorta solo un attimo
prima che me lo mettesse dentro, e la paura non mi
era passata finch non avevo visto, alla fine, che la pelle
era rimarginata.
 stato doloroso? gli chiedo, invece.
Atroce. E la cura anche.
Vorrei fargli altre domande su quella donna, ma mi
trattengo. Sta a lui decidere che cosa raccontare. Tuttavia,
non posso fare a meno di ripensare alla signora profumata
incontrata per strada. Non so se fosse deliziosa, ma di sicuro
era piena di soldi, senza che questo l'avesse aiutata.
Continuava ad avere il collo ricoperto di macchie.
Ma una cicatrice non  come un'essudazione.
Perci continuo a toccarlo e a muovere la mano finch
gli diventa duro. Faccio ben attenzione a non tralasciare la
cicatrice. A non aver paura di toccarlo anche in quel punto.
...
.
...
CAPITOLO 42.
...
.
...
Un venerd, a fine giornata, mentre sono ancora in sottoveste
e mi sto infilando gli stivali, mi chiede: Sei disposta
a lanciarti in una cosa nuova, stasera?
 disteso sulla dormeuse, con la camicia ancora sbottonata,
e come sempre mi sta osservando mentre mi rivesto,
perci immagino che sia qualcosa che ha a che fare con il
sesso. In sottoveste e stivali, mi avvicino alla dormeuse e
gli appoggio la mano aperta sul torace.
Quale? gli chiedo.
Conoscere i miei amici. Dicono che ti tengo nascosta.
Pensavo non sapessero neppure della mia esistenza.
Tonin lo sa quasi dall'inizio. Astruc  venuto in studio
l'altro giorno e ha visto i quadri.
E che cosa gli hai detto? Che sono la tua nuova modella?
Ad Astruc ho fatto vedere anche il pastello in cui ti aggiusti
la giarrettiera. Ha ammirato molto il tuo seno, credo.
Allora non nasconde niente ai suoi amici! Ne sono sorpresa.
Devo fare qualcosa di speciale?
Essere te stessa, risponde. Solo quello.
Il caff  in Rue des Batignolles, mi dice, subito sopra
Place de Clichy. Ci sono due stanze, mi dice, una davanti e
una sul retro, e si troveranno dopo cena in quella sul retro.
Devo avere l'aria perplessa, perch aggiunge: Ti verr
incontro.
Ma che cosa vogliono, di preciso? chiedo. Perch
sono convinta che le persone vogliono sempre qualcosa,
anche quando non lo dicono.
Fa una piccola pausa, prima di rispondere. Il tempo di
studiarmi attentamente.
Vogliono solo conoscerti, mi dice.
Con calma, faccio un cenno di assenso.
Non gli dico che sono onorata dall'invito, e confusa.
Non sono lusingata dalla richiesta dei suoi amici: non li
conosco e non posso sapere che cosa vogliono. Quello che
mi lusinga  il fatto che E. sia disposto a introdurmi in altre
sfere della sua vita. D'altra parte, so anche che tende
a nascondere ci che ama, come il quadro della zingara.
Mi chiedo se non mi converrebbe rimanere nascosta.
Se non sarebbe meglio per lui, e anche per me.
Quando arrivo al Caf Guerbois, per un pelo non scappo
subito via.
Passo senza problemi fra i tavolini e le sedie all'aperto,
ma sbirciando dietro i vetri mi blocco. La stanza che d
sulla strada  quasi completamente bianca: bianco il bancone,
bianchi i tavoli, bianchi anche i muri, con qualche
particolare dorato qua e l. Pur avendo il mio nuovo vestito
azzurro, non me la sento di entrare.
Non  posto per una come me.
Faccio per andarmene, girando le spalle alla porta a vetri
del caff, quando lo vedo venirmi incontro dall'altra
parte della strada. Mi d un leggero bacio sulle guance.
Pensavo che fossi dentro, gli dico.
Sono venuto fuori a cercarti.
Non gli dir che ci ho messo pi tempo del previsto a
prepararmi perch ho deciso di lavarmi i capelli, ancora
umidi dietro la testa. Che pur avendo addosso il mio vestito
migliore continuo a sentirmi totalmente inadeguata.
E tacer non tanto perch lui non lo deve sapere.
Sono io stessa che non lo voglio ammettere.
Intanto, per, mi sono accorta che con lui vicino e dopo
quel bacio leggero sulle guance con cui ha voluto farmi
sentire i baffi e il profumo della sua acqua di colonia sono
meno terrorizzata. Su uno dei tavolini all'aperto c' una
caraffa d'acqua talmente fredda che trasuda all'esterno, e
di colpo non desidero altro che entrare dentro, sedermi a
un tavolino insieme a lui e bere un bicchiere d'acqua fresca.
Perci faccio quello che ho imparato a fare quando
gli sto davanti nuda o quando mi chiede di indossare uno
dei suoi insulsi costumi.
Fingo.
Fingo che non ci sia nessun altro intorno, come la sera
in Boulevard du Temple in cui eravamo una coppietta
fra le tante. E dal momento che ho diciassette anni e indosso
gli stivaletti verdi di una puttana, e che so che cosa
facciamo quando siamo da soli sulla dormeuse o in camera
mia, la finzione diventa realt. Lo diventa perch ci credo.
Fra me e me mi dico che ho dentro la stessa freschezza
e limpidezza dell'acqua della caraffa trasparente, e porto
con me questa freschezza nell'attraversare le porte ed entrare
nella stanza sul retro del Caf Guerbois.
Quando ci avviciniamo a uno dei tavolini, due uomini
si alzano in piedi, mi salutano con un cenno del capo e mi
stringono la mano, mentre E. mi dice i loro nomi.
Siamo lieti che siate venuta, mademoiselle, mi dice
quello pi vicino a me, che lui aveva chiamato Tonin.
Per caso fuori hai incontrato Duranty? gli domanda
l'altro, che si chiama Astruc.
No, ma sar sicuramente nei paraggi, risponde lui.
Sai che vive in zona.
Giusto. Siamo nel suo territorio.
Riprendono il discorso interrotto al mio arrivo, e lo
trovo un gesto di gentilezza da parte loro. Mi permette di
rilassarmi un po', e mentre li ascolto annuendo ogni tanto
con la testa riesco anche a guardarmi intorno, a osservare
il locale e i volti dei suoi amici.
La stanza sul retro  l'opposto dell'altra. I muri hanno
la parte bassa di legno e sopra sono dipinti di marrone,
creando un ambiente caldo simile a una caverna. Sul
fondo intravedo alcuni tavoli da biliardo di panno verde
e una porta che d su un giardino. La stanza  cos piena
di fumo che sembra di stare dentro una nuvola.
Dei suoi due amici, Tonin si lascia guardare pi facilmente.
 l'unico senza barba, e mi piace potergli vedere
meglio la faccia. Astruc ha i capelli scuri e un modo di fare
pi risoluto, e quando incrocio il suo sguardo mi fissa
in maniera intensa e diretta. Non scortese non intendo
dire questo ma quasi come se mi volesse prendere in disparte
e controllare se corrispondo alla ragazza che ha visto
nei quadri e nel pastello.
Comunque Astruc non  l'unico a osservarmi e studiarmi
attentamente. Ogni volta che giro gli occhi su Tonin mi
sembra che mi stia fissando, ma lui fa un piccolo sorriso, come
se mi volesse incoraggiare pi che mettere sotto esame.
Dopo un po' mi ricordo di averlo gi sentito nominare: la
sera in cui E. mostr a me e Nise la copia del Journal pour
tous contenente il Langage des cheveux, la persona con cui
aveva appuntamento era Tonin. Perci mi sembra di conoscerlo
gi, questo suo amico, e sorrido anch'io di rimando.
La loro conversazione  incentrata su un libro che hanno
letto, qualcosa sulla vita di Cristo, e non riesco a seguirla,
ma dopo un po' E. dice: Gli dar un Cristo, se  questo
che vogliono. Ma sar un Cristo del popolo, con i piedi
sporchi e una ferita sul fianco. Un Cristo vero.
Il Salon non  pronto per un Cristo vero, gli dice
Astruc.
Dalla verit pu venire solo bellezza, ribatte lui.
La conversazione prosegue e la seguo come posso, finch
in un momento di pausa il suo amico Tonin, con i suoi
occhi castani e la bocca gentile, si rivolge verso di me.
Mademoiselle, dove l'avete conosciuto? Ogni volta
che glielo chiediamo, fa lo gnorri.
Per un attimo mi chiedo quale sia la risposta che E. si
aspetta da me, poi mi ricordo che cosa mi aveva detto quando
gli avevo chiesto come comportarmi: Sii te stessa.
Cos rispondo: Ci siamo conosciuti per strada. Davanti
a un negozio di coltelli.
Nessuno dice niente, e per un attimo penso di aver sbagliato
tutto. Penso che avrei dovuto mentire e dire qualcosa
di pi elegante. Poi per Tonin lo interroga con lo
sguardo, e io lo seguo.
 vero, dice. L'ho trovata per strada. Il mio porte-bonheur.
Un portafortuna dai capelli rossi, dice il suo amico
Astruc, annuendo. Accipicchia.
Guardo Tonin, e i suoi occhi mi invitano a parlare, a
dire la mia.
Cos li guardo tutti e tre, uno dopo l'altro, e poi dico:
Per anch'io ho trovato lui.
Per un attimo a quel tavolo non c' nessun altro. Ci
siamo solo io e lui. Due amanti. Passa un altro istante, e
i suoi occhi mandano un lampo di luce, poi si fanno liquidi
e scuri.
 un segnale di piacere, lo riconosco. Perch talvolta le
parole sono simili a carezze, per il piacere che procurano.
Non so come e perch, ma finisco per raccontare a Tonin
di quando lavoravo da Baudon, e del procedimento di
brunitura dell'argento, e di come adesso, posando, mi capiti
talvolta di sentire le mani che fremono di impazienza.
Credo che potrei andare avanti un bel po' a chiacchierare
e confidarmi con lui, se non si avvicinasse un quarto uomo
che ci interrompe.
Saluta gli altri e si prende una sedia, senza praticamente
guardarmi.
L per l immagino che sia la persona di cui parlavano
prima, Duranty, quello che passa tutti i pomeriggi e le sere
al Caf Guerbois. Ma la sua faccia non corrisponde ai
loro racconti, e poi E. si rivolge a lui chiamandolo cher
Baudelaire.
Credevamo che fossi al Nord, dice Tonin.
Infatti, ma sapete che non riesco a stare troppo a lungo
lontano. Anche se poi, quando torno, scopro che non
 cambiato nulla, in mia assenza.
Intuisco che E. avrebbe voluto presentarmi, che sta
cercando la maniera di farlo, ma il tipo attacca subito a
parlare e non gliene d il tempo.
Il nuovo arrivato ha un modo di parlare drammatico e
irruento. Lo osservo attentamente, nel tentativo di farmi
un'idea pi chiara, mentre lui continua ostinatamente a
guardare tutti tranne me.
Parla a lungo di un posto chiamato Honfleur, e dopo un
po' capisco che si tratta di una citt sulla Manica. D'altra
parte ho l'impressione che niente di quello che dice sia destinato
alle mie orecchie, perci non so bene che fare. Non
mi sembra il caso di continuare a parlare separatamente
con Tonin come prima. Decido quindi di ascoltare il nuovo
arrivato, il caro Baudelaire, che pontifica, e intanto
fisso un punto della parete di fronte al tavolo. Girando gli
occhi verso i tavoli verdi da biliardo intercetto un'occhiata
di Tonin e mi sembra che voglia dirmi qualcosa, ma faccio
finta di niente.
Alla fine, E.  costretto a intervenire. Non lo possono
fare Tonin e Astruc. Non  compito loro. Solo lui pu farlo.
Baudelaire, vorrei presentarti la mia nuova modella,
dice infine, semplicemente, interrompendo il fiume
di parole dell'altro. Mademoiselle Victorine Meurent.
Solo a quel punto il tipo si degna di guardarmi.
Fa un leggero cenno del capo, che pi leggero non si
pu, e mi scruta da sotto le sopracciglia. Pur sapendo che
non ha alcun senso, mi viene in mente lo sguardo che mi
rivolgeva talvolta mia madre. Uno sguardo di disapprovazione,
che faceva il paio con qualche parola brusca.
Il tipo che si chiama Baudelaire, invece, non dice niente.
Si limita a guardarmi con una certa aria di sfida. Solo allora
capisco che mi aveva presa per una ragazza del caff, una
entraineuse procurata dai suoi amici per la serata. E che 
seccato di dovere in qualche modo tener conto anche di me.
Allora io faccio una cosa. Non so come mi venga in
mente, ma la faccio.
Quando eravamo entrati dentro il caff avevo capito
dov'era seduto E. perch aveva lasciato i guanti sul tavolo.
Sono i suoi preferiti, di pelle leggera, con tre pince sul
dorso, gialli come la capocchia delle margherite. Dentro
 impressa la scritta: Gants Boucicaut, medaille d'or, Paris
1862. Odorano di fumo, della sua pelle e di chiodi di garofano
lo so perch me li sono messi sotto il naso diverse
volte. E in qualche piccolo, piccolo angolino sono sicura
che i guanti odorano un po' anche di me.
Sono morbidi come la pelle, sono di pelle, e quando mi
allungo a prenderne uno ho l'impressione di prendere la sua
mano. Me lo infilo e mi entra facilmente perch  grande.
Ci malgrado,  come una seconda pelle: la sua sulla mia.
Mi concedo un attimo per godere di questa sensazione, poi
mi infilo il secondo guanto.
Il tutto dura pochi secondi. Alla fine dico a quel tipo
che mi guarda in cagnesco, allo cher Baudelaire: Lieta di
conoscerla.
Nel suo sguardo avviene un mutamento. Nei suoi occhi
compare una nota di dispiacere, e anzich dire una battuta
pungente, o rimettersi a blaterare, lo cher Baudelaire
si zittisce.
E poi, per sbloccare la situazione perch  insostenibile,
 insostenibile continuare a sostenere il suo sguardo
ed essere fissata in quel modo, ed  insostenibile per tutti
gli altri al tavolo continuare a guardare Tonin si alza in
piedi per far cenno al cameriere di portarci un'altra bottiglia
di vino. E un secondo dopo Astruc dice: Strano che
Duranty non si sia ancora fatto vivo.
Subito tutti si appigliano alle sue parole e cominciano
a raccontare storielle su Duranty. Solo Baudelaire e io rimaniamo
in silenzio.
E poich ho diciassette anni, gli stivaletti verdi di una
puttana e un nastro nero al collo, e poich mi sono allungata
a prendere i guanti del mio amante e mi sono messa
la sua pelle sulla mia... per tutte queste ragioni so quel che
vedo quando distolgo gli occhi dallo cher Baudelaire e mi
guardo attorno.
Vedo che il clima intorno al tavolo  cambiato. Che
tutti sono cambiati.
E quando guardo lui, l'uomo la cui pelle ho appena indossato
sopra la mia, vedo che mi sta osservando.
Perch anche lui ha notato il cambiamento. Ha notato
che l'atmosfera intorno al tavolo  cambiata quando mi
sono infilata i guanti.
E con i suoi guanti di pelle gialla, con la sua pelle sulla
mia, mi sento al sicuro.
Ci parliamo solo quando siamo a parecchi isolati di
distanza, e rompo io il silenzio, chiedendogli: Sei sicuro
di non voler tornare dai tuoi amici?
Li vedo sempre.
Vedi sempre anche me.
 diverso.
Baudelaire era fuori citt, perci non puoi averlo visto
sempre.
In effetti credevo che fosse ancora via.
E lui credeva che io fossi una battona. Che esercitava
nel caff.
Se l'avessi saputo, non ti avrei mai messa in questa
situazione. Ogni tanto ha bisogno che si senta solo la sua
voce. Ed  cattivo con le donne.
Mi viene in mente il quadro della mantenuta, quella
con la faccia inespressiva e la gamba sghemba, e mi chiedo
se il suo amante sia Baudelaire. Prima ne ho il sospetto
e poi la certezza.
Ma non pu essere sempre cattivo, gli dico. Perch
ama la sua bambola rotta.
Lui mi guarda di sottecchi, senza rispondermi. Ma all'angolo,
mentre svoltiamo nella strada principale, mi prende
una mano, se la porta alla bocca e la bacia. Perch gli ho
restituito i guanti, perch sono a mani nude, come sempre.
Mi bacia la mano e mi stringe a s, l dove siamo, in
mezzo alla strada.
Pi tardi, mentre siamo nel mio letto in Rue La Bruyre,
mi mette una mano fra i capelli e mi domanda: Come ti
 venuta l'idea?
Quale idea?
Di infilarti i miei guanti. Sembrava stessi indossando
dell'oro.
Non lo so.
Per l'hai fatto. Era l'unica cosa che Baudelaire non
poteva ignorare. Era una mossa voluta.
Taccio. Non so perch mi sono messa i suoi guanti. Sapevo
solo di doverlo fare.
Un attimo dopo lui aggiunge: A Tonin sei piaciuta
molto.
 il tuo migliore amico, vero?
Se cos si pu dire.
Rimaniamo distesi ancora un po', a guardarci, toccarci
e parlare. A un certo punto, mentre le mie palpebre si
fanno pesanti, so che cosa dirgli. Mi viene in mente che
cosa rispondergli.
Non  stata mia l'idea di infilarmi i guanti, dico, ma del mio corpo.
Per tutta risposta, lui mi guarda. Mi guarda per un bel
po' di tempo, e io lascio fare. Mi sottopongo al suo sguardo
e glielo restituisco, finch non ce la faccio pi e devo
chiudere gli occhi. La sua mano ancora fra i miei capelli.
...
.
...
CAPITOLO 43.
...
.
...
L'indomani, dopo che lui se ne  andato, faccio due passi.
Voglio comprarmi qualcosa da mangiare, anche se sono quasi le quattro di pomeriggio. Mi accade cos di notare una piccola targa bianca dentro una vetrina.
BAGUE PORTE-BONHEUR OR SUR ARGENT CONTROLE BIJOU CHARMANT POUR FILLETTES
Un anello portafortuna. La stessa espressione che lui aveva usato ieri sera con i suoi amici: L'ho trovata per strada. Il mio porte-bonheur. E Astruc aveva commentato: Un portafortuna dai capelli rossi. Ripeto porte-bonheur dentro di me per il resto della passeggiata, e la parola stessa diventa una sorta di talismano.
...
.
...
CAPITOLO 44.
...
.
...
Questa volta, quando mi dice che non ha bisogno di me
per tutto il giorno, non sono colta dal panico. Vado a fare
colazione da Raynal e poi torno a casa.  questo il bello:
che ho una camera a cui tornare. Posso passare tutto
il giorno a letto a fissare il soffitto, a guardare fuori dalla
finestra o la mia scatola di candele. Veilleuse universe Ile,
Flix Potin, Paris, Exiger ce timre.
Ma non mi va di passare tutto il tempo a dormicchiare
a letto. Per la prima volta da non so quando, tiro fuori il
mio album con l'intenzione di disegnare qualche particolare
della stanza. Le lenzuola sgualcite? La trave inclinata
del tetto della mansarda? No, ho trovato: disegner la finestra
con quel che si vede fuori. La scritta nera su fondo
bianco sul muro di mattoni rossi: Herboriste.
Comincio con le matite ma in breve tempo mi rendo
conto che riesco a rendere solo una parte di quello che vedo.
Perch il fondo non  proprio bianco, ma bianco-azzurro,
e i mattoni non sono proprio rossi, ma marroncini violacei. Lui lo dice sempre, che esistono solo i colori. Che in natura non ci sono linee, solo colori giustapposti. Une tache  cot de l'autre. Devo usare i colori.
Prendo un pennello e due tubetti di acquerello che ho
preso un giorno dalla sua spazzatura, dal bidone accanto
alla porta sul retro. Il pennello  un po' duro e i tubetti
sono tutti arricciati e schiacciati, praticamente vuoti, ma
mi accontento dei residui di colore e di leggere i nomi: veri
de cadmium, bleu de cobalt. I colori delle foglie e dei fiori.
Ammorbidisco un po' le setole malconce del pennello
lavorandole con le dita, e mi dico che s, disegner proprio
quello. Fiori. Speronelle. E penso di ricordarmele bene,
di riuscire a visualizzarle, ma riguardando il disegno che
avevo fatto il giorno del mio viaggio a Toucy con Nise scopro
che le avevo disegnate male. I fiori non sono rotondi,
ma composti da cinque triangoli, cinque piccoli spicchi a
forma di campana.
Cos, su un foglio dal mio carnet, con i rimasugli dei
tubetti e un goccio d'acqua della brocca, dipingo i fiori a
cinque facce, qualche bocciolo non ancora dischiuso, i viticci
attorcigliati dei rampicanti e foglie che ricordano le
picche delle carte da gioco.
Mi piacerebbe dipingere altri fiori, ma la verit  che
non so come sono fatti. La speronella no di sicuro, ma nemmeno
il lill. Provo a dipingere a memoria un rametto di
lill, e ne viene fuori una specie di albero o strano grappolo d'uva. Perci, quand'anche in natura non ci fossero linee,
tuttavia le forme ci sono eccome, e per dipingere una
cosa bisogna vederla.
Allora mi viene un'idea.
Lo specchio appeso sopra il cassettone  piccolo, ma appoggiandolo
in fondo al tavolo riesco a vedermi la testa,
le spalle e una piccola porzione di seno. Non posso usare i
colori giusti, ma posso almeno dipingere le forme. Trasformo
la mia treccia in un viticcio verde che mi scende sulla
spalla, e la faccia in un ovale bianco e blu. Le spalle sono
due macchie rotonde blu fatte tenendo il pennello piatto,
e il collo  una colonna blu.
Mi sono data i colori di un fiore.
Alla fine, non posso dire che il ritratto sia somigliante, in
quanto privo di lineamenti, ma l'angolatura della testa  abbastanza
azzeccata, cos come la maniera in cui i capelli ricadono
sulla spalla pur essendo la testa blu e i capelli verdi.
Sono comunque io.
E provo un certo piacere. Non so se dipenda dalla semplice
vista dei colori, e dall'aver pensato ai fiori blu e viola,
o se non sia piuttosto per la tranquillit con cui ho passato
la giornata, aggiungendo qualche goccia d'acqua ai tubetti
asciutti per estrarne con pazienza gli ultimi rimasugli di
colore. Mi ricorda la tranquillit di certi giorni spesi con
mia madre, quando lei sedeva a cucire e io la imitavo per
gioco, o quando, da pi grandicella, le davo un aiuto concreto
imbastendo, strappando cuciture o semplicemente
ripulendo per terra.
Adesso, riguardando il ritratto, non mi stupisco pi di
aver dato ai capelli lo stesso colore degli stivaletti. Il verde
mi appartiene da quasi tutta la vita. E quando i fogli
si asciugano e accartocciano, li metto dritti sul tavolo, appoggiati
alla parete. Per vedere bene i fiori. Per vedere me.
...
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...
CAPITOLO 45.
...
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...
Quando mi mostra per la prima volta la tela a cui vuole
lavorare rimango interdetta. Contiene gi l'immagine
abbozzata di una donna distesa su una dormeuse, con la
schiena appoggiata a un cuscino. La faccia  una macchia
indistinta, e del corpo c' quasi solo il contorno. Guardando
meglio, per, mi rendo conto di aver preso per contorno
una cosa molto diversa. E la traccia di un quadro precedente.
Sulla tela c'era gi del colore, che poi  stato eliminato.
Che cos'? gli chiedo.
Un tentativo fallito. Una falsa partenza.
Guardo pi da vicino, e noto che in alcuni punti si vede
perfino la trama della tela.
Vedendomi fare un'ispezione cos attenta, lui dice:
Ho raschiato via quasi tutto il colore.
Ma non  proprio cos. Oltre alla sagoma del corpo si
intravedono ancora alcuni dettagli del viso. Le parti chiare
e scure degli occhi, la forma del naso. E una fauce spalancata
al posto della bocca.
Il viso della modella non andava bene, mi dice.
Era smorto. L'hai notato anche tu.
Mi ricordo la prima volta che sono venuta nel suo studio,
quando aveva mostrato a me e Nise quella serie di
nudi fotografici. Oltre alla ragazza carina, quella che lui
aveva detto chiamarsi Augustine, c'era anche quell'altra,
che mi era sembrata smorta. Ma a lui non l'avevo detto.
Gli avevo detto solo che aveva l'aria annoiata.
Continuo a guardare quel che resta del corpo e del viso,
tutto pasticciato, poi gli chiedo: Era la tua modella
di prima?
Ha fatto qualche seduta di posa.
Il suo viso doveva esserti piaciuto. Per ingaggiarla.
Ma non potevo sapere come sarebbe andata. Al momento
di posare, certe persone si spengono.
Non so se sia per via delle sue parole, o del suono della
sua voce, o dell'oscena bocca della modella, ma ho una reazione
improvvisa, e senza dirgli una parola, e senza altri
gesti, giro le spalle a lui e alla sua tela disastrata. Un attimo
dopo sento che devo andare in cortile o uscire in strada, fa
lo stesso, pur di allontanarmi da quella figura raschiata via.
Vado alla porta sul retro perch  la pi vicina. La apro
ed esco nel cortile pieno di erbacce.
Non avrei dovuto neanche cominciarlo, quel quadro.
 in piedi dietro di me. Nessuno di noi aveva ancora
aperto bocca.
Avevo capito subito che non era la modella giusta,
mi spiega.
Perch l'hai ingaggiata, allora?
Perch volevo cominciare il quadro.
Che cos'aveva il suo volto che non andava?
La forma. Gli zigomi. L'espressione. Tutto.
Quello che non va, ribatto,  cancellare una persona
a quel modo.
L per l lui non dice niente, il che vuol dire qualcosa.
Per lo meno sta riflettendo sulle mie parole. Prendendole
in seria considerazione.
Penso che ci sia un equivoco, mi dice. Ma in maniera
pacata. E sentendolo cos tranquillo, mi placo anch'io. Se
una parte di me era rimasta turbata dalle macerie di quel
volto, e da quella bocca simile a una fauce spalancata, ora
quella stessa parte si placa, come fosse un animale.
 un manufatto artistico. Ho raschiato via il colore,
mi dice. Non lei.
Lo capisco sul serio. Ma non cambia. L'altra modella
 ancora l. Ci sono i resti delle sue gambe, del suo busto
e del suo viso. Non me li sto sognando. Per se devo
posare per lui, se devo essere la donna che sostituir la figura
cancellata, bisogna che impari a vedere le cose in un
altro modo.
Allora mi ripeto che sono una modle de profession. Che
stiamo lavorando, non flirtando.
Perch credi che con me sar diverso?
Ne sono sicuro.
Potrebbe rivelarsi falso. Se non fosse soddisfatto della
mia faccia la raschierebbe via come l'altra, e al mio posto
lascerebbe un buco, esattamente come ha fatto con la modella
precedente. Ma come la prima volta che ci siamo visti,
quando Nise e io disegnavamo davanti alla coutellerie, ero
certa che si sarebbe fatto avanti, cos adesso sono sicura
che terr il mio viso. Sono fermamente decisa a crederci.
D'accord, gli dico, confermando con un cenno del
capo. Diretto non solo a lui ma anche a me stessa.
Non sono sicura di aver capito la tela che mi ha fatto
vedere, n ci che vuole o non vuole, ma una cosa l'ho capita:
la mia determinazione. La mia determinazione a indossare
gli stivali verdi di una puttana, a distinguermi da
tutti. A essere notata.
Non voglio essere cancellata.
Avevo capito che volessi lavorare, gli dico.
Con tutta la pena che si era dato per spiegarmi le ragioni
del quadro cancellato, quando torniamo in studio non si
dirige n al cavalletto n al suo album da disegno.
Mi porta, invece, alla dormeuse, mi fa distendere e si
mette a terra in ginocchio.
La tua faccia non nasconde nulla, mi dice. Non ti
posso disegnare se sei arrabbiata.
Perci rimane a terra accanto alla dormeuse. Per aprirmi.
Il quadro cancellato, che prima mi faceva cos paura,
adesso aleggia dentro di me come un fantasma. E come si
fa con i fantasmi, lo scaccio via.
Sono pronta a farmi aprire.
...
.
...
CAPITOLO 46.
...
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...
Lui vuole una posa ben precisa, perci cominciamo col
guardare altri quadri di ragazze nude su una dormeuse.
Mi mostra la stampa di un dipinto dall'aria molto ricercata,
e un quadro vero e proprio, dipinto su tavola. La
prima raffigura una donna formosa vista di schiena, con la
testa girata per guardare dietro, che tiene in mano un ventaglio
di piume di pavone. Nel secondo, il quadro vero e
proprio, una donna  distesa frontalmente, con una mano
mollemente appoggiata davanti al sesso e l'altra che tiene
un mazzetto di foglie. Ai suoi piedi dorme un cagnolino.
Non sono donne vere, gli dico. E indicando quella
con il cagnolino, aggiungo: Questa  senz'ossa.
A proposito dell'altra, quella con il ventaglio di pavone,
dico: Ha la schiena curva come un serpente.
Lui fa una risatina e poi scuote la testa: Questo qui
 Ingres. Un classico. L'altro l'ho fatto io. E la copia di
un'opera di Tiziano.
I nomi non mi dicono niente, ma  imbarazzante sapere
di aver appena criticato una cosa dipinta da lui. Tuttavia,
pi che il quadro,  la donna a non convincermi.
Non ci sono quadri in cui le donne sono come quelle
vere? gli chiedo. Come la tua ragazza zingara.
Mi getta un'occhiata, poi va a prendere qualcosa nello stipo. Ritorna tenendo in mano un oggetto molto pi
piccolo della stampa e del quadro che mi ha appena fatto
vedere.  la fotografia di un dipinto. Me la porge e la osservo
con calma.
Un po' meglio, commento, senza aggiungere che i
seni della donna sono completamente sbagliati troppo
distanziati fra di loro e rivolti in direzioni opposte e i
piedi troppo piccoli. Mi limito a dire: Il corpo  troppo
lungo. E non ha il collo.
 la fotografia di un dipinto di Goya.
Dal tono della voce capisco che  seccato, cos dico:
Il migliore dei tre  il tuo, secondo me.
La donna fatta da lui sar senz'ossa, ma  sempre meglio
di quella con i seni strabici, o dell'altra, la donna serpente,
che ha un viso troppo perfetto per appartenere a una donna
vera.  il viso di una statua o di un cammeo.
Il seno sembra partirle dall'ascella, dico, indicando
la donna serpente.
Si mette a ridere. A ridere di cuore.
Cos,  questo che pensi dell'Odalisca, dice.
Ti dico solo quello che vedo.
Non piace molto neanche a me, continua lui.  insipido.
 un capolavoro, ma l'ho sempre trovato insipido.
Il pi riuscito  il Goya, ma non mi interessa ripeterlo. E
poi, tanto, non potrei.
Perch non potresti?
Ognuno deve dipingere a modo proprio.
Ma se volessi, potresti?
Non voglio dipingere il passato. Neanche se quel passato
 Goya. Il faut tre de son temps. Bisogna appartenere
al proprio tempo.
Non sono sicura di capire tutto quello che dice, ma di
certo vuole differenziarsi dagli altri, vuole dipingere in
maniera originale. E mentre siamo l in piedi che parliamo
il clima fra di noi si fa nuovamente disteso, come non
lo era pi da quando avevo visto la faccia raschiata via
dell'altra modella.
Ci sono moltissime donne, in realt, che hanno i seni
uno diverso dall'altro, dico.
Ha deciso di cominciare a fare qualche schizzo preparatorio,
perci eccoci qua. La modella del quadro cancellato
teneva le gambe gi, mentre a me chiede di distendermi e
piegare il ginocchio della gamba destra, quella verso di lui.
Adesso posa la mano sinistra su questo ginocchio, mi dice.
Faccio come mi dice. Poi piego il gomito del braccio
destro, quello dal suo lato, e appoggio la mano sullo sterno.
E una posizione complicata, con tutti questi incroci, ma
ne intuisco un paio di ragioni: il ginocchio piegato serve a
nascondere il sesso, e il braccio sinistro appoggiato sopra
 un modo per farlo vedere. Almeno non sembro monca.
Che cosa ti ha fatto pensare al seno delle donne?
mi chiede.
L'ultimo quadro. Il Goya. I due seni della donna puntano
in direzioni opposte. Sono strabici.
Ma perch hai detto che molte donne hanno i seni
diversi fra di loro?
Mia madre era sarta, rispondo. Conosceva i corpi
delle donne e ne parlava.
E i tuoi come sono?
I miei sono abbastanza uguali, rispondo.
Intuisco che vorrebbe che aggiungessi qualcosa, che
andassi avanti, invece rimango zitta. Lui dice sempre che
non gli piace parlare mentre lavora, ma per una volta sono
io quella che vuole porre fine alla conversazione. Non perch
non mi vada di parlare potrei anche farlo. Ma non
ne sento il bisogno. Sono paga del mio silenzio.
E in quell'istante, nel bel mezzo della nostra chiacchierata,
accade qualcosa. Un senso di unione, ma anche qualcos'altro:
quel conversare futile, da innamorati, mi ha dato
sicurezza. Oltre al desiderio, ho percepito in lui anche
il piacere della mia compagnia. Come se traesse gioia non
solo dal mio corpo, ma anche dai miei pensieri e da quello
che dico. Di colpo mi sento sollevare per aria, ma senza allontanarmi
dalla dormeuse. Pur essendo nuda, mi sembra
di avere qualcosa che mi avvolge con grande leggerezza come un lenzuolo sulle gambe nelle serate estive o una vaporosa
sottoveste di cotone sulla pelle.
E i suoi disegni sono la stessa cosa. Usa per tutti la stessa
ariosa sanguigna e i miei tratti del viso sono appena accennati
o inesistenti. Ma una faccia ancora da riempire non
mi turba come quella cancellata del quadro. I suoi disegni
sono fatti per essere dei semplici schizzi. Eppure, in qualche
modo, sono compiuti. Non si sente il bisogno d'altro.
E malgrado in tutti i disegni a sanguigna manchi la faccia,
mi ci ritrovo perfettamente. La testa, i capelli perfino
le mani. Ero impacciata a stare in posa con la mano
sinistra sul ginocchio opposto, ma lui l'ha resa in modo
semplice e naturale.  una mano forte ha pollice e dita
adatte a una brunisseuse di Baudon e allo stesso tempo
graziosa. L'altra mano ha il palmo rivolto verso l'interno
e non si vedono le dita, ma si capisce lo stesso che sto giocherellando
con i peli, arricciandoli in punta.
Cosa che non mi ricordavo di aver fatto, finch non ho
visto il disegno. Ma a quel punto mi sono ricordata. Mi
sono ricordata la sensazione dei peli fra le dita.
...
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CAPITOLO 47.
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L'indomani, dopo aver finito di posare, vedo che va a
riprendere uno dei disegni a sanguigna. Lo osserva a lungo,
poi il suo braccio comincia a muoversi.
Mentre continua a lavorare mi avvicino, fermandomi
in piedi alle sue spalle, e capisco subito che sta ricalcando
le ombreggiature del disegno, scurendole. Ce ne sono una
dietro la caviglia, un'altra sotto il ginocchio, una dietro la
spalla e una al polso. Quest'ultima  diversa da tutte le altre
perch  su di me, non sui cuscini o sulla dormeuse. E
su di me che E. sta passando la sanguigna. Sulla mia pelle.
Non so se si sia accorto che nel fare tutto ci, nello scurire
il colore, sta muovendo entrambe le mani, anche la
sinistra che  vuota. Con quei leggeri movimenti  come
se volesse contribuire anch'essa al disegno.
...
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CAPITOLO 48.
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Domenica, per andare a trovare mia madre, mi metto
un vestito nuovo. Parlare di cucito e di seni femminili mi
ha fatto venire, stranamente, un po' di nostalgia di lei. O
forse  solo che non mi va di passare il pomeriggio da sola.
Ovviamente ho nostalgia di mio padre, non c' bisogno
di dirlo.
Quando entro dalla porta pap mi abbraccia e mi accarezza
i capelli, come fa sempre.
La mamma mi scruta da capo a piedi.
Nota il vestito. Ovvio che lo nota. Vede che  azzurro
invece che grigio, che non  di stoffa dozzinale, che il colletto
ha un po' di pizzo. Che non  un vestito alla portata
di una brunisseuse.
Le si legge tutto questo in viso, nei pochi secondi prima
che mi abbracci. Ma non ne fa cenno. Dice solamente:
Coraggio, mettiti a tavola. Tuo padre ha fame e bisogna
mangiare. Sai com' fatto.
Mi siedo e pranziamo. Mia madre, mio padre e io.
Dopo mangiato mio padre si siede nell'unico posto comodo
della stanza.
Devo far riposare la pancia, dice.
Aiuto mia madre a sparecchiare e lavare i piatti, e quando
abbiamo quasi finito lei mi dice: Se hai tempo, non mi
dispiacerebbe se mi dessi una mano con due vestiti. Uno ho
promesso di consegnarlo domani e mi mancano ancora quasi
tutte le rifiniture. E l'altro dev'essere pronto per la prova.
Resto un attimo a fissarla e lei deve rendersene conto,
perch senza neanche guardarmi mi dice: Solo se hai
tempo, naturalmente.
Ho tempo, ribatto.
E cos riprendiamo la nostra vecchia routine domenicale:
mio padre che dorme e russa e io che aiuto a sbrigare
qualche lavoretto.
Ti dispiacerebbe fare quest'orlo? mi domanda la
mamma, passandomi un vestito verde chiaro.  appuntato
con gli spilli.
E so gi quello che vuole da me, senza neanche bisogno
di chiederglielo: una cucitura piccolissima con i punti non
in vista, che, se ben fatta, scompare sotto la piega dell'orlo,
praticamente invisibile su entrambi i lati del tessuto.
Annodo il filo e comincio a cucire pi alla svelta che posso,
ma con attenzione.
Per i primi centimetri di orlo procedo come al solito:
scaccio tutti i pensieri e mi concentro sui punti, finch le
dita prendono il ritmo e trovano la spaziatura giusta. Dopo
un po' sar in grado di pensare di nuovo, ma nei primi
minuti no. Nei primi minuti devo solo cucire.
Non ti sei dimenticata come si fa, vedo, dice mia
madre, lanciandomi un'occhiata da dov' seduta.
Si direbbe di no.
Lavoriamo senza guardarci, ma ogni tanto lei fa un commento
su una sua cliente o dice qualcosa a proposito di mio
padre. E penso che da un certo punto di vista  rilassante
essere seduta l con lei, ma che  anche nello stile di mia
madre: se non lavora, non sa che fare. Non potrebbe mai
passare la domenica pomeriggio seduta a far niente in poltrona,
a dormicchiare.
Quando ho quasi finito l'orlo, si avvicina al tavolo al
quale sono seduta ed esamina il lavoro. Scuote la testa, e
prima di tornare a sedersi dice: Hai una mano migliore
della mia.
Non penso proprio, ribatto. Ma detto da lei  un
gran complimento. Se uno lavora duro, e lavora bene, si
conquista il rispetto di mia madre.
Vedo che hai un nuovo vestito, dice. Il colore ti
dona.
Alzo gli occhi, ma la mamma ha gi riabbassato la testa
ed  tornata al suo lavoro. Non so che cosa ribattere. Non
so che cosa vorrebbe sentirsi dire.
Non lavoro pi da Baudon, dico, infine.
Continuiamo a cucire senza guardarci, finch lei commenta:
No, questo l'avevo capito.
Adesso faccio l'assistente, aggiungo. Mi rendo conto
che  un termine un po' vago, ma  vero: E. mi manda
anche a comprargli i colori e i pastelli, e qualche volta
semplicemente da mangiare. Di certo non dir a mia madre
che sono modele de profession.
Comunque ci sono tantissime cose che mia madre non
sa di me. Non le ho mai detto di essere andata da Moulin
con Nise, n di quel giorno in cui avevo il sangue che mi
colava lungo le gambe e dentro gli stivaletti.
In ogni caso, qualunque cosa pensi, non lo d a vedere.
Non dice niente, non fa n domande n commenti critici.
Continua a cucire come se niente fosse. Intuisco facilmente
il perch.
Se mi fossi presentata alla porta con un'aria malconcia
ne avrebbe avute eccome, di cose da dire. Invece ho un
bel vestito e un aspetto sano. Non ha niente da criticare.
Lo sapevo. Lo sapevo, quando mi sono vestita per venire
qui stamattina.
Perci, quando mi alzo perch ho finito l'orlo e dico:
Be', ecco un lavoro ben fatto, mi sorprende il modo in
cui decide di rompere il silenzio.
 bello lavorare in compagnia, mi dice.
E un attimo dopo mi toglie di mano il vestito verde
chiaro, con l'orlo finito, e mi passa il corpetto dell'altro,
che stava cucendo lei.
Se avessi voglia di fare ancora un'ultima cosa, e appiattire
l'interno di queste cuciture, ti sarei grata, mi dice.
Vado all'asse da stiro e passo la punta del ferro su e gi
sulle fitte impunture cucite a mano.
Non so che cosa mangeremo a cena, stasera, mi dice
poi, in tono un po' stizzito. Non posso mica lavorare
e cucinare allo stesso tempo.
Potrei offrirmi di restare un po' di pi, ma non lo faccio.
Annuisco e continuo a passare il ferro caldo sulle cuciture,
facendo attenzione a non sbordare.
...
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...
CAPITOLO 49.
...
.
...
Quando mi chiede se mi va di andare a farmi fare delle
fotografie da Moulin, l per l non so cosa dire. Poi rispondo:
A che cosa ti servono le sue stampe? Posso venire da
te ogni giorno. Anche la domenica, se vuoi.
Non fraintendermi. Continuer ad avere bisogno di
te come modella, mi dice. Ma la fotografia esalta i contrasti.
Mi interessa vedere quell'effetto.
Giro lo sguardo e mi allontano dal tavolo accanto a cui
stavamo parlando.
 questo che vuoi? gli chiedo. Dipingere da una
fotografia?
Qualche volta  utile, risponde. Ma se non vuoi
andarci, lo capisco.
Anche se ha detto cos, so che ci devo andare. E non
tanto per compiacerlo. Se mi lascio turbare dalla cosa, le
do troppa importanza. O forse voglio solo evitare con ogni
mezzo di finire cancellata.
So che la ragione della mia risposta non conta, conta
solo che la dia, perci gli dico: Ci vado solo se vieni anche
tu, da Moulin.
Lui fa cenno di s con il capo e io mi chiedo come avessi
fatto a nutrire dei dubbi. Adesso che ho acconsentito mi
sento molto pi forte. Perch se riesco a dargli quello che
vuole, sono io che ci guadagno.
Perch ho qualcosa di cui lui ha bisogno.
Entriamo nello studio di Moulin, e naturalmente sulla
dormeuse c' sempre lo stesso cencioso rivestimento di
pizzo. Chiss quante ragazze con i piedi sporchi ci si sono
sdraiate sopra, dopo il passaggio mio e di Nise.
E. saluta Moulin, e i due cominciano a parlare animatamente
di questo e quel conoscente comune, ma non ce
la faccio ad ascoltare. Quando esco dal paravento con addosso
una delle vestaglie messe a disposizione, Moulin dice:
Bene, ci siamo.
E si comincia. Sono cos imbarazzata a farmi vedere
da E. in presenza di Moulin, che mi pento di averlo fatto
venire. Appena abbandono la vestaglia su una sedia e
mi distendo sulla dormeuse mi sento avvampare in tutto
il corpo, e avverto le prime gocce di sudore all'attaccatura
dei capelli.
Come sta la vostra amica? mi chiede Moulin armeggiando
con l'apparecchio. Eravate gi venuta qui con
un'amica, vero? Pquerette, mi pare.
Molto bene, rispondo.
E. ha capito che Moulin mi mette a disagio, e si intromette.
Che cos'hai disegnato ultimamente sul tuo album?
mi chiede.
Dei fiori. La mia stanza, rispondo. La finestra di
camera mia.
Ma ho la voce tesa, la gola strozzata e faccio fatica a
parlare.
Che altro?
Non rispondo e chiudo gli occhi per qualche istante.
Vuoi appoggiare la testa?
Faccio cenno di s e lui dice: D'accordo. Prenditi un
attimo di riposo.
Mi giro dall'altra, con il seno schiacciato contro il rivestimento
di pizzo della dormeuse, e chiudo gli occhi. Mi
isolo dalla stanza e da Moulin. E pure da lui.
E Moulin scatta la prima fotografia. E una foto di me
distesa su un fianco, con la schiena verso l'obiettivo. Quel
rumore, il rumore prodotto da Moulin con il suo apparecchio,
mi riporta alla realt.
Allora mi giro di nuovo. Che mi vedano pure.
Non so ancora quale sar il mio prossimo disegno, dico, perch voglio sentire la mia voce e non voglio essere
solo una ragazza nuda su una dormeuse poco pulita. Che
cosa credi che dovrei disegnare?
Va bene tutto, mi risponde. Tutto ci che attira
la tua attenzione.
La tua da che cosa  attirata?
Da qualunque cosa. Ragazze che disegnano per strada.
Ragazze che indossano stivaletti verdi.
Lo guardo.
Che altro ricordi? gli domando.
Come tenevi i capelli. In parte raccolti sulla testa e
in parte sciolti.
Che altro?
Quella volta che mi hai messo la mano sulla coscia, da Flicoteaux.
Che altro?
I tuoi piedi sulle mie spalle.
Mi dice altre cose intime, cose che nessun altro dovrebbe sentire, ma Moulin  un semplice rumore dietro un apparecchio fotografico. Non pi consistente di un fantasma.
Noi due che parliamo:  questo che fotografa Moulin.
E. non  vicino a me sulla dormeuse, ma  come se lo fosse.
La sua voce mi risuona nella testa e mi passa sulla pelle, ed  come se mi stesse accarezzando.
Lo so, perch questa volta non vado da nessun'altra
parte con l'immaginazione. Me ne sto proprio l, sulla dormeuse,
in compagnia della sua voce. Guardo nell'obiettivo di Moulin senza girarmi dall'altra.
Quella sera, tornando a casa in Rue La Bruyre, ripenso alla mia reazione alla vista del copridivano di pizzo di Moulin. A come io abbia subito immaginato tutte le altre ragazze con i piedi sporchi che vi si erano coricate sopra.
Che avevano fatto vedere il seno o il sedere, o divaricato le gambe.
Probabilmente erano come le ragazze con cui sono cresciuta o le operaie di Baudon.
Anglique Bacheret.
Marie Chenart.
Clmentine Doulcet.
Virginie Trochelle.
Honorine Morant.
Emilie Nalot.
Franoise Rondot.
Reine Thibault.
Honore Poncet.
Anastasie Loisel.
Thrse Jolivet.
Suzanne Blondeau.
Rose Valois.
Marie Louise Darcy.
Annette Courtois.
Toinette Bon ami.
Ragazze come me.
...
.
...
CAPITOLO 50.
...
.
...
Dopo essere stata da Moulin, quando mi tolgo i vestiti
e mi distendo sulla dormeuse del suo studio mi accorgo
che qualcosa  cambiato.
Prima, mentre posavo nuda davanti a lui, dovevo fingere,
proprio come da Moulin. Fingevo di non essere minimamente
turbata dalla situazione, e succedeva veramente.
Nel giro di un secondo mi trasformavo nell'oggetto del
suo sguardo. Ma ora qualcosa  cambiato.
Mi espando. Occupo diversamente lo spazio, sento diversamente
l'aria dello studio. Provo a riempire la stanza.
E se mi riesce, mi trasformo. Non sono pi solo la persona
che vedo nei suoi occhi. Sono pi audace, pi esperta.
E fare esperienza  sempre stato il mio pi grande desiderio.
Con il ragazzo con cui avevo passato la notte fuori
a quindici anni, con l'uomo per il quale me n'ero andata
di casa, con il soldato dalle lunghe ciglia che mi teneva appiccicata
alle cosce e mi baciava da farmi male alla lingua.
Perch non ho mai dato retta alle raccomandazioni delle
persone pi anziane, neppure da piccola. Ho sempre voluto
oltrepassare la mia soglia. Superare i miei limiti. Ogni tanto
mi succedevano cose scioccanti. O dolorose. Ma intanto
ci facevo l'abitudine. E ad alcune non sono mai riuscita
ad abituarmi. Era il prezzo da pagare per fare esperienza.
Il corpo che lui vede  una cosa, io sono un'altra. So
che c' una differenza. Lo capisco. Ma via via che passa
il tempo divento sempre pi brava a diventare ci che lui
desidera. Che io desidero. Un matador, una cantante di
strada, una donna di mondo avvolta in una vestaglia di seta
rosa: qualunque cosa. Non  solo questione di cambiare
costume e abbigliamento: posso scegliere che faccia fare
modificando i miei pensieri.
Se ripenso alla storia dei soldati e del cadavere dell'uomo
che gli vendeva il sapone al sandalo, mi viene una certa
espressione. Se mi metto a pensare al profumo del muguet
des bois o delle peonie, o perfino del metallo delle forbici
da cucito di mia madre, perch anche il metallo ha un
odore, mi viene un'altra faccia ancora.
Qualche volta penso a quando siamo sdraiati sulla dormeuse
e lui mi prende da dietro, e a come sia pi intenso
rispetto a quando mi sta sopra. Non so come tutto questo
passi sulla mia faccia, ma so che lo fa. Lo sento.
Gli posso dare tutto ci che mi chiede. E se si vuol prendere
qualcosa, che se la prenda, tanto io ne ho ancora. Io
ne ho sempre ancora.
...
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CAPITOLO 51.
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Quando, l'indomani, mi mostra le fotografie di Moulin,
ci metto un po' a riconoscere la mia faccia.
D'altra parte, perch dovrei? Non so che faccia ho
quando sono con un uomo. E Moulin mi ha colta proprio
in quella situazione. Insieme a lui. Bench non compaia
in foto, bench non ci stessimo neanche sfiorando, lui era
sempre presente.
In uno scatto ho la testa leggermente voltata ma continuo
a guardare l'obiettivo. Ho le palpebre pesanti e un'aria
complice e tranquilla.
In un'altra fotografia si coglie un pigro accenno di sorriso,
ma non un sorriso vero e proprio.
Comunque scopro che la faccia non gli interessa.
La tua espressione la dipinger dal vero, mi dice.
Queste mi servono per le luci e le ombre.
Nelle fotografie sono molto diversa dalla ragazza seria
del ritratto con il vestito da lavoro. L'unica foto paragonabile
 una in cui sono in piedi, do la schiena all'obiettivo,
giro la testa e guardo l'orizzonte, e che quindi mostra la
mia faccia uno zigomo e un occhio di profilo. Non saprei
dire perch la fotografia che assomiglia di pi all'altro
ritratto sia questa, ma  cos. Dipender dalla seriet della
mia espressione, che ritrovo in entrambi.  l'unico collegamento
fra le fotografie di Moulin e il suo quadro. Per il
resto, potrebbero ritrarre due ragazze diverse.
In realt, nel momento stesso in cui lo penso so che non
 vero. Certo che sono io quella delle fotografie! Di tutte
quante. Come sono quella del ritratto con il nastro blu e
dei disegni a sanguigna. Le facce cambiano in continuazione.
In questo frangente, in piedi con lui davanti al tavolo
del suo studio, sono diversa da com'ero stamattina,
quando mi sono svegliata nella mia stanza e ho guardato
la scatola azzurra delle candele.
Momenti diversi della stessa persona.
Diverse descrizioni di me.
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CAPITOLO 52.
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Talvolta si mette al lavoro subito dopo che abbiamo avuto un rapporto. Talvolta lavora nudo, l'uccello ancora bagnato di me.
Sono i giorni in cui lo studio mi sembra il posto pi libero del mondo. La stanza  tutta piena di noi. Di me, di lui.
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CAPITOLO 53.
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Qualche giorno dopo, quando mi mostra i disegni a inchiostro
acquerellato che ha tratto dalle fotografie, capisco
perch voleva che andassi da Moulin.
Nei disegni a sanguigna aveva ricondotto tutto a un insieme
di forme e linee. Partendo dalle fotografie, invece,
ha prodotto un distillato di luci e ombre. Immagini fatte
solo di nero di seppia e carta bianca. Qua e l un po' di carboncino.
In due disegni, per fare l'ombreggiatura, ha steso una
mano pi leggera di inchiostro. Per il resto, c' solo il marrone
scuro dell'inchiostro sul bianco della carta, e nient'altro.
Luce e ombra. In questi schizzi i segni di inchiostro,
se arretro e li guardo in una certa maniera, non sembrano
neanche rappresentare un corpo. Poi per l'occhio prende
il sopravvento e li ricompone in una figura. Li fa ridiventare me.
Insomma, eccomi qui: un tratteggio di inchiostro scuro
lungo tutto un fianco e sotto il braccio dietro, una mezzaluna
crescente di inchiostro al posto del seno, una riga di
inchiostro per mettere in risalto la curva del ventre. Inchiostro
per i capelli.
Guardando i nuovi acquerelli, non so dire cosa mi piaccia
di pi: se i delicati disegni a sanguigna che avevo trovato
perfetti o i tratti marcati dell'inchiostro.
Quando glielo dico, chiedendogli quali sceglier di usare
come riferimento, risponde: Non  questione di scelta.
Mi serviranno tutti.
E il bello  che mentre parla so gi che cosa sta per dire.
E ne capisco il senso senza bisogno di spiegazioni.
Non avevi mai fatto cos tanti disegni preparatori.
Credo che sar un quadro importante, mi dice. Poi
aggiunge: E comunque non saprei in che altro modo impiegare
il mio tempo.
Dal tono della voce capisco che  soddisfatto degli inchiostri.
Che  soddisfatto di s, e anche di me.
Quando si sente bussare alla porta dello studio io sono
distesa sulla dormeuse e lui sta per cominciare un nuovo
disegno a inchiostro. Agguanto i vestiti e sguscio dietro il
paravento in fondo alla stanza, mentre lui non ha il tempo
di mettere via i nuovi lavori n di riporre i disegni a sanguigna
che ha sparpagliato sul tavolo e appeso con delle
pinze da bucato a una corda tesa lungo la parete laterale
dello studio.
Non dirmi che stai ancora lavorando, dice una voce
maschile. Conosco quella voce: l'ho sentita la sera in
cui mi ha presentato i suoi amici. Capisco subito che appartiene
ad Astruc.
Guarda che posso ripassare dopo, dice la voce.
No, no, va bene. Tanto avevo finito, per oggi.
Le loro voci arrivano dall'entrata laterale, una piccola
stanzetta di passaggio, ma anche dopo aver introdotto
Astruc nello studio E. continua a trattenerlo nell'anticamera,
arredata con qualche sedia di legno e un tavolino.
Ma Astruc deve aver capito lo stesso la situazione, perch
ripete: Davvero, non volevo interromperti. Posso ripassare
pi tardi.
Bevi un bicchiere di vino con Mademoiselle Meurent
e me, lo invita lui. Per oggi abbiamo lavorato abbastanza,
sia lei che io.
Probabilmente indica il paravento in fondo alla stanza,
perch le voci cambiano direzione, come se tutti e due si
fossero girati di spalle. In realt non c' niente da vedere:
il paravento chiude completamente alla vista una piccola
fetta di studio, che praticamente  una stanza a s stante.
Il mio spogliatoio  l'angolo in cui tiene le tele e i materiali
di scorta.
Gli stivaletti, per, sono rimasti in mezzo alla stanza,
di fianco alla dormeuse, cos quando un attimo dopo esco
da dietro il paravento sono scalza e con i capelli sciolti,
pur essendo, per il resto, vestita.
E. si gira per primo, e solo a un suo cenno si gira anche
Astruc.
Non immaginavo di interrompere una seduta di lavoro,
dice quest'ultimo. Ma mi fa piacere rivederla,
mademoiselle.
 un piacere anche per me, rispondo. Poi mi siedo
sulla dormeuse e mi infilo gli stivali.
Astruc si dirige verso i disegni a sanguigna appesi con
le mollette da bucato e si ferma a guardarli a lungo, da vicino,
senza dire nulla. Li passa in rassegna uno a uno, facendo
avanti e indietro.
Sono pazzeschi, gli sento dire.
E sebbene rappresentino tutti me, sebbene tutti mi mostrino
nuda e sebbene io mi trovi nella stessa stanza, a neanche
dieci metri da lui, il commento non  rivolto a me.
Ils sont naifs, dice poi Astruc.  questa la loro forza.
Sono semplici e audaci.
Disegno quello che vedo.
Sono studi preparatori?
In un certo senso, risponde lui con una scrollata di
spalle, e da questo capisco che vorrebbe cambiare discorso.
Che non  ancora pronto a farli vedere a nessun altro,
n a parlare del suo progetto.
Perfino io so solo ci che  strettamente necessario, dico dalla dormeuse, dove mi sto abbottonando gli stivali
con l'uncino apposito, in dotazione allo studio.
E non so se sia per via dei disegni o del suono della mia
voce, o del fatto che mi sto abbottonando gli stivali
davanti a lui, ma Astruc sembra prima sorpreso e poi imbarazzato.
Come se solo allora si fosse reso conto che fino a
un attimo prima ero nuda, e che non ho ancora finito di
rivestirmi. O magari la ragione  tutt'altra non lo posso
sapere. Vedo solo la faccia che fa.
Comincia a chiedere scusa per averci interrotti. Dice
che avrebbe dovuto immaginare che non era il caso di passare
cos presto. Che toglier subito il disturbo.
Arrivederci, mademoiselle, mi dice, gi diretto alla
stanzetta laterale e all'uscita.
Mentre continuo ad abbottonarmi gli stivali sulla dormeuse,
E. e Astruc scendono in strada. Dopo un po' che
sono via, chiaramente impegnati in una conversazione, intuisco
di essere stata io la causa del nervosismo di Astruc.
Io a piedi scalzi sulla dormeuse o io nei disegni a sanguigna
e a inchiostro: una delle due, immagino.
Come mai tanta eccitazione? gli chiedo quando
rientra in studio.
Da dove comincio? risponde, scuotendo la testa.
Secondo Astruc sto facendo un lavoro rivoluzionario.
Teme che non verr capito. Pensa che tu sia la donna pi
spontanea del mondo, e che questa spontaneit si esprima
nei disegni. Vuole dedicarti una poesia.
Dopo un attimo di pausa, ribatto: Ma come fa a dedicarmi
una poesia? Non mi conosce!
Poco importa. Lui crede di conoscerti.
Lo ascolto da seduta. L per l non so che pensare, poi
mi sembra buffo.
Mi sa che le mie calze lo hanno spaventato, dico.
Mi sa che gli hanno fatto andare il sangue alla testa, ribatte lui. Ma mi ha incaricato di trasmetterti un
messaggio.
Quale?
Mi ha detto: Per favore dille da parte di Zacharie
Astruc: Non tagliarti mai i capelli. Questo  quanto.
Ti vuole un gran bene, dico. Ti ama e ti ammira.
 vero, ribatte lui. Per non sono convinto di essere
io il destinatario del suo amore e della sua ammirazione.
Ma se mi ha visto solo i piedi!
E tutto il resto, dice, girando gli occhi verso i disegni
a sanguigna appesi nello studio.
Dopodich, non so se per gelosia o senso di giustizia, o
semplicemente perch punzecchiato dalle parole di Astruc,
mi tiene sulla dormeuse un bel po' di tempo. Vuol farmi
vedere che mi conosce bene, che sa come darmi piacere.
Come darlo a se stesso.
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CAPITOLO 54.
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Sono gi sulla dormeuse, nuda, pronta per un'altra serie
di disegni gli ultimi prima di cominciare a dipingere,
mi ha detto quando mi d il braccialetto.
Vuoi che me lo metta? gli chiedo.
S,  per te.
Da mettere quando poso, cio.
 per te, e vorrei che lo mettessi quando posi, ribatte.
Solo a quel punto penso di aver capito.
Allora  un regalo, dico.
Le smancerie non sono il mio forte.
Non  quello. E solo che non ne ero sicura.
Dal braccialetto pende un piccolo medaglione ovale. Lo
apro, e ovviamente  vuoto.
Mia madre aveva un medaglione simile, mi dice,
Dove teneva una ciocca di capelli di bambino.
Tuoi?
O miei o di mio fratello. Passato il tempo, non se lo
ricordava pi.
Ma questo non  il suo braccialetto, vero? gli chiedo.
Quel medaglione adesso ce l'ha la madre di mio figlio,
risponde.
Con una ciocca dei suoi capelli?
Con una ciocca dei suoi capelli.
Sembra imbarazzato, come se si fosse reso conto che
non era un argomento di cui parlare, che l'aveva affrontato
in maniera goffa.
Perci gli dico: Mi piace.  molto carino.
Faccio per indossarlo, ma mi blocca.
Puoi metterlo sull'altro braccio?
Come la ragazza del quadro? Quella senz'ossa?
La copia di Tiziano?
Quella con il cagnolino ai suoi piedi.
Se  sorpreso che mi ricordi questo particolare, lo d a
vedere solo per una frazione di secondo.
Come lei, risponde.
In tal caso devi aiutarmi, dico. Con questa mano
non riesco ad agganciarlo.
Dopo avermi chiuso il braccialetto, si porta la mia mano
alla bocca e la bacia. Non gli dico che  la stessa che
aveva baciato la sera in cui gli avevo offerto da mangiare
le ciliegie, in cui l'aveva trasformata in una bocca e aveva
baciato il reticolo di vene sul polso.
Invece gli dico: Sai che  il primo regalo che ricevo? A
parte quelli dei miei genitori, di mia nonna e della puttana?
Adesso  lui che non sa che cosa dire. Io non intendevo
incupirlo, n caricare il braccialetto di troppi significati:
volevo solo che sapesse la verit.
Dopo un po' mi dice: Allora ho fatto bene.
Mi racconta che la madre di suo figlio era la sua insegnante
di pianoforte.
Sul momento non capisco perch me ne parli, poi credo
di intuirlo: sta disegnando il medaglione che ho al polso, simile
al medaglione di famiglia che ha la madre di suo figlio.
La nostra relazione cominci quando io avevo diciassette
anni e lei ventuno, dice. Incredibile, vero? Rimase
incinta quando io avevo diciannove anni. La volevo
perch era a portata di mano. Perch c'era.
Non lo pensi sul serio. Una volta mi hai detto che
aveva un bel collo.
A diciassette anni si ragiona cos, ribatte. Pu
darsi che per le ragazze sia diverso.
Non poi tanto diverso, dico.
Non pensavo ad altro.
Non pensavi che avresti potuto metterla incinta?
Per esempio. O al fatto che avevamo poco in comune.
Allora  per questo che non l'hai sposata.
No. Io sarei disposto a sposarla. Mi sento moralmente
obbligato nei suoi confronti.
Perch, allora?
 complicato.
Faccio un leggero cenno di assenso con la testa ma non
commento. In realt vorrei dirgli: Se una come me ha un
figlio a diciannove anni, allora s che  complicato. Nel tuo
caso sar stata una semplice seccatura. Ma non glielo dico.
So che intendeva un'altra cosa.
Le persone non sono come sembrano, dice poi lui.
Specialmente quelle che contano qualcosa. O meglio, che
credono di contare qualcosa.
Vuoi dire la gente della buona societ.
S.
Gli uomini come te.
Resta un attimo in silenzio, poi ribatte: S, gli uomini
come me.
Non so se sia il commento che si aspetta da me, ma dico:
 pieno di gente che non  come sembra. Ci sono
donne che abbandonano i figli. Negli ospedali che hanno
le ruote degli esposti. Les tours.
Alza gli occhi dalle tele, mi guarda, ma non aggiungo
altro. Non dico che me ne aveva parlato Nise. Quando
aveva scoperto di essere incinta aveva pensato di tenere
il bambino e abbandonarlo dopo il parto. Aveva fatto un
sopralluogo alla Maternit, per esercitarsi.
Non ti racconto niente di nuovo, quindi, dice lui.
Mi stavi raccontando una storia.
Ma la sua storia  una favola a lieto fine: a diciassette
anni si innamora di una donna, un'insegnante di pianoforte
con il collo bianco. Quando la mette incinta, si sente
responsabile nei confronti suoi e del neonato. La storia
di Nise era completamente diversa. Nessuno si era sentito
responsabile. E il giorno in cui mi era colato il sangue negli
stivali, il giorno in cui Nise mi aveva aiutato, solo lei
mi era stata vicina.
Di una cosa sono certa: in realt, non mi piace nessuna
delle due storie.
Lui per, a quel punto, sta zitto, non parla pi n della
donna con cui ha cos poco in comune n del figlio, n di
medaglioni con ciocche di capelli infantili.
Continuo a rimuginare su quanto ci siamo detti mentre
percorro Rue de Londres, Rue de Berlin, Rue de Clichy e
Rue Pigalle per tornare a casa, mentre compro le frittelle
di carote con cui far cena, mentre mi lavo nella bacinella
della mia stanza in Rue La Bruyre, dove le sue visite
frequenti hanno indotto la gente a pensare che sia, se non
il mio fidanzato, quanto meno il mio protettore. Vado a
letto con tutto che mi frulla in testa, ma solo nel momento
in cui mi metto gi per dormire riesco finalmente a rifletterci con calma.
La madre di suo figlio ha un ruolo nella sua vita, ed  un
ruolo pi garantito del mio. Lo posso capire. Ma se fosse
ancora innamorato di lei dubito che me ne parlerebbe. Per
questo non sono gelosa. Quella donna mi d sicurezza, in
un certo senso. A lei un po' del tempo di E., a me tutto il
resto. Invidio il suo ruolo nella vita di E., lo spazio che vi
occupa, ma non l'ha ottenuto gratis. Ha messo al mondo
suo figlio, ed  un prezzo che io non sarei disposta a pagare.
Suzanne. Si chiama cos. E. l'ha nominata una volta,
per sbaglio, e poi mai pi. Lei ha il suo ruolo, e io il mio.
Siamo come una famiglia, noi quattro: Suzanne, il figlio,
lui e io. Perch non sar mica stupida. Sapr di me, come
io so di lei. O gli avr sentito fare il mio nome, o banalmente
si chieder dove trascorre molte serate. Uno non
pu mica passare tutto il tempo a dipingere.
Adesso che sono a letto, e ho riflettuto su tutte le altre
tessere di questo puzzle, trovo finalmente la forza di pensare
a un'ultima cosa, una domanda ancora senza risposta.
Che prezzo dovr pagare io per continuare a far parte
della sua vita? E come lo pagher? Possiedo solo due cose
di qualche valore: il mio vestito buono e il medaglione che mi ha regalato lui.
No,  un'idea sbagliata, me ne rendo subito conto.
La notte in cui gli sono corsa dietro in Rue La Maube, in cui l'ho costretto a baciarmi, mi aveva detto che non sapevo quanto fosse importante. Sentirsi cos desiderati, mi aveva detto.  tipico mio: quando voglio qualcosa mi ci butto a capofitto, senza pensare alle conseguenze. Non ci riesco. Come la volta in cui a quindici anni ho passato tutta la notte fuori o quando ho continuato a passeggiare con il mio soldato finch non mi  piaciuto abbastanza da sedermi sulle sue cosce imbottite. E la sera in cui ho inseguito E. fino in Rue La Maube.  la cosa pi importante che ho da dare. Quando mi guarda, deve leggermela in faccia. Una fame da star male. Ma non lo faccio solo per lui. Io non nego mai al mio corpo quello che mi chiede. N le cose brutte n le belle.
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CAPITOLO 55.
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L'indomani, in studio, dopo essermi tolta i vestiti, mi avvicino al tavolo sul quale sta preparando i colori. Senza aspettare che si volti, gli metto le braccia intorno alla vita e gli premo una guancia sulla schiena.
Guarda guarda, che succede? mi domanda, girandosi e staccandomi le mani.
Per un attimo ho l'impressione che mi voglia fermare.
Ma no, certo che no. Si gira e mi bacia, e basta. Con la massima naturalezza. Visto il risultato, mi chiedo perch non mi sono arrischiata prima.
Arrivati alla dormeuse, gli do una piccola spinta perch voglio che si sdrai per primo, per potergli salire sopra. Lui alza una mano e sfiora il nastro nero che ho al collo, e che ormai indosso sempre. Porta le dita sul nodo a met della gola, poi sui due capi che mi pendono in mezzo ai seni.
La sua voglia  cos forte che mi sembra di potercela fare, di potercela fare a dirgli ci che provo per lui. Mi chino e nascondo la faccia accanto alla sua, per poter parlare a bassa voce. Perch in fondo, se non ama la madre di suo figlio, chi ama? E forse, se comincio io, poi potrebbe dirlo anche lui.
Ma non gli dico che lo amo.
Gli dico, invece, che amo quello che stiamo facendo: J'aime a, j'aime a.
Mi prende per le spalle e mi tira un pochino su, per vedermi in faccia. Per farsi vedere in faccia.
Anch'io, dice.
Restiamo un po' di tempo fermi cos, a guardarci e basta.
 come se sapesse quello che stavo per dire, e l'abbia detto anche lui.
Allungo la mano e glielo prendo. Mi fermo un attimo, poi lo guido dritto dentro di me. Dritto fino in fondo dentro di me.
Dopo, dipinge.
Nudi entrambi, a parte il nastro e il braccialetto che indosso io. L'uccello rinfoderato.
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CAPITOLO 56.
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Ma chre Mademoiselle Meurent.  cos che mi presenta
l'indomani al suo amico Stevens, passato a trovarlo alla
fine della nostra giornata di lavoro.
Adesso capisco perch ti nascondevi, dice Stevens.
Non mi nascondevo, ribatte lui. Lavoravo.
Ditemi, mademoiselle, continua Stevens. Vi piace
questo lavoro?
Mi va a genio, rispondo. Lui mi va a genio.
Stevens si gira a guardare E., che abbassa un attimo gli
occhi e poi gli restituisce lo sguardo. Sorride.
 una ragazza diretta, dice.
 genuina, ribatte Stevens, guardandomi. Senza
dubbio.
Io dipingo solo cose vere, dice lui. Dovresti saperlo,
Stevens.
 troppo chiedere a che cosa stai lavorando?
A niente di speciale.
Come al solito, ribatte Stevens. Perdi tempo a
pastrocchiare coi colori. Quelle connerie. Che idiozia. Poi
si gira verso di me: A voi lascia vedere qualcosa?
Lo vedr quando sar finito.
Una bella dimostrazione di fiducia, commenta Stevens.
Non  questione di fiducia, gli risponde lui. Non
c' niente da vedere, prima che sia finito.
D'accordo, d'accordo, dice Stevens. Il tuo lavoro
rimarr un segreto. Adesso andiamo a mangiare. Offro io,
mademoiselle, sia chiaro. Non lui.
Per un po', all'inizio della cena, cercano di coinvolgermi
nella conversazione, ma in breve il discorso scivola
sugli argomenti che stanno loro veramente a cuore e si
mettono a parlare di dipinti, giudici e saloni. Questo 
quanto colgo io. In realt sono contenta di essere esclusa
dalla conversazione, e di starmene semplicemente seduta
ad ascoltare. Non  come la sera al Guerbois, dove avevo
sempre gli occhi di qualcuno puntati addosso, da qualunque
parte mi girassi. Questa volta sono solo in due, tutti
presi nei loro discorsi, perci la parte dell'osservatrice la
faccio io.
Stevens  pi vecchio. E castano con qualche capello
bianco sulle tempie. Non proprio bello, ma quasi. Quando il
suo interlocutore sta parlando aspetta sempre qualche istante
prima di replicare, il che  molto piacevole. Rilassante.
Non mi pento delle mie affermazioni, sta dicendo
in questo momento Stevens. Non me ne sono pentito
allora e non me ne pento adesso.
Fai bene. Con una mano ti danno una medaglia e con
l'altra ti denigrano.
Solo Fleury. Solo lui ha la faccia tosta, dice Stevens.
La stupidit. Vuole che tutti dipingano temi classici.
Miti obsoleti e costumi antiquati, ribatte E.
La giuria non ha nessun interesse per la vie moderne, continua Stevens.
No, aborrono le novit. Io invece voglio dipingere
quello che vedo con i miei occhi. Il qui e ora.
Hai tutto il mio appoggio, dice Stevens. Ma la
strada sar in salita, lo sai.
E. annuisce ma non commenta. Mi prende la mano, che
mi stava tenendo sotto il tavolo, e se la porta in alto sulla
coscia, vicino all'uccello. Evidentemente non gli d fastidio
che Stevens lo veda, anzi, deve piacergli farlo di fronte
a un amico. O magari vuole solo sentirmi pi presente,
chi lo sa. Restiamo cos finch ci portano da mangiare.
Dopo cena andiamo a passeggio per il boulevard, tutti
e tre insieme, Stevens, lui e io. Naturalmente io do il
braccio a E., che per mi fa segno di prendere anche quello di Stevens.
Faccio come mi dice. Avvicino la mano libera all'incavo
del braccio di Stevens. La appoggio semplicemente sul
braccio, aggrappandomi cos anche a lui. Dalla sua faccia
capisco che  contento, contento del contatto fisico e della
nostra passeggiata a tre, di farne parte.
 buffo stare nel mezzo. Camminando accanto a Stevens,
che  il pi alto dei due, mi accorgo della differenza.
Mi d un diverso senso di protezione. Ma penso soprattutto
che sto provando quello che provava E. quando passeggiava
con me e Nise. Aveva le braccia cariche di noi.
Non mi tengo stretta a Stevens come faccio con lui, ma
mi arriva comunque il calore del suo corpo.
 come essere inghiottita dalle onde, nuotando allo
stesso tempo in superficie.
Quando arriviamo nei pressi di casa sua, in Rue de Laval,
Stevens ci augura la buonanotte.
Un giorno, forse, Mademoiselle Meurent poser per
me, dice Stevens stringendomi la mano per salutarmi.
Non so, dico io.
Potrebbe darsi, ribatte E. rivolgendosi a Stevens.
Se pensi di esserne all'altezza.
Ci prover.
Allora decider lei, conclude E.
Tocca a me dire qualcosa: Chi lo sa. Potrebbe essere
una buona idea.
Stevens mi d il suo biglietto da visita. C' scritto solo il suo nome, ma sotto, a mano, ha aggiunto: 18, Rue
Taitbout.
L'indirizzo del mio studio, dice. Prendo il biglietto,
e lui mi fa il baciamano.
Puoi sicuramente fare meglio di cos, Stevens, commenta
E. Sicuramente la sua compagnia vale un bacio
sulla guancia.
Guardo Stevens, che per non sembra affatto in imbarazzo.
Sta semplicemente aspettando, come fa sempre
quando sta parlando qualcun altro.
Non ho niente in contrario, dico io, andandogli
pi vicina.
Mi d un leggerissimo bacio sulla guancia, ma abbastanza
lungo perch senta i morbidi baffi. Perch lo senta con
me, per un attimo.
A quel punto ci diamo definitivamente la buonanotte,
l sull'angolo della strada. Dopo qualche passo E. gli lancia
un ultimo saluto.
Mentre ci allontaniamo, io e lui da soli, l'altro braccio
si sente un po' trascurato. Mi viene da chiedergli: Come
hai fatto a sopportarlo?
Sopportare che cosa?
Di perdere Nise.
Ci ho guadagnato te, risponde.
Lo dice con tenerezza, lo so. Ma in quell'istante mi rendo
conto che Nise non  per lui quello che  per me. Non
pu esserlo. Perch con tutte le fantasie che E. poteva essersi
fatto su noi tre, con tutte le volte che l'ha baciata,
tenuta a braccetto o le ha toccato il seno attraverso i vestiti,
resta il fatto che non l'ha mai conosciuta come l'ho
conosciuta io. Non ha mai condiviso con lei un letto e un
bacile. Non ha mai sofferto la fame, non ha mai conosciuto
la povert, non ha mai sognato insieme a lei. Io s. Non
ero la sua amante, ma era come se lo fossi.
Di conseguenza, chi ha rinunciato a lei sono io. La perdita
l'ho subita io, non lui.
A questo pensiero, mi avvinghio ancora di pi al suo
braccio, stringendolo forte contro il petto. Lui lo prender
per un gesto da innamorata, un'espressione di desiderio,
e in parte  cos, ma si tratta anche di qualcosa di molto
pi banale.
Bisogno.
Io ho bisogno di lui.
Non solo come amante, ma in tutti i sensi in cui prima
avevo bisogno di Nise. Per avere qualcuno vicino. Per non
sentirmi smarrita.
Ma forse le due cose sono pi legate fra di loro di quel
che penso. Il desiderio e il bisogno. E non solo per quel che
mi riguarda. Conosco bene una certa espressione di E.
quando mi prende e me lo mette dentro. Se quello non 
bisogno, allora non so che cosa sia.
Questi sono i pensieri che mi vengono sentendo sul
fianco tutta la durezza del suo braccio. Le ossa del mio
contro le ossa del suo.
Quella notte rimane da me in Rue La Bruyre, e la mattina
dopo gli chiedo: Allora, come sono i suoi quadri?
I quadri di chi?
Del tuo amico Stevens.
Sono come lui. Delicati. Romantici.
Si direbbe che non lo apprezzi.
Lo apprezzo moltissimo, invece.  una persona vera.
E un vero amico.
Ma non ami i suoi quadri.
Stevens vuole compiacere gli altri, dice. Io non
ci riuscirei.
Non mi sembra una cosa brutta, ribatto.
Se succede, va benissimo. Ma farlo di proposito 
diverso.
Cerca il consenso del pubblico?
Non sempre. Ma nei suoi quadri c' un'affettazione
che trovo inconcepibile. L'anno scorso ha preso una medaglia
per il quadro di una madre dagli occhi languidi con
il figlioletto.
A questo punto vorrei giudicare coi miei occhi, dico.
Hai il suo biglietto da visita. Vai a trovarlo.
Prima o poi ci andr.
Sei liberissima di farlo.
Non sei geloso?
Perch dovrei? risponde. I tuoi capelli erano sulle mie cosce, ieri notte. Non sulle sue.
Poi mi prende e tira verso di s, e non credo di essere da meno di lui in fatto di rozzezza, perch ripeto pari pari tutto quello che mi dice.
Le joujou, le chat, d'un cot.
Le vit, la lance, de l'autre.
Di qua il giocattolino, il tesoruccio.
Di l il fallo, la mazza.
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CAPITOLO 57.
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L'indomani, mentre sono nella mia stanza e mi sto pettinando,
sento bussare alla porta.  un ragazzo che non
conosco, ma che ha un'aria familiare.
Monsieur mi ha chiesto di darle questa, mi dice,
porgendomi una lettera.
Me l'ha mandata lui, naturalmente:  l'unico che sa che
abito qui, l'unico che mi manderebbe un fattorino, l'unico
che mi scriverebbe una lettera.
 un breve messaggio in cui mi dice che suo padre 
morto, che probabilmente per un po' di tempo dovr occuparsi
di questioni di famiglia, e che si far vivo quando
potr. Si scusa per il tono frettoloso. Non c' una vera firma,
solo una E. e uno svolazzo.
Ringrazia monsieur da parte mia, dico al ragazzo.
Per piacere, fagli le mie condoglianze.
 gi andato via, ribatte lui.  uscito di casa mentre
uscivo io.
Quando lo rivedrai, aggiungo.
Dopo che il ragazzo  uscito e il rumore dei suoi passi si
 perso gi per le scale, mi chiedo che cosa stia provando E.
Non so molto della sua famiglia, ma da quel che mi aveva
detto i rapporti fra lui e il padre erano chiaramente tesi.
Ciononostante era suo padre, e questo per lui  un lutto.
Vorrei scrivergli anch'io un biglietto, ma non so dove
inviarlo. Potrei portarlo allo studio, ma dubito che sia l a
riceverlo. E poi mi ha mandato questa comunicazione anche
per dirmi di non andarci.
Perch non mi intrometta con il resto della sua vita.
Qualunque espressione di affetto da parte mia dovr
aspettare,  chiaro, e mentre sono l che rimugino, dispiaciuta
per lui e sopraffatta da un senso di impotenza, mi
sfiora un pensiero. Che odio dover confessare.
Domani mi avrebbe pagato il compenso della scorsa
settimana, e il denaro che ho mi basta appena per questa.
In passato ho vissuto con molto meno, lo so. E so anche
che la stanza  pagata fino alla fine del mese e che di questo
non mi devo preoccupare.
Eppure non sono tranquilla. Perch improvvisamente
mi sono resa conto di quanto sia incerta la mia situazione,
di come la mia vita attuale dipenda interamente da lui. E
in pi ho tutto il giorno per pensarci su. Per tormentarmi.
Rimetto il suo biglietto nella busta e finisco di pettinarmi.
Ho bisogno di uscire, anche solo per fare due passi.
Devo scappare da camera mia, dalla busta indirizzata a
Mlle Meurent. Vergata nella sua calligrafia.
Perch una passeggiata non costa nulla.
Il tragitto  breve uscita fuori dal portone, imbocco
Rue de La Rochefoucauld, poi Rue Pigalle, e sono in piazza.
Tutti che girano in tondo: da lontano sembra quasi una
festa di strada. Solo che non  una festa, ma un mercato.
Invece di fiori, uccelli o cavalli, gli artisti vengono qui a
scegliersi le donne.
E. mi aveva accennato a questo posto quando mi aveva
assunta, dicendomi che io avrei costituito una valida
alternativa.
Noto qualche prostituta, ma vedo anche ragazze come
le mie colleghe di Baudon. Potenziali brunitrici, lavandaie,
venditrici di fiori di carta, cameriere, domestiche, aiutanti
parrucchiere, impiegate, cucitrici. A tratti quella folla di
donne fa un baccano simile a quello che c'era nello stanzone
di Baudon, in altri momenti cala il silenzio. Sono tutte
in attesa. In attesa di essere scelte.
Mi sono messa non lontano dal caff Nouvelle Athnes,
ma non cos vicina da essere presa per una cliente dei tavolini
all'aperto. Pur essendo fuori dalla calca, capto alcuni
frammenti di conversazione. Sento una donna dire a
un'altra che se non avesse trovato un lavoro in giornata,
sarebbe andata a battere.
Scappo via pi in fretta che posso senza attirare l'attenzione.
Cerco di camminare come una passante qualsiasi,
diretta da qualche parte. Di fare la faccia di una persona
che ha una meta e un orario da rispettare.
E senza volerlo prendo la direzione del suo studio. Non
voglio andare proprio in Rue Guyot ci mancherebbe. Vado
verso il Pare de Monceau. Solo quando sono l capisco
qual era la mia meta.
Il suo cedro preferito.
Ogni tanto veniamo qui insieme a passeggio, usciamo
dal vecchio Boulevard Malesherbes ed entriamo nel nuovo
quartiere in costruzione. Hanno abbattuto tutti i vecchi
edifici, i muri perimetrali dei giardini e i rialzi del terreno,
per aprire strade senza case. Il cedro per, chiss perch,
l'hanno salvato.
Quando l'ho scoperto era in mezzo a un giardino in
rovina, mi aveva detto E. quando mi aveva portata qui
per la prima volta. I rami si protendevano fra le aiuole
abbandonate creando ombre violette.
L'albero sar inglobato in un isolato del quale non 
stato ancora costruito nulla. C' solo terreno incolto, dove
rimango ferma a lungo a fissare le foglie aguzze del cedro,
che sono di un verde scuro quasi blu.
Ho ancora un po' di soldi in tasca, penso.
Ho ancora il mio brunitoio con l'ametista, penso.
Non sono allo sbando, penso.
E penso a lui, finalmente. Al suo dolore. Perch qualunque
rapporto avesse col padre,  pur sempre un lutto.
E mi rimetto in cammino.
...
.
...
CAPITOLO 58.
...
.
...
Questa volta non aspetto in fondo al marciapiede, dall'altra
parte della strada, oltre la venditrice di minestra. Mi
metto esattamente di fronte al cortile laterale di Baudon,
quello dove si entra al laboratorio attraverso una porta
scorrevole. Quando le operaie cominciano a riversarsi in
cortile e in strada, mi basta un secondo per individuare
Nise. Lei ci mette un po' di pi, e in questo breve lasso di
tempo mi domando che faccia far, vedendomi, se esprimer
rabbia o qualcosa di pi dolce e triste, come quando ci siamo lasciate.
Ma quando finalmente si accorge di me, si limita a guardarmi.
A scrutarmi. Il suo viso non cambia espressione.
Cambia solo lo sguardo, ma in maniera impercettibile per
chiunque altro. Allora prendo l'iniziativa, mi sbraccio e
mi avvicino. Perch sono qui per questo. Ma quando siamo
a portata di voce  lei che parla per prima.
Ciao, frangine, dice. Sei venuta a riprendere il tuo vecchio lavoro?
Non dico niente, mi limito a fare cenno di no con la testa
e a sostenere il suo sguardo. Ma un attimo dopo lei alza
leggermente il mento, e capisco che si aspetta una risposta.
a va, Nise? le chiedo allora, con la voce pi affettuosa
che riesco a fare.
Abbastanza.
Un duro lavoro, dico bene?
Un lavoro che dura, ribatte.
 il nostro vecchio ritornello. Ci guardiamo ancora un
momento negli occhi, prima di unirci alla fiumana di operaie
che vanno a prendersi da mangiare in fondo alla strada.
E solo quando ci mettiamo in moto mi rendo conto che
sul suo viso traspare anche un'altra emozione. Che non 
di rabbia o insofferenza, di critica.
Perplessit. Ecco la parola giusta per descrivere la sua
reazione alla mia visita. Perch sei venuta?
Volevo sapere come stavi, dico. E adesso mangiamoci
una minestra.
Serviti pure, mi dice, e intanto mi scivola pi vicina,
come facevamo una volta, quando camminavamo quasi
spalla contro spalla.
Oggi c' minestra di patate. E bench non abbia idea
di quando ricever un'altra paga, faccio l'unica cosa giusta
da fare: ne offro una scodella alla mia amica.
Ci sediamo sul solito gradino, con le scodelle in mano,
senza guardarci, e per un attimo mi sembra che sia tutto
come prima. Per un attimo mi sembra che non siano passate
diverse settimane dall'ultima volta che l'ho vista. Invece
sono passate, sono trascorsi quasi due mesi dal nostro
incontro mancato. Cos dopo un po' le chiedo: Abiti ancora
in Rue Maitre-Albert?
No.
Vista la risposta secca, penso che non abbia intenzione
di aggiungere altro, invece fa un respiro e dice:
Adesso vivo da Toinette.
Avete preso una stanza insieme?
Stiamo a casa dei suoi genitori. Con suo padre, sua
madre e il suo fratellino.
E com'?
Non  male. E quasi come avere una famiglia. Anche
la nonna abita l. Dorme in un'alcova vicino alla stufa.
Fa una pausa, immerge il cucchiaio nella minestra, poi
dice: Con il vantaggio, rispetto a una famiglia, che non
sono miei parenti.
Scoppiamo a ridere. E mentre rido sento una fitta di dolore.
Anche io e E. ridiamo, certo, ma non rido con lui come
rido con lei. Come rido con lei ancora adesso. Ancora adesso.
Dimmi la verit: che ti succede? mi chiede Nise a
quel punto, guardando dritto davanti a s, sopra la scodella,
senza girarsi verso di me. Si pu sapere perch sei venuta?
Potrei dire diverse cose, e dirle in vari modi. Volevo
sapere come stai, le rispondo infine. Mi manchi.
Ma nel momento stesso in cui pronuncio queste parole,
che pure sono le pi sincere che potessi dire, so di stare
mentendo. Perch se dipendesse da me, sarei nello studio
di E. in Rue Guyot. Sarei l con lui, anzich su questo
gradino con lei.
La osservo di profilo, un profilo che mi  familiare quasi
quanto il mio. Quando si gira verso di me, per, il suo
volto non esprime n la rabbia di prima, n insofferenza o
perplessit. C' solo tanta stanchezza nei suoi occhi.
Ti ha lasciata? E questo il motivo per cui sei qui?
No. Forse. E morto suo padre. E andato via. Non so
per quanto tempo.
Pensi davvero di significare qualcosa per lui?
Le sue parole vanno a segno. Ha tutto il diritto di chiedermelo:
lo conosce e sa a che gioco giocava. E conosce
me. Soprattutto, conosce me.
Penso di significare qualcosa per lui, rispondo.
Anche se non so esattamente che cosa.
Nise mi fissa senza dire niente, poi distoglie lo sguardo.
Tanto non avrebbe niente da dire. Comunque non sono
venuta per quello per parlare di lui. Sono venuta per
vedere lei. Se c' qualcosa di vero in tutto quello che ho
detto,  senz'altro questo: sono venuta per vederla, per sedermi
su un gradino con lei, spalla contro spalla. Per
scolarmi una minestra con lei.
Invece io credo che ti sia andata male, dice poi Nise,
sempre continuando a guardare il vuoto davanti a s.
Credo che sei qui solo perch lui ti ha lasciata.
Ero gi venuta. Eri insieme a Toinette. Ero pentita
di averti detto una bugia.
Anche se  di profilo, vedo che scuote la testa.
A me lui non interessava tanto come a te.
All'inizio s, per.
Pu darsi. Ma alla fine no. Non abbastanza da mentire
per lui.
Non avevo intenzione di mentirti.
Per l'hai fatto.
Lo so, dico. Mi dispiace.
Fa lo stesso, ribatte lei. Le tue scelte non sono
affar mio.
Ci rialziamo per riportare i cucchiai e le scodelle vuote
alla marchande. Li riconsegniamo e torniamo indietro verso
il cortile di Baudon.
Che cretinata ho detto, appena ti ho vista! esclama
Nise quando siamo a un passo dal laboratorio, e questa volta
guardandomi in faccia. E ancora una volta sento formarsi
intorno a me uno spazio speciale creato dal suo sguardo.
I suoi occhi mi fanno sempre questo effetto.
Ma sul serio ho pensato: C' Louise. Forse vuole
tornare a lavorare qui.
Se ne avessi bisogno, perch no, ribatto.
Non  vero. Ormai te ne sei andata, e sei abbastanza
intelligente da startene lontana. Perci non tornare. Noi
due siamo come il fumo, ricordi?
Era un nostro vecchio modo di dire: quando ci davamo
da fare a conoscere gente, girando tutta la citt, escogitando
sempre nuovi modi di scroccare una cena, dicevamo
che eravamo come il fumo, che entra ed esce
dappertutto.
Anche volendo, non potresti tornare, aggiunge
poi Nise, accennando con il mento all'entrata di Baudon.
Non sei pi la stessa. Non reggeresti pi questo lavoro.
Non ribatto nulla. Non le dico che mi rimane poco denaro
o che ancora ieri mattina avevo preso in mano il brunitoio.
Non ho neanche voglia di dirle che reggerei tranquillamente
il lavoro.
La abbraccio, invece. Odora di metallo, di acqua saponata
all'ossido di ferro e di lei, che vuol dire un misto di
capelli, pelle e sudore. Odora come odoravo io. L'abbraccio
mi fa ripensare a quando si allontanava da noi due da E. e da me. Penso di nuovo a come io avrei accettato
un rapporto a tre se lei fosse stata d'accordo. Se avesse
voluto anche me.
Prima che si allontani anche adesso, le dico: Je pense
fort  toi.
Immaginavo mi dicesse che anche lei sente la mia mancanza
come mi sembra di intuire invece non dice una
parola e si avvia verso l'ingresso di Baudon. Un attimo
prima di entrare, per, si gira.
Abito da Toinette! Non lo dimenticare! mi grida.
Ed  come un filo di luce che filtra sotto una porta chiusa.
...
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...
CAPITOLO 59.
...
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...
Il giorno dopo, per non pensare alla colazione, vado alla
Maison du Pastel in Rue du Grenier Saint Lazare. Ero venuta
qui una volta per comprargli dei colori e da allora mi
era rimasto il desiderio di tornare. Oggi mi basta vedere
la scritta gialla sulla vetrina per sentirmi meglio.
PASTEL POUR ARTISTES
TENDRES
DEMI-DURS
DURS
COLIERS
CONIQUES
Nel negozio ci sono centinaia di cassetti e ripiani di legno
stracolmi di pastelli. Per vederli non c' bisogno di
chiedere a qualcuno di aprirti i cassetti: il loro assortimento
 tutto esposto su una parete, su pannelli a cui sono incollati
i btonnets, i bastoncini veri e propri. Al centro i
pastelli, in tutte le loro sfumature di colore, circondati da
quattro cerchi di colori, con i cilindretti pi sottili all'interno
e quelli pi grandi e conici all'esterno.
 il bello dei pastelli: il colore non  nascosto dentro un
tubetto, come nelle tempere. Perci riconosco:
il colore del selciato;
il colore della mia stanza a mezzanotte e alle cinque di
pomeriggio;
il blu delle campanelle rampicanti e il blu della speronella,
insieme al verde delle loro foglie;
il verde scuro del cedro di E.;
il rosso brillante delle ciliegie nel quadro del ragazzo e
il rosso scuro degli stessi frutti nel mio;
il colore del caff, nonch quello del caffelatte;
il verde dei miei stivali;
il colore delle nuvole, che non  n grigio n azzurro,
bens verde chiaro;
il giallo chiaro delle spugne;
il viola scuro del suo panciotto;
il colore dei miei capelli.
Mentre sono l che guardo i pastelli, penso che se dovessi
usarli sul serio mi servirebbe un'ampia gamma di colori:
un arcobaleno, un bouquet. Ma il modo in cui li hanno sistemati
nel negozio colore per colore, gradazione per gradazione
 il pi bello di tutti. Si capisce come un singolo
colore cambi con l'aggiunta di un po' di nero o di bianco.
E il giorno in cui sono venuta a prendere i btonnets che gli
servivano ho visto che i colori sono suddivisi per cassetto,
e ogni cassetto ne contiene tutte le gradazioni, disposte per
riga e per colonna, partendo dalle pi scure in basso a sinistra
e salendo su verso le pi chiare. Come una famiglia in
cui i musoni stanno in basso e i cuor contento in alto.
Quando l'uomo dietro al bancone mi chiede se ho portato
una nuova lista di colori per monsieur, faccio no con
la testa.
Nessuna lista, oggi. Volevo solo vedere i colori, dico,
e l'uomo annuisce. Annuisce come se fosse la cosa pi
normale del mondo che una ragazza come me squattrinata
e con un vestito rattoppato vada l semplicemente
per rimirare i suoi colori.
Mi volto per uscire dal negozio, ma mentre getto un'ultima
occhiata ai ripiani scorgo sul bancone una scatoletta
di legno, lasciata senza coperchio per mostrare i pastelli
che contiene. Mi avvicino e vedo che sono tutti blu. Sette
btonnets, sette gradazioni della stessa famiglia di blu, tutti
dentro una scatoletta grande come il palmo di una mano.
Bleu outremer, mi dice l'uomo, notando il mio interesse.
Sentendo queste parole mi viene subito in mente la
scatola di pastelli di E., tutt'altro che lussuosa. Non ha
un fermaglio di ottone, e non c' pi un solo btonnet ancora
avvolto nella carta. Sono tutti rotti e in frantumi, alcuni
ridotti a un mozzicone. In questa scatola malridotta
E. non tiene solo qualche sfumatura di bleu outremer, ma
anche carmin, vert pomme, violet irisjaune orang brillant,
rouge caputine, cadmium orang, jaune d'or e vert fort. Sono
i colori che gli mancavano e che erano nella lista con
cui mi aveva mandato al negozio l'altra volta e che io ho
conservato e infilato al fondo del mio album da disegno.
Rimango zitta e mi limito a fare un cenno con la testa,
cercando di fissare ogni particolare nella memoria. Non
solo le varie sfumature di blu, ma l'immagine che offrono
nella scatola: come di tanti uccellini o gioielli o forse fiori, non saprei.
Con questa immagine davanti agli occhi esco dal negozio.
Pensando a tutti quei blu nella loro bella scatolina
con il fermaglio di ottone pezzettini di cielo che mi starebbero
in una mano non sento pi n fame n paura.
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CAPITOLO 60.
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Da Rue du Grenier Saint Lazare prendo Rue Rambuteau per arrivare in Rue Pirouette. Vedo la calca intorno alla marchande prima di vedere lei sul trottoir, sul marciapiede, sotto un tendone.
 seduta fra quattro pentoloni e riempie i piatti attingendo a quello di fronte e lei, l'unico senza coperchio. Per dieci sous si ha diritto a un pezzo di pane e un mestolo di minestra.
 sempre soupe du matin, ma sono arrivata tardi e mi becco il fondo della pentola, dove la crema vellutata  pi spessa e mista a pezzetti di cavolo e porro. Arrivando avevo sentito l'odore di cavolo della minestra, talmente forte da diffondersi in tutto l'isolato, ma adesso non lo sento pi. Le uniche cose che percepisco, mentre sono l che mangio in piedi, sono la bocca piena e il liquido caldo che mi scende in gola.
Tre operai con il grembiule e il berretto trangugiano la minestra accanto a me.
Quando ho finito consegno la scodella al vecchietto seduto vicino alla marchande, impegnato a lavare ininterrottamente stoviglie e cucchiai in un secchio di legno. Finisco prima di tutti gli operai.
Il primo pasto della giornata, e forse l'ultimo. Avrei dovuto consumarlo con pi calma. Avrei dovuto fare come gli operai, che non mangiavano in fretta come me per il timore di lasciare troppa minestra sui baffi.
...
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CAPITOLO 61.
...
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Quando torno a casa Madame Gaillard mi comunica
che  venuta una persona a cercarmi.
Non monsieur. Un altro uomo, dice, scrutandomi.
Ha lasciato un messaggio? chiedo, facendo la voce
indifferente.
Senza aprire bocca, la signora mi consegna una lettera,
di carta pesante, scritta in una calligrafia che mi sembra
vagamente di riconoscere. Sono interdetta, ma non lascio
trasparire nulla. Aspetto di essere in camera per aprire la busta.
La lettera  di Alfred Stevens.
Che  stato pregato di passare da me, che aveva preparato
questo biglietto nell'evenienza che non fossi a casa, che
 felice della fiducia dimostratagli dall'amico e, cos spera,
da me e che se sar cos cortese da passare l'indomani al
suo studio mi pagher, con il mio permesso, lo stipendio.
Che  sentitamente mio.
La lettera  troppo gentile per essere vera, ma lo ,
com' vera la conferma dell'indirizzo dello studio, al 18 di
Rue Taitbout, e la presenza di un altro biglietto da visita
di Stevens. Sono cos contenta di questo denaro in arrivo
che mi gira la testa. Ma no, penso subito dopo, la testa mi
gira perch oggi ho mangiato solo un piatto di minestra
per la strada, che mi sono fatta bastare per pranzo e per
cena, non sapendo se avrei dovuto far durare pi a lungo
la mia riserva di denaro.
La lettera fuga tutti i miei timori. L'ha scritta Stevens,
ma ovviamente viene da E. Passato lo stordimento, mi rendo
conto di una cosa: che con quello che gli  capitato, ha
trovato un momento per pensare a me. E questo non vale
meno dei soldi annunciati. Malgrado la fame, sono perfettamente
in grado di capirlo.
Metto via la lettera e vado da Raynal. L per l ho la
tentazione di ordinare una costoletta, ma non lo faccio:
meglio navigare a vista, finch non vedo il denaro. E poi
penso che il maitre avrebbe uno shock se ordinassi una cosa
diversa dalla minestra.
Ce l'avrei anch'io, uno shock.
Lo studio di Stevens in Rue Taitbout  un altro mondo
rispetto a Rue Guyot.
Tanto per cominciare  molto pi pulito. Qui non c'
nessun vecchio secchio per l'immondizia vicino alla porta
sul retro, e nessuna credenza sgangherata in fondo alla
stanza con del vino, una forma di pane e qualche stoviglia
spaiata. Questo studio  una vera casa, con mobili veri: a
parte la dormeuse d'ordinanza, anche sedie in cui mettersi
comodi, un bello specchio alla parete e un tavolino all'ingresso
dove i visitatori possono lasciare il biglietto da visita.
Stevens  ricco, quindi. Ma  completamente diverso
anche come persona.
Appena entro mi d una busta sigillata contenente denaro,
per la mia tranquillit. Non so quanti soldi ci siano
dentro, ma  pesante, pi di quanto mi aspettassi. La poso
sul tavolino vicino alla porta insieme al mio scialle, poi Stevens
mi fa visitare lo studio, indicandomi alcuni oggetti a
caso: qualche ninnolo grazioso, qualche quadro appeso alle
pareti. Sono sicura che qualunque cosa dicessi mi ascolterebbe
infatti mi ascolta quando dico che carino! ma il
punto  che non so che cosa dire e deve reggere lui l'intera
conversazione, e la infarcisce di tanti di quei complimenti
che non so a che cosa appigliarmi per parlare.
E non so a che cosa appigliarmi neppure davanti ai
suoi quadri. Sono quasi tutti ritratti, quasi esclusivamente
di donne, e tutte con l'aria dolce e sognante. Perfino il
quadro di un gruppetto di donne in lacrime su un divano
produce un'impressione piacevole. Il che mi pare illogico,
perch una persona che piange non pu essere cos bella.
Cos chic. E se mi allontano di un passo e guardo i quadri
nel loro insieme, noto che le persone ritratte hanno sempre
la testa leggermente reclinata. Non guardano mai lo
spettatore dritto negli occhi o, se lo fanno, hanno immancabilmente
un'espressione di fiduciosa attesa, o un sorrisetto
divertito, o la faccia rapita.
Non c' una sola persona brutta o ordinaria nei quadri.
Nessuno che potrebbe lavorare da Baudon.
E mi viene in mente quel che mi aveva detto E. a proposito
della pittura di Stevens, cio che cerca di compiacere lo
spettatore. Ma il punto  che anche i personaggi dei suoi
quadri vogliono compiacerlo. Mi trovo da poco in questo
ambiente bello e lussuoso, e mi sento gi a disagio e fuori
posto.
Chiss se un giorno mi farete la cortesia di posare per
me, mi dice Stevens.
Avremo senz'altro occasione, ribatto, ma nell'istante
stesso in cui le pronuncio le mie parole mi suonano false,
come se non mi appartenessero.
Quando vous voulez, o vous voulez, dice Stevens.
Comme vous voulez. Quando, dove e come voglio.
Poi mi accompagna al tavolino d'ingresso, mi aiuta a
mettermi lo scialle anche se non ho alcun bisogno di aiuto,
e per la seconda volta mi porge la busta con il denaro.
Era preoccupato per voi, mi dice. Significate molto
per lui.
E io ero preoccupata per lui, ribatto. Significa
molto per me.
Sono certo che si far vivo presto. Non pu stare
troppo a lungo lontano dal suo lavoro.
Spero che abbiate ragione, dico.
Mi d un bacio sulle guance e in quell'attimo di intimit
lo bacio anch'io. Sulle labbra, per. Un tocco lieve.
Quando arretra capisco dai suoi occhi di averlo sorpreso,
il che era esattamente il mio scopo. Al di l del suo
eloquio e dei suoi modi forbiti, che sono pi forti di lui,
sono sicura me lo sento che la sua cortesia nei miei
confronti  sincera. Dietro tutte le sue smancerie intuisco
un fondo di verit.
Grazie di essergli, ed essermi, amico, gli dico. Sul
momento le mie parole mi sembrano stonate, pi nello
stile di Stevens che nel mio. Ma le ho pronunciate io, e le
penso veramente.
Lui allora fa un inchino. Incredibile ma vero. E non
provo pi disagio per il denaro, per quel che ho appena
detto e per ci che penso dei suoi quadri. Credo di aver
capito qualcosa di lui. Non so esattamente che cosa, ma
qualcosa ho capito.
Un ultimo saluto ed esco.
Quando sono di nuovo nella mia stanza di Rue La
Bruyre e apro finalmente la busta scopro che contiene cinquanta
franchi, non i soliti venticinque settimanali. Non
so se vengano da E. o da Stevens, ma mi aveva colpito il
modo in cui quest'ultimo aveva detto Quand vous voulez,
o vous voulez. Comme vous voulez. Alla sua espressione mentre lo diceva.
Non posso sapere con certezza da chi provenga il denaro, e comunque non  questo il punto. Il punto  che devo farlo durare abbastanza.
...
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...
CAPITOLO 62.
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...
Chre Victorine,
spero che tu stia bene e sia serena. Stevens mi ha detto che sei passata da lui, il che mi ha molto rassicurato.
Ancora due giorni di impegni familiari e poi dovrei essere libero. Se sei d'accordo, verrei a trovarti nella tua cameretta. Voglio riposare sul tuo letto.
E.
Mi  arrivato questo biglietto. Non una parola sulla morte di suo padre e sul suo lutto. Pi del contenuto scritto,
per, mi colpisce il disegno in fondo alla pagina, un foglio di carta strappato dal suo carnet.
Sotto l'iniziale del nome sono disegnati un uomo e una donna su una dormeuse. Di lei si vedono solo la schiena e il sedere perch  raffigurata di spalle. E in ginocchio, a cavalcioni sopra l'uomo, leggermente piegata in avanti.
Lui ha le mani sulle sue chiappe, e data la posizione della donna si vede il punto in cui le entra dentro. La base dell'uccello in erezione.
Lei ha i capelli raccolti sulla testa come i miei, e lui  sdraiato sulla schiena e si vede che ha la barba. Ma capisco che siamo proprio noi per altri due particolari: mi ha fatto i piedi sporchi, e ha tratteggiato una piccola cicatrice sull'uccello che mi sta infilando dentro.
...
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CAPITOLO 63.
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...
Quando torna a trovarmi fa esattamente come aveva
detto: si distende in camicia e pantaloni sul letto.
Ho bisogno di dormire, dice.
Dormi pure.
Vieni qui con me, in sottoveste.
Mi spoglio e mi sdraio accanto a lui. Non pensavo che
avrei avuto sonno, invece mi addormento. Dopo un po'
che dormiamo, non so quanto, mi sveglio perch lo sento
muoversi.
Ti dispiace andare a prendere qualcosa da mangiare?
mi chiede.
Mi alzo e mi metto il corsetto e il vestito. Mentre mi
infilo gli stivali mi indica con la mano la pila di monete
che si era tolto dalla tasca prima di coricarsi. Prendi un
po' di soldi, dice.
Non mi servono, dico io. Mi hai pagata.
Non essere sciocca. Dai.
Allora prendo qualche moneta ed esco a comprare un
po' di pane e formaggio, del vino e una torta di mele.
Quando torno, per, non lo trovo pi disteso sul letto
a riposare. E in piedi davanti al tavolo con tutti i miei
acquerelli sparpagliati sotto gli occhi. Le speronelle ingarbugliate
e le macchie di lill. Il mio autoritratto con
la pelle blu.
Gira la testa per guardarmi, e rimane parecchio tempo
fermo cos. A torso nudo, con addosso solo i pantaloni, il
mio ritratto in mano e gli occhi puntati su di me.
Per un po' mi lascio guardare, poi proseguo verso il centro
della stanza con il cesto delle vivande.
Me li avresti mai fatti vedere? mi chiede.
Perch avrei dovuto?
Dove hai preso i colori?
Erano dei vecchi tubetti, rispondo, che avevi buttato
nella spazzatura.
No, no, volevo dire: dove hai preso l'idea di usare
questi colori?
So benissimo che cosa mi sta chiedendo, certo che lo
so, ma la risposta  talmente banale che l per l sono tentata
di tenermela per me.
Poi per penso che sono stufa di tenere tutto per me.
Erano gli unici colori che avevo a disposizione, rispondo.
Perci ho usato quelli. E volevo dipingere una
cosa che potevo vedere. Cio me stessa. Nello specchio.
Quello l? mi chiede, accennando allo specchietto
appoggiato sul tavolo.
Annuisco, ma lui non commenta. Riprende semplicemente
a guardare il foglio, la mia pelle blu e i capelli verdi.
Poi indica un punto del disegno.
Questo, dove hai imparato a farlo cos?
Gli vado vicina e vedo che tiene il dito sulla spalla blu,
un cerchio sopra il braccio, che a sua volta  un cilindro,
nel punto in cui finisce la clavicola. I seni sono altri due
cerchi, la pancia  un uovo.
C' qualche volta nei tuoi disegni, rispondo. Un
cerchio al posto della testa e due tubi al posto delle braccia.
Per quel che  sembrato a me, naturalmente.
Tiene ancora un attimo in mano il mio autoritratto, poi
lo posa sul tavolo, appoggiato al muro vicino agli altri disegni.
Mi prende il cesto e lo tira su.
Ti procurer dei veri acquerelli, mi dice. Se li vuoi.
Tutta la scena  di una dolcezza insopportabile. Lui 
di una dolcezza insopportabile.
Ammutolita, comincio a togliere le cibarie dal cesto e a
metterle in tavola. Mentre prendo la torta, finalmente lo
guardo e dico: Non voglio tubetti nuovi, ne preferisco
di usati. Voglio poterli rovinare. Voglio cose che tu non
vuoi pi. Tranne, forse, della carta pi adatta.
Poi distolgo lo sguardo. Perch perfino io mi rendo conto
di aver usato un tono di voce strano, duro e metallico.
Sono scombussolata, ma non solo per l'offerta dei colori.
Per tutto quanto. I giorni in cui non c'era e non sapevo
dove andare. L'ansia per la mancanza di soldi. Tutto
quanto insieme.
Devo rendergliene merito: a questo punto lui tace. Non
mi interroga pi sui miei acquerelli verdi e blu. Non mi
domanda pi che cosa voglio.
Si siede sul letto, io mi metto sulla sedia, e mangiamo.
Solo quando abbiamo quasi finito il pane riesco finalmente
a dirgli che mi dispiace per suo padre.
Qualche anno fa aveva avuto un attacco di cuore ed
era semiparalizzato, mi dice. La sua morte  stata una
benedizione.
 triste lo stesso.
S,  vero, dice.
Dal tono della sua voce capisco che non vuole che torni
sull'argomento. Ma forse la verit  che noi due siamo
pi bravi a stare insieme in silenzio, dentro una stanza,
che parlando. Come facciamo sempre. Poco dopo, per,
lui mi dice: Sono contento che sei andata da Stevens.
Ero in pensiero per te.
 andato tutto bene, rispondo.
Mi ha domandato un'altra volta se saresti disposta a
posare per lui.
Potrei. Quando avrai finito il quadro a cui stai lavorando.
Non sarai libera nemmeno allora. Ho gi in mente un
nuovo progetto. Un altro nudo.
Come quello di adesso?
Diverso. Seduto, con altre figure. Due donne e due
uomini. Une partie carre. Uno scambio di coppie.
Tutti nudi? Tutti e quattro?
Solo tu.
Sono tentata di dirgli che mi ricorda un po' la sua fantasia
con me e Nise insieme, ma non voglio sapere chi sarebbe
il secondo uomo. Prima che dica qualunque cosa,
comunque, parla lui: Adesso dimmi se ti  piaciuto il disegno
che ti ho mandato.
Mi  piaciuto, s.
Si toglie le briciole dalla barba, mi tende le braccia e
mi tira verso di s.
Bene, dice, e poi mi chiede che cosa voglio, dove lo
voglio e come lo voglio.
Una frase talmente simile a quella che mi ha detto Stevens
l'altro giorno nel suo studio, che mi chiedo se non si
siano messi d'accordo. Mi faccio la domanda e mi rispondo
che non me ne importa niente.
E gli dico che cosa voglio.
...
.
...
CAPITOLO 64.
...
.
...
Alla fine decide che il ginocchio deve restare gi.
Negli schizzi preparatori c'era sempre una donna distesa
con un ginocchio piegato.
Adesso dice che non va bene.
 un'inutile ritrosia, mi dice. O  un nudo, o
non lo .
Perci mi fa allungare tutte e due le gambe sulla dormeuse,
con quella dietro incrociata su quella davanti all'altezza
delle caviglie. Senza pensarci, metto l'unica mano
libera in mezzo alle cosce.
No, mi dice. Non puoi farti schermo con la mano.
Voglio vedere le dita, tutte quante.
Pensavo di dover nascondere il pube, ribatto.
Al contrario. La mano richiama l'attenzione su quel
punto.
Ed  questo che vuoi? Attirare l l'attenzione?
Esatto. Come se ti stessi toccando.
Perci sposto la mano. Ma per ottenere il risultato che
vuole lui devo metterla nel posto giusto. Allungo le dita
e mi tocco, continuando a fissarlo, mentre lui fissa me.
Dopo un po' dico: Adesso qualcuno mi interrompe.
Devo smettere.
E muovo per l'ultima volta la mano. Senza spostarla da
l, tolgo le dita dal bagnato e le appoggio sulla coscia. Non
so che cosa ne venga fuori, ma per lo meno  realistico. Per
lo meno sul mio viso c' la giusta espressione.
ay est, ci siamo, dice lui.
Resto in posa cos.
Ho quasi finito di rivestirmi, quando mi dice che il lavoro
 finito.
 ora di prenderne le distanze, dice, allontanandosi
di un passo per guardarlo. Di mettere via i pennelli.
Immagino, a quel punto, di poterlo vedere. Di finire di
abbottonare gli stivali, avvicinarmi alla tela e vedere il quadro
dall'altra parte, quella che mi  sempre stata nascosta.
Anche se non parlo, probabilmente lui capisce a che
cosa sto pensando, perch dice: La prossima volta che
vieni te lo far vedere. Je te promets.
So che sarebbe inutile protestare.
E domani non avr bisogno di te, aggiunge. Sarai
contenta di avere una giornata tranquilla.
 un modo garbato per dirmi che posso prendermi un
giorno libero. Resta il fatto che  lui a decidere se posso o
non posso guardare, o se devo starmene un giorno a casa.
Cos gli dico: Veramente quello stanco mi sembri tu.
Vuoi prenderti un po' di riposo?
Mi piacerebbe. Vorrei riuscire a dormire. Ma non
posso spegnere il cervello proprio adesso.
Cos capisco che non passer la giornata di domani a
dormire o riposare, o a pranzare con suo figlio e la madre
di suo figlio. La passer qui, a studiare il quadro, camminando
su e gi, avanti e indietro. Il che succede spesso
anche quando ci sono io. Ma domani sar libero di farlo a
piacimento senza sentirsi osservato.
E perch, poi, non dovrebbe? Il quadro  suo. Raffigura
me, ma appartiene a lui. Non solo perch  il proprietario
dello studio e di tutto quello che contiene, ma perch
 il suo lavoro.  lui che si tormenta per il quadro e che
ci perde il sonno. Mentre sono ancora immersa in questi
pensieri, e rifletto su quanto il suo lavoro significhi per lui,
E. mi dice una cosa che mi riporta alla realt.
Puoi andare da Stevens, se ti fa piacere. Posare per
lui. Gli faresti un favore.
Aspetto un secondo, poi ribatto: Perch un favore?
Perch credo che abbia bisogno di una scossa.
E perch avrebbe bisogno di una scossa?
Potresti riuscire a togliergli quella patina di perbenismo
dietro cui si rifugia.
Lo guardo sorpresa, ma non se ne accorge. Sta riordinando
e non vede che lo guardo, che sto scuotendo la testa.
C'est drle, gli dico. Poi, visto che continua a non
darmi retta, continuo: Tu sais? C'est drle.
Che cosa c' di tanto buffo?
Tutto.
Tutto cosa?
Stevens  tuo amico ma ne parli come se fosse nella
tomba, rispondo. Mi dici che posso prendermi un giorno
libero, ma vuoi dirmi tu come occuparlo. C'est drle.
Lo osservo un secondo per essere sicura che mi stia
guardando, poi giro gli occhi. Che sia lui, per una volta,
a interpretare la mia espressione.  bravissimo a cogliere
ogni minimo cambiamento, ogni segnale nascosto. O forse
distolgo lo sguardo perch non mi va di vedere la sua,
di espressione. Non ho mica capito perch mi vuole spedire
a fare la modella da Stevens, o come pensa che potrei
aiutare il suo amico.
Non sei obbligata ad andare da Stevens, mi dice.
Decidi liberamente.
Sicuro?
Certo.
Mi viene il dubbio, allora, che si senta responsabile nei
miei confronti. Forse ha capito che ogni tanto, quando non
vengo a posare per lui, mi sento un po' persa. Pu darsi
che non voglia sobbarcarsi questa responsabilit da solo.
Forse mi vuole mandare dal suo amico proprio per fare in
modo che io non dipenda solo da lui.
L'unica cosa che so  che le sue parole mi agitano. Non
capisco se devo prenderle come un consiglio o una richiesta.
O qualcos'altro ancora.
Un giorno solo, per, aggiunge. Come sai ho un
nuovo progetto in serbo per te.
Scruto il suo viso in cerca di qualche altro indizio, ma
non vedo proprio niente solo affetto e stanchezza. Allora
scaccio via i cattivi pensieri. Mi convinco che devo prendere
le sue parole alla lettera. Posso andare da Stevens.
Sono libera di andarci, se mi fa piacere.
Eppure percepisco, mentre ci salutiamo con un bacio,
un velo leggero che ci separa, e che ho gi sentito altre volte.
Scompare quando andiamo a letto insieme, quando mi
disegna o dipinge, quando siamo nella mia stanza o quando
camminiamo sui boulevard. Non pi tardi di oggi pomeriggio,
mentre avevo la mano spalancata sopra il sesso
e le dita bagnate di me, non c'era.
Ma adesso c', e ci separa, e assomiglia agli schermi attaccati
ai pannelli di vetro del tetto nello studio di Moulin,
che facevano passare la luce e allo stesso tempo la attutivano.
Il velo  comparso dopo tutti i discorsi su Stevens e
perch me ne sto andando via. Perch lui sta gi pensando
a che cosa far nelle prossime ore.  assorbito dal quadro
e da parti a me ignote della sua vita.
A onor del vero anch'io non gli lascio vedere tutta me
stessa. E proprio un momento fa, quando mi ha detto:
Potresti andare da Stevens, ho tirato su un muro. Non
capivo il perch delle sue parole. Sembrava che mi volesse
imprestare all'amico. E ho sprangato l'accesso a una
parte di me.
Quindi il velo c' anche perch l'ho voluto io.
Andando verso casa penso e ripenso a tutto quanto, finch
mi dico che la devo smettere. Posso decidere domani
se andare o no da Stevens. Non sono obbligata a stabilire
oggi che significato hanno le parole di E., o quale vorrei
che avessero.
C' un'altra questione, piuttosto, su cui voglio riflettere,
cio l'importanza che E. d alle cose che fa nel suo studio,
di cui io non ho un'esperienza analoga. So cosa vuol
dire amare una persona, ma non una cosa, e non cos tanto.
Mi ha detto che sono la sua modella preferita, son modle
de prdlection, ma nel senso che gli piace dipingermi, non
perch tiene a me. Se dipingesse solo le cose a cui tiene,
dipingerebbe la madre di suo figlio, a cui si sente legato,
o suo figlio, che ama. E forse in effetti li dipinge. Ma se
le cose a cui teniamo si giudicano dal tempo che dedichiamo
loro, allora E. d al suo lavoro in studio la stessa importanza
che d a suo figlio e a sua madre. Proprio questo
mi sfugge: che cosa voglia dire amare qualcosa una cosa
a tal punto.
Non amavo il mio lavoro da Baudon. Me ne piacevano
alcuni aspetti ed ero abbastanza brava, ma niente di
pi. E mio padre, ciseleur con attrezzatura personale, era
ben contento di starsene a casa con mia madre o andare a
bere con gli amici. Quando faceva altro, al lavoro non ci
pensava proprio. E mia madre cuciva perch conosceva il
mestiere, perch era l'unica attivit da cui avrebbe potuto
guadagnare dei soldi.
Quando svolto in Rue de Clichy e vedo la scritta celeste
Imprmere sul fianco di un palazzo, per, mi rendo
conto che in realt c' una cosa che amo. Non una persona,
ma una cosa.
Amo i colori.
Amo l'azzurro del mio vestito, il verde dei miei stivali,
il viola e il verde dei fiori e delle foglie perfino il nero
del nastro di cui mi sono appropriata nello studio.
Pu darsi che non sappia amare cos tanto qualcosa
come lui, ma una cosa la so: quando mi innamoro di un
colore comincio a vederlo dappertutto e a pensarci in
continuazione. Ci penso talmente tanto, che non solo lo
vedo praticamente dovunque poso gli occhi, ma avendolo
stampato in testa ci penso anche quando non lo vedo
da nessuna parte.
In questo momento sono innamorata del rosso scuro
rosato delle barbabietole, che  lo stesso colore dei lamponi
ma non delle fragole.
 il colore di alcune marmellate, della pietra del suo
fermacravatte e dell'insegna della Maison Idoux, Magasin
de vins in Rue Bianche.
Alla Maison du pastello chiamano viola fucsia ed  il
pi scuro della sua famiglia di btonnets.
E per un attimo penso che anche questo amore per i colori
potrebbe venirmi da lui. Ne parla talmente tanto! Di
come sia importante accostarli nel modo giusto o di come
un certo quadro possa richiedere la presenza di una certa
sfumatura di colore, che pu comparire sotto forma di
guanto o di scialle, non importa, purch ci sia.
Un attimo dopo, per, penso che no, non  affatto cos.
Non mi ha dato lui l'amore per i colori, n i colori stessi.
Li conoscevo gi ben prima di conoscerlo.
Erano negli scampoli di stoffa e di nastro che mia madre
sparpagliava dappertutto mentre cuciva. Nei vestiti e soprabiti
della Belle Normande. Nelle campanelle rampicanti
che la madre di Nise coltivava fuori dalla finestra della
sua cucina. Perfino nelle etichette delle scatole di candele
con cui Nise e io illuminavamo la nostra stanzetta di Rue
Maitre-Albert. Erano negli stivaletti verdi e nello scialletto
color rame della puttana, che ho amato in quanto regali
e nessuno me ne aveva mai fatti prima ma soprattutto
per il loro colore. Vert meraude et cuivr'e.
Forse lui mi ha dato le parole per dire i colori e le ragioni
per considerarli importanti, e forse  grazie a lui che
mi sono resa conto di amarli. Ma non mi ha dato i colori.
Quelli li avevo gi dentro.
...
.
...
CAPITOLO 65.
...
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...
La mattina dopo, al mio risveglio, l per l penso di prendere
il mio carnet e andare a disegnare da qualche parte.
Poi l'album lo prendo lo stesso, ma per andare in tutt'altra
direzione.
In Rue Taitbout.
Una volta arrivata l, tuttavia, non mi fermo al numero
18 ma proseguo oltre.
Perch in realt il tragitto da casa mia in Rue La Bruyre
a qui  molto breve. Perch ci sono arrivata talmente in
fretta che non ho avuto il tempo di riflettere e prepararmi
mentalmente. Cos proseguo fino al Boulevard des Italiens,
poi prendo Rue Laffitte fino a Rue de la Victoire.
Perch lo so che mi ha detto lui di andare da Stevens,
ma continuo a non esserne convinta. Mi sembra sbagliato.
Sleale. Poi, mentre percorro Rue de la Victoire, ho
un'intuizione.
Sono una modle de profession e la mia professione ,
appunto, di posare per gli artisti.
Non so di preciso perch mi abbia mandata dal suo
amico, o che cosa dovrei fare, secondo lui, per dargli una
scossa, ma non importa. Mi ha detto che avrei potuto andare
da Stevens se mi avesse fatto piacere, e quindi sono
libera di farlo.
Perci torno indietro verso Rue Taitbout perch  una
mia decisione. Ho deciso io di andare nello studio del pittore
Alfred Stevens.
Non so chi dei due sia pi nervoso, fra Stevens e me.
Mi accoglie affabilmente, perfino calorosamente, ma
dalla sua faccia si intuisce che non ha la minima idea del
perch mi trovi l E questo mi fa capire che E. non l'aveva
avvertito in anticipo e che la sua era stata veramente
un'idea estemporanea. Nient'affatto una richiesta.
Quando arriva il momento di spiegare a Stevens il motivo
della mia visita sono impacciata e non so che cosa dire.
Poi decido che  meglio evitare ogni giro di parole.
Manet mi ha proposto di passare a trovarvi, dico.
Ho la giornata libera.
Molto gentile da parte vostra, e sua.
Sarei lieta di posare per voi, se volete.
Adesso?
Se volete, rispondo. Ma possiamo fare un'altra
volta.
Stevens rimane un istante a osservarmi, un istante solo,
poi mi dice: Certo, Mademoiselle Meurent, sarei contento
di fare qualche disegno. Ma solo se avete tempo.
Ho tempo. Dove volete che mi metta?
Andr benissimo su quella sedia laggi.
Mi avvicino alla sedia che mi ha indicato, con lo schienale
rigido e un cuscino di velluto rosso. Poso la borsa l
accanto sul pavimento e comincio a fare il mio lavoro.
Mi siedo e poso.
Non so quanto rimango in questa posizione, ma so che
con Stevens il tempo trascorre in modo diverso che con lui.
Non seguo nessun filo di pensieri: cerco solo di svuotare
la mente. Un pensiero, per, non lo posso scacciare, e cio
che posare davanti a uno che non conosco  un'esperienza
completamente diversa dal posare per lui, che era gi mio
amante prima che cominciasse a disegnarmi, che conosceva
il mio corpo prima ancora di dipingermi.
Questa ammissione mi porta a fare un altro passo avanti.
Imparo la seconda lezione di oggi. Una modle de profession
posa per gli estranei, non per gli amanti. O magari anche
per gli amanti, ma non necessariamente. La situazione
fuori dal comune non  questa, con Stevens, ma la nostra.
Adesso che l'ho capito riesco finalmente a rilassarmi.
Mi spingo pi comodamente indietro sulla sedia, tengo la
schiena dritta e le spalle morbide. Probabilmente cambio
postura o espressione, perch sento che Stevens prende
un altro foglio.
Dopo un po' dico: Volete che faccia qualcosa di particolare?
Che assuma una posa diversa?
A lui come piace disegnarvi? mi chiede Stevens.
Sto per dirgli che nel primissimo disegno mi allacciavo
la giarrettiera. Che fa schizzi su schizzi del mio seno.
Che qualche volta mi fa sedere sul tavolo da lavoro,
si mette di fronte su uno sgabello basso, e mi disegna le
cosce e il sesso.
Invece gli dico: Gli piace disegnarmi mentre mi sciolgo
i capelli o me li raccolgo sulla testa.
Fate cos, allora. Perfetto.
Allora mi levo lentamente le forcine e rimango per un
bel po' di tempo con le braccia alzate. Quando non sento
pi il rumore della matita sul foglio tolgo le mani, lascio
ricadere i capelli sul collo e giro gli occhi dall'altra parte.
Dopo un po', quando di nuovo non sento pi il grattare
della matita sulla carta, prendo qualche ciocca di capelli,
la sistemo sulle spalle e cambio posizione sulla sedia per
mostrare le spalle e il seno da un'altra angolazione.
Mi muovo sempre molto lentamente, metodicamente,
senza sapere se Stevens abbia disegnato ogni singolo passaggio
o solo qualcuno.
Ma non importa. Il mio compito  di posare, non di decidere
che cosa sia meglio.
Quando Stevens mi chiede se posso mettermi in piedi
rispondo: Certamente.
Volto lo sguardo nella direzione che mi indica e sento
la sua matita grattare sul foglio per molto tempo. Un
po' per via di questo suono, un po' perch in piedi sono
pi a mio agio che seduta, per la prima volta da quando
ho messo piede qui comincio a pensare ai fatti miei, come
quando poso per E.
Per qualche ragione penso a mio padre, a un giorno in
cui mi aveva portata con s a raccogliere lumache vicino
alle mura. Aveva una faccia diversa dal solito, quel giorno.
Rilassata, con lo sguardo sereno. E poi penso a come sia
raro conoscere veramente l'aspetto di una persona. Dedichiamo
un'attenzione fugace alle facce degli altri.
Perch subito distogliamo lo sguardo.
Io conosco la faccia dei miei genitori, conoscevo quella
di Nise, e adesso conosco la sua, di E.
E lui conosce la mia.
Un giorno mi aveva chiesto di accucciarmi sul tavolo,
a pochi centimetri da lui. In punta di piedi, con le braccia
dietro per tenermi in equilibrio. Avevo tutto il corpo in
tensione e facevo fatica a non cadere.
Credevo volesse disegnare il mio sesso. Non sarebbe
stata la prima volta, e poi si era messo esattamente in mezzo
alle mie gambe. In pi, dopo un po' che disegnava, mi
aveva detto: Chiedimi di baciartela. Perci pensavo
di aver capito tutto.
Invece mi ha disegnato la faccia. Da quella prospettiva,
con me che lo guardavo dall'alto in basso. La mia faccia
tesa e vogliosa.
Ecco quali pensieri mi attraversano la mente mentre
sto in piedi davanti a Stevens.
Potete cambiare di nuovo posizione, mademoiselle?
mi chiede Stevens.
E mi riporta al presente.
Ci penso su un attimo, poi non ho esitazioni. E un po'
che vado maturando questa decisione, e adesso  presa.
Mi sbottono la parte superiore del vestito. Quanto basta
per poterlo abbassare e lasciare scoperte le spalle.
Continuo ad avere la sottoveste e il corsetto, ma spalle,
sterno e collo sono nudi. Quindi metto le mani sui fianchi
e giro la testa verso destra, tirando indietro le scapole,
come facevo qualche volta da Baudon dopo ore e ore
di brunitura.
E sento montare il calore all'attaccatura dei capelli e
sulla nuca, come tutte le altre volte.
Allora mi metto a parlare, per il semplice bisogno di sentire
la mia voce. Senza guardarlo, dico a Stevens: Quando
facevo il mio vecchio lavoro distendevo cos i muscoli.
Non essendo mancina, non giravo mai la testa a destra.
Stevens non risponde, ma comincio a sentire la matita
che gratta sulla carta. Lo sento lavorare e continuo a sentirlo
per parecchio tempo. Finch ho meno caldo in faccia
e sul collo. A un certo punto smetto di sentirlo, ma resto
immobile.
Che continui pure a guardare.
Quando ci salutiamo davanti alla porta naturalmente
sono di nuovo vestita, e Stevens ha i suoi soliti modi
garbati. Poi dice: Adesso parliamo del compenso che vi
spetta per il tempo che mi avete dedicato. So quello che
do normalmente alle mie modelle, ma non vorrei che risultasse
inadeguato. Volete dirmi quanto vi d Manet, in
modo che possa fare altrettanto?
La domanda di Stevens mi sorprende, avendomi lui
pagato quando E. era assente per la morte del padre. Ma
forse non sapeva esattamente a che cosa corrispondesse
quella somma di denaro. Ancora una volta, mi rendo conto
che lui ed E. non si erano messi d'accordo prima. Quando
ieri E. mi ha detto di venire a posare per Stevens si trattava
di un semplice consiglio. Non era n una richiesta n
un incarico. E neppure una maniera di dare in prestito i
miei servigi.
Niente di tutto ci.
Era davvero una mia libera scelta. Adesso l'ho capito.
E l per l la prima cosa che mi viene da ribattere a Stevens
: No, oggi no. Oggi  un regalo. Ma non lo dico.
Manet mi paga a settimana, dico, invece. Il che
vuol dire cinque franchi al giorno.
Io do alle mie modelle dieci franchi a seduta. Non vi
dar di meno.
Invece di estrarre i soldi dalla tasca si dirige verso un
piccolo scrittoio appoggiato alla parete. Torna con una busta
e me la mette in mano.
Grazie, dico. Siete generoso.
Lo guardo. Non  un bell'uomo. Ma i suoi occhi sono
due pozze d'acqua limpida in cui mi posso specchiare.
In cui mi lascia specchiare.
Grazie a voi, mademoiselle, ribatte. Per avermi
regalato un po' del vostro tempo e della vostra bellezza.
Spero tornerete presto a posare per me.
Poi fa un inchino, come dopo la mia visita precedente,
ma questa volta non mi sembra strano. E gli porgo volentieri
la mano libera quando me la prende per baciarla.
Quindi esco in strada, sulla Rue Taitbout.
Solo quando sono a pochi passi da Rue La Bruyre mi
sembra finalmente di capire perch l'ho fatto.
Stevens non mi aveva chiesto di spogliarmi, sono io che
ho voluto scoprire le spalle, la gola e il petto fino all'attaccatura
dei seni. L'ho voluto malgrado mi costasse fatica.
L'ho voluto per lo stesso motivo per cui quand'ero pi giovane
facevo determinate cose. Per il desiderio fortissimo
di provare quelle esperienze. Perch mi avrebbero resa pi
forte. Perch volevo andare oltre i miei limiti.
E poi volevo spogliarmi perch sapevo che mi avrebbe
fatto male. Volevo sentire quel male. Volevo sapere che
cos'avrei provato a denudarmi davanti a un altro uomo. Un
altro uomo. Volevo smettere di pensare che fosse una cosa
tanto speciale. Volevo arrivarci da sola, prima di chiunque
altro. Prima che fosse lui ad aprirmi gli occhi.
Quando arrivo a casa, nella mia stanza, sono cos stanca
che voglio solo buttarmi sul letto.
E cos faccio. Mi sdraio e guardo fuori dalla finestra la
scritta Herboriste. Mi viene in mente quella volta in cui,
davanti a Baudon, Nise mi ha detto: Il nous perturbe.
All'epoca non avevo colto del tutto il significato di quella
frase, che adesso invece mi sembra di capire.
 nel momento stesso in cui mi dico che non  lui la
causa del mio attuale scombussolamento che sono agitata
per la giornata passata da Stevens e per la mia autonoma
decisione di sbottonarmi il vestito so che le cose
non finiscono qui.
Perch  vero che ho scelto io di andare in Rue Taitbout,
ma  anche vero che  stato lui a offrirmi questa possibilit,
a spianarmi la strada.
Perch non avrei saputo come posavano le altre ragazze
se lui non mi avesse mostrato le fotografie.
Perch da queste fotografie so che cosa si pu ottenere
pagando.
Perch l'uomo da cui sono andata oggi  un suo amico.
Perch  per lui che ho voluto farmi del male.
Perch, in fin dei conti,  vero che la decisione l'ho
presa io, ma per far piacere a lui. Non a Stevens, e neanche a me stessa.
Dopo tutte queste considerazioni, ripenso a quando prima ero nell'elegante studio di Stevens e posavo per lui su una sedia di velluto rosso non vecchia e sciupata, bens lucida, solida, pregiata. Penso a come in quello studio perfino l'aria che sentivo sulle spalle e sul collo fosse diversa.
Pi delicata. A come, mentre Stevens mi disegnava, io stessi pensando a lui. A lui. Alla sua faccia, a lui che mi tocca, mi bacia fra le gambe e mi disegna.
 un fluire ininterrotto di pensieri da cui mi sento portata alla deriva, come se tutto il mondo si fosse inclinato di lato e stesse scivolando via. Per fermare il giramento di testa, non sapendo che altro fare, chiudo gli occhi.
Quando li riapro mi guardo intorno. Mi guardo intorno, mi alzo e vado a toccare le mie cose: i vestiti appesi, lo scialle color rame della puttana che uso per coprire il tavolo, i piccoli acquerelli in cui mi sono dipinta con i capelli verdi e la pelle blu. Tocco il nastro che gli ho rubato e il medaglione che mi ha regalato. Infine tocco il disegno che mi ha spedito e la busta con sopra scritto il mio nome.
Mlle 'Victorine Louise Meurent, 32 Rue La Bruyre. Il disegno di noi due insieme. Del suo uccello dritto dentro di me.
Guardo tutto quello che posso, poi mi distendo di nuovo sul letto e mi concedo di dormire, finalmente.
Qualche ora dopo mi sveglio e mi trascino da Raynal a mangiare qualcosa. Solo con un cucchiaio di minestra calda in bocca e un pezzo di pane in mano mi rendo finalmente conto di quanto mi sia costato autorizzare Stevens a guardarmi. Autorizzare me stessa a farmi guardare da un altro uomo.
...
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...
CAPITOLO 66.
...
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...
L'indomani, al mio arrivo in Rue Guyot, lo trovo che
fuma dall'altra parte della strada. Mi stava aspettando, come
quando si appostava davanti a Baudon. Sul momento
sono colta dal panico, perch non l'aveva mai fatto prima
di aspettarmi per strada in quel modo, e temo che sia arrabbiato.
Che per qualche ragione sia contrariato per ieri.
Ma appena mi avvicino e vedo la sua espressione capisco
che mi sbagliavo di grosso. Di grosso.
Mi sta aspettando fuori perch il lavoro  finito. Il
quadro dipinto sopra quello grattato via  finito. Non ha
nient'altro da fare, salvo aspettarmi.
Quando sono a pochi passi da lui d un ultimo tiro di
sigaretta e la butta. La schiaccia con un'unica torsione del
piede. Il lancio della sigaretta, la torsione e il bacio sulla
guancia con cui mi saluta compongono un unico movimento
che ha la fluidit di un balletto, pur svolgendosi in strada.
Ha superato l'esame? Il quadro, intendo.
L'ha superato. E tu Trine? a va?
Prima di avere il tempo di cambiare idea gli dico: Sono
andata dal tuo amico, ieri.
Me l'ha detto. L'ho visto la sera al caff Tortemi.
Sta l fermo a guardarmi, e capisco che non ho nulla da
temere dalla sua faccia. Mi rilasso. Distolgo lo sguardo ma
sento che lui, invece, sta continuando a scrutarmi.
Allora,  stato difficile posare per lui? mi chiede.
Un po', rispondo. Diverso da posare per te.
Non gli dico che c'era un abisso di differenza, che dopo
aver avuto addosso lo sguardo di un altro mi ero sentita
perduta. A la drive. Tanto se vuole lo sa. Se vuole me
lo legge in faccia.
Invece mi dice solo: L'avevo immaginato.
Restiamo un attimo l in silenzio, a sentire l'aria che
soffia per strada, poi mi dice: Non devi fare le cose per compiacere gli altri, lo sai.
Non rispondo. Mi limito a guardarlo in faccia, che non  dolce come quella di Stevens, e non  una pozza d'acqua in cui mi posso specchiare. Ha il viso scavato e le borse viola sotto gli occhi sono pi scure che mai.
Costringi gli altri a far piacere a te, mi dice.
Allora capisco che Stevens gli ha detto qualcosa. Non tutto, magari, ma qualcosa.
Costringili a farti piacere, ripete. A industriarsi per riuscirci.
Penso a quando si inginocchia sul pavimento accanto alla dormeuse. A come insiste perch venga prima io, cos mi pu sentire. Cos mi pu vedere. Penso all'insegna che avevamo visto una delle prime sere passate insieme. Demandez du plaisr.
Come ti industri tu, dico.
Esattamente.
Ci guardiamo fissi, senza distogliere gli occhi, n io
n lui. Mi sembra di nuovo che il mondo cada di lato. Mi
sento di nuovo trasportata oltre il mio limite. Ma lo voglio.
Voglio andare oltre i miei limiti. E voglio lui. E che
lui sappia quanto.
Forza, mi dice. E l dove siamo, per strada, mi prende
per mano. Ed entriamo insieme nel suo studio.
Alla vista del quadro gli avvenimenti del giorno prima
cessano di esistere. Il senso di caduta, la prostrazione al
ritorno a casa... tutto scompare.
C' solo il quadro. Solo quello.
 quasi a grandezza naturale. Questa  la prima cosa
che non mi aspettavo. E non so perch, dato che il primo
giorno avevo visto la tela cancellata, e che tutti gli altri
giorni, dalla mia posizione sulla dormeuse, avevo continuato
a vederla da dietro. Sapevo che stava lavorando a
qualcosa di grande. Ma da l dietro non riuscivo ad avere
l'impressione del quadro vero e proprio. A capire il suo
impatto, quanto spazio occupasse nella stanza.
 enorme, dico. Ma detta cos, mi accorgo subito
che sembra poco gentile, cos mi correggo: Scusa. Volevo
dire che  diverso da come me l'aspettavo.
Come te l'aspettavi?
Non pensavo che avrei occupato tutto lo spazio, rispondo.
Perch la mia figura riempie quasi tutta la superficie
del quadro. Il mio corpo riempie la tela. I disegni e
gli inchiostri erano pi piccoli, d'accordo, ma non  quello
che voglio dire. Nella tela cancellata il corpo non ricopriva
l'intera superficie. Come avrebbe potuto?
Sembra quasi di potermi toccare, gli dico. Sono
proprio io, dalla testa ai piedi.
Guardo la mano che l'aveva fatto tanto penare, e la
trovo perfetta. Non so come faccia a sembrare di volersi
muovere, ma lo fa. Quasi scalpitasse per ritornare nella
morbida fessura fra le mie gambe.
Una volta afferrato il senso della mano, posso dedicare
la mia attenzione al viso.  un viso che guarda dritto
davanti a s. Con espressione di sfida. Sul quale traspare l'impazienza della mano.
Il mio viso.
Solo che non assomiglia per niente a quello del ritratto
con i capelli sporchi tirati indietro. Neppure a quello del
disegno per cui aveva voluto che mi accucciassi di fronte
a lui. E non assomiglia neanche al viso che ho nelle fotografie di Moulin.
Eppure quella sono io.
Mi riconosco.
So che la donna del quadro sono io perch sono venuta qui tutti i giorni. Ma per la prima volta mi rendo conto che dipingendomi lui crea qualcosa di diverso non solo da me, ma anche dalla sua immagine di me. Ogni dipinto vive di vita propria.
Sono io, ma con qualcosa in pi, dico.
Come dev'essere.
Sei riuscito a renderlo diverso da tutti gli altri quadri.
Dal Tiziano?
Da tutti, dico. Dalla donna serpente con la schiena curva. La sua faccia era un unico, lungo, osso bianco.
Quella dell' Odalisca  una maschera.
Ed  snob, dico. Questa invece  la faccia di un'operaia.
Le hai fatto un viso da operaia.
Siccome non ribatte nulla, aggiungo: Non lo vedi?
Eppure l'hai fatto tu. Si vede dal mento, dalla piccola zona d'ombra sotto il mento. Hai dipinto una persona vera. Non me, ma una come me.
E. osserva a lungo il dipinto senza dire niente. Senza guardarmi. Mi viene il dubbio di aver detto la cosa sbagliata.
Lascia stare, aggiungo. E solo la mia impressione.
No, invece, risponde lui, con voce emozionata. Capisco che qualcosa lo ha commosso.
Dovresti proprio non mollare, sai, mi dice. Dovresti proprio continuare a disegnare e dipingere. Hai un occhio da artista.
Dopo queste parole, non so chi di noi due sia pi turbato.
Scegliamo di fare quello che ci viene meglio: andare a letto.
 cos che va a finire.  la nostra natura pi vera, comunque. La radice di tutto.
Dopo ci alziamo dalla dormeuse e andiamo a rimetterci davanti al quadro. Dev'essere ancora eccitato, per dirmi quello che mi dice allora: che se riuscir a venderlo, mi dar una parte del ricavato.
Te la sei guadagnata, mi dice. Pi che guadagnata. Ti far comodo. Potrai usarla come ti pare e piace.
Mi paghi gi tutte le settimane per farti da modella, ribatto.
 il compenso per il tuo lavoro. Per il tuo tempo.
Questo invece  tutto un altro discorso.
Ne riparleremo quando sar il caso.
Bien. Ma  un contratto e dovrai obbligarmi a onorarlo.
So che  tipico suo, parlare di soldi e di contratti. E lo apprezzo, sul serio. Ma in questo momento vorrei solo dirgli che mi sono innamorata del viso che ha dipinto. Che amo il viso del quadro come amavo quello di Nise. Che amo la persona sulla tela, chiunque essa sia. Un po' me e un po' no.
Invece non gli dico niente. Non riesco a parlare di Nise, di amore e di quello che provo per lui.
Allungo la mano verso il quadro, come per toccarlo.
La capisco, gli dico. Capisco quella donna.
S, dice lui. Me l'aspettavo.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Alla mia agente Nicole Aragi e all'editor Jill Bialosky della W. W. Norton; a Dominique Bourgois della Christian Bourgois Editeur: grazie per aver creduto in Victorine e in me. Grazie anche a Ccile Deniard, la mia traduttrice francese.
La storia dell'assassinio della prostituta Mezeray per mano del giardiniere Guichet  vera; l'ho trovata, insieme a molte altre notizie sulla vita delle donne della classe operaia, nel libro Policing Prostitution in Nineteenth Century Paris, di Jill Harsin. E vera anche la storia di un profumiere di nome Monpelas ucciso dai soldati di Luigi Napoleone nel 1851, raccontata da Victor Hugo in Napoleone il piccolo (Napolon le Petit). Il fotografo parigino Flix-Jacques Antoine Moulin  realmente esistito. Il libro da cui ho tratto la maggior parte delle
informazioni su di lui  Early Erotic Photography di Serve Nazarieff.
Durante la stesura di questo romanzo ho passato ore e ore a guardare le fotografie di Parigi di Charles Marville e la mappa della citt del 1860 di Andriveau-Goujon. Pur riferendosi a una Parigi molto pi moderna, il libro Le strade di Parigi (1980), a cura dello storico Richard Cobb e del fotografo Nicholas Breach, mi  stato di enorme aiuto. Inoltre ho consultato le fotografie scientifiche di Oscar G. Mason e E. K. Hough, raffiguranti donne e uomini con la sifilide, contenute nel libro Photographic Illustrations of Cutaneous Syphilis pubblicato nel 1881.
E poi, naturalmente, ho letto molti libri e articoli su Victorine Meurent e Edouard Manet. Per quanto riguarda la prima, sono stati fondamentali A Biography of Victorine-Louise Meurent and ber Role in the Art of Edouard Manet di Margaret Mary Armbrust Seibert, e Alias Olympia di Eunice Lipton. Per quanto riguarda Manet, ho vissuto (e spesso dormito fianco a fianco) con i seguenti libri: Edouard Manet: Souvenirs di Antonin Proust; Manet: The Influence of the Modern di Fran?oise Cachin; Edouard Manet: Rebel in a Frock Coat, di Beth Archer Brombert; Manet and the Nude: A Study in Iconography in the Second Empire, di Beatrice Farwell; The Last Flowers of Manet (traduzione dal francese di Richard Howard), di Robert Gordon e Andrew Forge; Manet: A Retrospective, di T. A. Gronberg; infine, il catalogo della mostra Manet: 1832-1883 pubblicato dal Metropolitan Museum of Art.
Per altre informazioni sul contesto storico del romanzo, si prega di consultare il sito www.parisredblog.com.
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FINE.